sabato 22 giugno 2013

Quel camerata era di sinistra

Voce Repubblicana, 22 giugno 2013
Intervista a Stefano Fabei
di Lanfranco Palazzolo

Maceo Carloni è stato uno degli esponenti di punta del sindacalismo fascista pur senza mai iscriversi al Pnf. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” lo storico Stefano Fabei, autore di “Fascismo d’acciaio. Maceo Carloni e il sindacalismo a Terni (1920-1944)”, libro edito da Mursia. 
Stefano Fabei, come è nata l’idea di scrivere questo saggio sul cosiddetto “Fascismo d’acciaio” e sui rapporti tra fascisti e antifascisti?
“L’idea di scrivere questo testo mi venne alcuni anni fa leggendo un saggio di Vincenzo Pirro, uno storico umbro, un docente al liceo classico di Terni intitolato ‘Una vittima della guerra civile’, dedicato alla figura di Maceo Carloni, ucciso dalle Brigate Garibaldi nel 1944. Questo saggio apparve sulla rivista ternana ‘Memoria storica’. Inoltre avevo letto un altro saggio interessante scritto dall’avvocato e saggista Marcello Marcellini dal titolo ‘I Giustizieri’”.
Qual è la peculiarità della figura di Maceo Carloni?
“Maceo Carloni fu ucciso con una certa efferatezza dalle Brigate Garibaldi pur non avendo sostenuto gli occupanti nazisti. Anzi, Carloni si era opposto al trasferimento dei macchinari delle acciaierie di Terni in Germania. Negli anni ‘20 il sindacalista era stato un antifascista convinto e, per sua stessa definizione, era un convinto mazziniano. Carloni era impegnato in campo sociale e sindacale. Le vicende di Maceo Carloni potevano sembrare come un’esperienza particolare di vita politica locale. Ma leggendo più attentamente le vicende di quest’uomo ho compreso che la realtà era ben più complessa. Carloni aveva svolto un ruolo sindacale molto importante negli anni del ventennio. Nel marzo 1944, due mesi prima di essere ucciso e mentre Terni era sotto l’amministrazione della RSI, Carloni venne eletto nelle Commissioni di fabbrica a Terni. La sorpresa storica di questa elezione era che nel Consiglio di fabbrica erano stati eletti anche esponenti comunisti e anarchici, convinti della necessità di far parte di quelle strutture nel caso di una vittoria o di una sconfitta dei partigiani e delle truppe di liberazione. Nel dopoguerra, dalle ceneri dei consigli di fabbrica, sarebbero poi sorti i cosiddetti Consigli di gestione, presi a modello dalla CGIL”.
Rileggendo questi atti pensa che il fascismo repubblichino fosse sceso a patti con il socialcomunismo?
“Osservando attentamente questa storia mi sono reso conto che non esisteva una precisa linea di demarcazione tra uno schieramento e l’altro, nonostante la guerra partigiana che, in Umbria, non fu particolarmente violenta e attiva. Esiste senza dubbio una storiografia di parte che ha cercato di imporre questa visione. Ecco perché in ‘Fascismo d’acciaio’ ho ritenuto opportuno concentrare l’attenzione di questi ‘ponti’ in campo sindacale tra fascisti e antifascisti”.

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