giovedì 31 ottobre 2013

Quante singolarità contro Berlusconi!

Intervista a Antonio Leo Tarasco
Voce Repubblicana, 31 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Nella vicenda che ha riguardato la condanna e la possibile decadenza di Silvio Berlusconi c'è stata più di una singolarità. Lo ha detto alla “Voce” il professor Antonio Leo Tarasco, docente di diritto amministrativo all'università Gregoriana di Roma.
Prof. Tarasco, cosa pensa della vicenda relativa alla decadenza di Silvio Berlusconi? Quali anomalie intravede?
“La considerazione di tipo politico, ma anche di tipo giuridico, è l'impossibilità di applicare retroattivamente le norme della legge Severino, che ha un contenuto afflittivo. I magistrati della Corte di appello di Milano, nel rendere note le motivazioni della condanna all'interdizione dai pubblici uffici, ridotta a due anni, hanno detto che si tratterebbe di una sanzione avente un carattere amministrativo e non un carattere penale. Queste ragioni sono facilmente criticabili in punto di diritto. Si tratta chiaramente di una sanzione penale che fa riferimento ad una interdizione dai pubblici uffici. E quindi – di conseguenza – irretroattiva. E anche se fosse solo di carattere amministrativo sarebbe irretroattiva perché le sanzioni amministrative risalenti agli anni '80 prevedono proprio la irretroattività anche delle sanzioni amministrative rispetto ai fatti commessi. Ad ogni modo, la Corte europea dei Diritti dell'Uomo prevede una nozione più ampia di irretroattività che abbraccia le sanzioni di carattere penale e quelle afflittive latu sensu. Dobbiamo ricordare che qui stiamo mettendo in discussione un punto molto importante della nostra democrazia: il diritto all'elettorato passivo che riguarda tutto il corpo elettorale. La distinzione tra sanzione penale e amministrativa è un falso problema. Qui è in gioco il diritto all'elettorato passivo e quini il diritto dei cittadini a scegliersi il proprio rappresentante”.
Lei pensa che ci siano stati intenti persecutori contro Silvio Berlusconi?
“Voglio evitare qualsiasi valutazione di tipo politico perché io non sono un politico. Mi limito ad alcune valutazioni da studioso e docente di diritto. Io credo che nella vicenda relativa al caso di Silvio Berlusconi ci sia stata più di una singolarità”.
Quali sono gli aspetti che ha trovato anomali?
“Innanzitutto la clamorosa accelerazione dei tempi processuali, quella del diffuso errore della condanna penale all'interdizione ai pubblici uffici per cinque anni, che non era prevista dalla legge speciale sui reati fiscali. E' bene ricordare che questa legge prevede l'interdizione dai pubblici uffici da uno a tre anni. Non ho capito perché la Corte di appello abbia stabilito questa pena. Poi resta da capire la relazione tra il metro di giudizio usato dalla magistratura elvetica e da quella italiana. Per gli stessi reati di Silvio Berlusconi, Frank Agrama è stato assolto da ogni addebito”.

mercoledì 30 ottobre 2013

La controrivoluzione secondo McLuhan

Intervista a Giampiero Gamaleri
Voce Repubblicana, 30 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Ecco come ho capito la fine dell'era tipografica. Lo ha detto alla “Voce” Gianpiero Gamaleri, autore de “La nuova galassia di McLuhan. Vivere l'implosione del pianeta”, Armando editore. Gamaleri è vicepreside e coordinatore della facoltà di Scienze della Comunicazione dell'università di Roma.
Prof. Gamaleri, perché ha deciso di pubblicare questo libro sul sociologo Marshall McLuhan?
“Non si tratta del mio primo libro scientifico su McLuhan. Nel 1976 avevo pubblicato, sempre con questa casa editrice, un volume dal titolo 'La Galassia di McLuhan. Il libro ebbe un grande successo e fu tradotto in lingua spagnola dalla casa editrice A.T.E. di Barcellona. Il mio saggio è stato ripreso nello studio di Manuel Castells dal titolo 'The rise of the network society. Quando pubblicai quel saggio ero convinto che Marshal McLuhan potesse segnare una tappa significativa, anzi fondamentale nello studio e nei temi e dei problemi della comunicazione contemporanea. E così è stato”.
McLuhan però è stato un intellettuale che ha provocato anche profonde divisioni.
“Non c'è dubbio. Tra il 1967 e il 1969 sono stati pubblicati alcuni saggi sulle controversie sollevate da McLuhan. Si tratta di 'McLuhan hot and cool' e 'Pour ou contre McLuhan'. Questo dimostra il caso singolare di uno studioso di letteratura anglo-americana capace di creare profonde divisioni. Naturalmente questa dialettica si è presentata anche in Italia, dove Umberto Eco ha criticato lo stile aforismatico di McLuhan. Lo stesso ha fatto anche Padre Enrico Baragli di 'Civiltà cattolica'. Ma bisogna riconosce che McLuhan ha segnato un vero e proprio passaggio d'epoca dalla cultura tipografica e quella elettronica”.
Quello che oggi viene considerato un saggio facile, nella prima edizione risultò quindi come un testo contestato?
“Il mio saggio coglieva di arbori di questo cambiamento, che è maturato negli anni successivi. Allora non fu facile dimostrare che McLuhan aveva ragione, anche perché la nella nella generosa abbondanza di suggestioni che ci metteva a disposizione all'epoca Mc Luhan era facile individuare punti deboli o poco convincenti Ma oggi è a tutti chiaro che bisognava andare oltre i dettagli e cogliere la tendenza complessiva espressa dalla sua opera”.
Perché il marxismo e il cattolicesimo si sono coalizzati contro McLuhan?
“I cattolici e i marxisti hanno attaccato il sociologo per contestare la proposizione-chiave costituita dal concetto-slogan 'il mezzo e il messaggio. I marxisti e i cattolici hanno interpretato questa proposizione come una provocazione a forte carattere paradossale che tendeva a ribaltare il richiamo a certi valori che essi consideravano come il motore della storia. I cattolici non accettavano la messa in discussione della dimensione spirituale fatta dal sociologo”.

Mettete un bagno chimico in aula a Palazzo Madama

Voce Repubblicana, 
30 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo
 
Sono in arrivo i bagni chimici con le porte trasparenti per l’aula di Palazzo Madama. Lo scontro che si svolge quotidianamente al Senato sulla questione dei cosiddetti “pianisti”, i parlamentari che votano per il collega assente, sta assumendo toni epici. Ormai, i parlamentari del Movimento 5 stelle arrivano in aula con l’obiettivo dichiarato di stanare i nemici dei partiti che sostengono il governo, invece di occuparsi dei contenuti dei provvedimenti. Giovedì scorso, durante la seduta del Senato dedicata alla conversione del decreto-legge 102, recante disposizioni urgenti in materia di IMU, i senatori pentastellati hanno sferrato un nuovo attacco alla “banda dei pianisti” che opera nella maggioranza. Durante i lavori dell’aula, il senatore Lello Ciampolillo (M5S) scopre che il senatore Ciro Falanga (Pdl) sta votando per il collega Antonio Milo (Pdl) della Commissione Bilancio che, probabilmente, era andato al bagno o era occupato ad esaminare l’impatto di un emendamento sul provvedimento. Il senatore Milo aveva chiesto a Falanga di votare per lui indicando come esprimere il voto. Ma per il senatore penta stellato questo non è accettabile. Falanga si difende così: “Signora Presidente, quando il richiamo relativo a un fatto (che, ancorché non costituisca reato, è comunque deplorevole) riguarda la mia persona, io invito a controllare con attenzione se io sono responsabile di questo fatto. Se il senatore Milo è qui, ma non ha le mani lunghe come altri, ma le ha corte e mi chiede di votare per lui, e mi indica la sua intenzione di voto (che è di voto contrario), allora sarò io, signora Presidente, poiché mi si accusa di un fatto deplorevole, a chiedere a lei, in ossequio al Regolamento, di istituire una Commissione per valutare il comportamento ingiurioso del collega del Movimento 5 Stelle. Adesso basta! Con me, basta!”. Ma il senatore Vincenzo Santangelo (M5s) non vuole ascoltare nessuna giustificazione: “Io la prego di prendere da subito, in maniera rigida, i provvedimenti del caso nei confronti del senatore Falanga, perché questo è un precedente gravissimo e intollerabile”. Ma, a quel punto dello scontro in aula, irrompe la mediazione della senatrice Alessandra Mussolini (Pdl): “Signora Presidente – esordisce la senatrice rivolgendosi alla vicepresidente Linda Lanzillotta -, vorrei fare una proposta che credo possa mettere d'accordo tutte le posizioni. Installiamo dei bagni chimici in Aula con le porte trasparenti in modo che i senatori del Movimento 5 Stelle possano vedere che uno in quel momento è al gabinetto e in modo che poi si possa uscire subito e andare a votare”. La proposta ha un grande successo visto che gli applausi alla Mussolini arrivano dalla maggioranza e dal Movimento 5 stelle. La senatrice Mussolini è molto sensibile alle “necessità” dei parlamentari “incontinenti”. Nella scorsa legislatura, durante la seduta dell’11 febbraio 2009, aveva votato per un collega assente, segnalando: “Sta in bagno”. Ma l’irremovibile Presidente Gianfranco Fini aveva risposto: “Se sta in bagno, voterà direttamente quando torna”. La vicepresidente del Senato Linda Lanzillotta non ha gradito la proposta e ha risposto alla Mussolini: “Senatrice Mussolini, la richiamo al rispetto e anche al decoro dell'Assemblea del Senato”. E allora, come si risolve il problema dei senatori che non riescono a trattenersi in aula?!

martedì 29 ottobre 2013

Sergio Stanzani: l'amico che mi rimase vicino anche quando mi opposi a Partito transnazionale

Intervista a Mauro Mellini
Voce Repubblicana
 29 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Sergio Stanzani mi è stato sempre vicino, anche nei momenti difficili che ho vissuto all’interno del gruppo parlamentare radicale durante la battaglia sulla responsabilità civile dei magistrati. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’avvocato Mauro Mellini, uno dei fondatori del Partito radicale.
Mauro Mellini, che vuoto lascia la scomparsa di Sergio Stanzani nella storia del Pr? Con Sergio Stanzani lei ha vissuto le fasi cruciali della fondazione del Partito radicale negli anni ’50 e poi ha partecipato con Stanzani alle esperienze politiche in Parlamento negli anni ’80. Cosa può dire di questo grande esponente politico?
“Il ricordo che ho è quello di una persona che ha dedicato la sua vita alle amicizie, ma anche alle idee. La sua è stata una fedeltà intellettuale, ma anche emotiva. Non posso dimenticare la sua vicinanza nei miei confronti in situazioni molto delicate - uso questo termine per non utilizzarne un altro – quando mi trovavo all’interno del gruppo parlamentare radicale nel momento in cui dovevamo condurre la battaglia sulla responsabilità civile dei magistrati. Quella responsabilità civile fu introdotta con un referendum abrogativo e poi abolita con un provvedimento miserevole e truffaldino. Sergio Stanzani fu l’unico che parlò all’interno del gruppo parlamentare ad invitare gli altri colleghi a prestare attenzione alle mie posizioni. Tutto questo accadeva mentre costituzionalisti e leccapiedi chiedevano di abolire il voto popolare. L’amicizia di Sergio non era solo emotiva. Con lui c’era una grande solidarietà di idee”.
Quando ti sei allontanato dal Pr l’amicizia con lui e con altri dirigenti del Partito radicale è rimasta?
“L’amicizia è rimasta non soltanto con lui. E con lui è rimasta una solidarietà di idee e di atteggiamenti. Ho sempre pensato a Sergio come ad una persona che credeva come me al Partito radicale non solo come un ectoplasma più o meno transnazionale. Ho sempre sentito il suo appoggio ad un liberalismo che si riconoscesse ad un personaggio come Marco Pannella, dotato di personalità e potere di comunicazione. Ma ho anche ritenuto che questo messaggio si fosse svuotato di contenuti effettivi. E quindi, pensando al partito, con Sergio ho avuto contatti sempre più sporadici. Credo che Sergino non disprezzasse le mie idee”.
Sergio Stanzani era uno dei pochi esponenti politici del primo Partito radicale che si è formato anche con la Resistenza. Cosa le ha raccontato di quell’esperienza?
“Di questo non abbiamo mai parlato. Ma non ho mai dubitato di quell’esperienza. Anche io ho vissuto l’esperienza della guerra, ma non mi sono mai spacciato da resistenza. Lui ha sofferto più al lungo l’occupazione da Bologna. Lui è stato indubbiamente il ponte tra una generazione e l’altra del Partito radicale”.

domenica 27 ottobre 2013

La chiameremo compagna coscialunga. La sinistra vista da Miss Italia

Il Tempo, 27 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

La chiameremo compagna coscialunga. La sinistra italiana non riesce nemmeno a mettersi d’accordo su Miss Italia. In questi anni la sinistra italiana ha attaccato a più riprese il concorso che assegna il titolo della ragazza più bella. Un tempo il Partito comunista italiano era molto più tenero nei confronti di questi concorsi. Secondo i dettami della dottrina togliattiana questo tipo di manifestazioni non dovevano essere disprezzate. Infatti, una vittoria di una ragazza comunista in uno di questi concorsi avrebbe confermato il valore degli ideali della sinistra italiana, capaci di imporsi in ogni dove. Ecco perché il 9 settembre 1954 “l’Unità” intervista la neo-eletta Miss Italia Eugenia Bonino. Ma quando nel settembre 1985 una ragazza iscritta alla Federazione giovanile comunista italiana (FGCI) diventa Miss Reggio Emilia scoppia il tripudio proletario de “l’Unità”. Il popolo della sinistra si ribella perché il quotidiano del Pci decide di mettere le notizie del concorso in prima pagina. Allora un gruppo di giovani ragazze iscritte alla FGCI prende carta e penna per difendere il giornale diretto dal compagno Emanuele Macaluso: “Ciò che ci preoccupa però è il vostro ‘sdegno’ perché un giornale nazionale, popolare come il nostro ha richiamato in prima pagina il risultato di un concorso nazionale…Compagne, ci preoccupa il vostro sdegno”. Eppure, nel dicembre 1987 a Modena, dove il Pci ha il 51 per cento dei voti, scoppia uno scontro furibondo. In città vengono promossi una serie di concorsi di bellezza come “Il sedere più bello”. Un lettore de “l’Unità” di Mestre scrive una lettera di fuoco al giornale del Pci e chiede: “Come è possibile che nell’Emilia rossa e a Modena, avanguardia del socialismo, si svolgano queste gare”. Il vicedirettore Emanuele Macaluso risponde: “Guardiamo al nuovo con occhio critico, ma rivolto in avanti”. Nemmeno il più abile democristiano sarebbe stato in grado di dare una risposta del genere.
Un altro colpo all’internazionalismo comunista viene assestato da Alba Parietti. Nel 1978 la show girl di sinistra partecipa a Miss Italia, ma non riesce nemmeno ad arrivare alla finale. Nel 1996 entra invece nella giuria, ma rilascia una dichiarazione assurda sulla candidata di colore Denny Mendez. Il fotografo Bob Kreiger giudica la Mendez inidonea a rappresentare la bellezza italiana. La Parietti difende il fotografo: “Ritengo giusta l'opinione di Krieger. Io non sono razzista e penso di poter affermare in tutta tranquillità che una ragazza nera non può essere Miss Italia. Così non lo potrebbero essere una cinese, una giapponese, un'indiana, una russa, una tedesca. Non rientra nei canoni. Razzisti sono invece tutti coloro che si scandalizzano all' idea che la Mendez possa essere esclusa dall' incoronazione. Dicono: ‘Poverina’ e per ignoranza giudicano razzista un'affermazione che appare logica e razionale” (Corsera, 7 settembre 1996). Il patron della manifestazione invece caccia la Parietti e poi la riammette dopo che la showgirl dichiara che le sue parole sono state fraintese. A dispetto dell’ulivista Alba Parietti, la Mendez vince la competizione.
Nel settembre 2007 è Walter Veltroni a scagliarsi contro la manifestazione di bellezza avviando una campagna denigratoria contro il concorso: “Sono tornato a casa, ieri sera, ho acceso la tv su Raiuno e c'era Miss Italia. Mi ha fatto impressione Mi sono chiesto se era 'Schegge'. Questo è un Paese che ha la testa girata indietro, un Paese che non ha voglia di cambiare e dove c'è una fortissima prevalenza dell'esperienza sull'innovazione”. Nell’ansia di seguire la linea del prossimo segretario del Pd, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni propone di istituire “Miss cervello”. Tre anni dopo Ritanna Armeni chiede l’abolizione di questo concorso ed espone la sua tesi: “C’è un filo nella testa del maschio e del potere che lega la gara di bellezza, un certo uso del corpo e la prostituzione o la possibile prostituzione” (“Il Riformista”, 15 settembre 2010). Ma ci sono altri compagni che sono di larghe vedute. L’ex deputato di Rifondazione Comunista Vladimir Luxuria viene nominato direttore artistico di “Miss Italia Trans”, ma nessuno si scompone. Nel gruppo degli indignados della sinistra italiana appare Anna Paola Concia che, nel corso della seduta della Camera del 16 marzo 2011 annuncia iniziative delle donne parlamentari contro la “grave” iniziativa del Coni che istituisce “Miss Italia sport”. Anche la Presidente della Camera Laura Boldrini definisce “moderna e civile”, la decisione della Rai di non mandare in onda Miss Italia: “Le ragazze italiane debbono poter andare in tv senza sfilare con un numero”. Certo, il problema si porrebbe se qualcuno costringesse queste ragazze a farlo. E allora perché impedirlo? Ma questo fronte granitico che si batte contro le Miss viene improvvidamente rotto dalla compagna anconetana Silvana Amati. L’austera senatrice del Pd, fassiniana della prima ora, non ci vede nulla di male nel concorso. E quando la parlamentare democratica viene a sapere che la Rai rinuncia a mandare in onda il concorso scrive un’interrogazione a risposta scritta al ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato nella quale chiede questi chiarimenti: “Se al Ministro in indirizzo risultino le ragioni che hanno spinto la direzione generale della Rai ad assumere tale decisione; se non ritenga opportuno attivarsi, per quanto di competenza, al fine di fornire ogni chiarimento in ordine ai costi e ai guadagni derivati dalle ultime trasmissioni del concorso Miss Italia, anche al fine di consentire una valutazione di tale decisione; se risulti se i vertici della Rai abbiano valutato attentamente l'entità del mancato introito che la cancellazione della manifestazione determinerà nelle casse dell'azienda sul fronte della pubblicità, delle sponsorizzazioni e del televoto”. Ma il ministro si guarda bene a scrivere una risposta. Magari Ritanna Armeni lo avrebbe accusato di fomentare la prostituzione…

sabato 26 ottobre 2013

La "Voce Repubblicana" e i nostri valori

Voce Repubblicana, 
26 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

“Oggi non siamo qui per fare un'operazione di nostaglia, ma per guardare i nostri valori che restano nel dna delle persone che hanno deciso di partecipare al nostro dibattito. La politica italiana ha bisogno dei valori del repubblicanesimo e delle idee che sono passate attraverso la “Voce Repubblicana”. Lo ha detto Giancarlo Tartaglia, durante la presentazione de suo libro dal titolo “La Voce Repubblicana. Un giornale per la libertà e la democrazia”. Il dibattito si è svolto presso mercoledì pomeriggio presso la sede romana della Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo (LIDU) in Piazza dell'Ara Coeli 12. Di fronte ad un pubblico numeroso, nella sala erano presenti circa 100 persone, Tartaglia ha raccolto le valutazioni di amici repubblicani e di giornalisti che hanno fatto la storia del quotidiano del Pri. A portare il saluto agli amici e abbonati della “Voce” erano presenti il segretario del Pri Francesco Nucara, l'editorialista del “Sole 24 Ore” Stefano Folli, lo storico Massimo Scioscioli, gli ex parlamentari repubblicani Antonio Duva, Italico Santoro e Carla Mazzuca. Oltre all'autore, hanno partecipato a questo dibattito i giornalisti della Rai Stefano Tomassini, Andrea Valentini e il giornalista del “Sole 24 ore” Guido Compagna. Nel presentare il dibattito, l'ex deputato repubblicano Alfredo Arpaia ha ricordato la vicinanza tra la LIDU e il Pri: “Il Partito Repubblicano Italiano, con il suo grande patrimonio di idee, dovrebbe essere il punto di riferimento per denunciare la degenerazione che vive la politica di oggi. In questa fase – ha proseguito Arpaia – stiamo assistendo ad una caduta verticale dei nostri ideali. E il Parlamento non svolge più la sua funzione. Lo stesso discorso vale per i sindacati”. Arpaia ha ringraziato il segretario del Pri Nucara per la sua presenza “perché sente di partecipare a questo incontro tra queste organizzazioni che continuano a lavorare per il bene del Paese. E il giornale del Pri, la 'Voce Repubblicana' ha ben raccontato questa vicinanza di sentimenti e di impegno politico”.
Stefano Tomassini, che è stato giornalista della “Voce” nella seconda metà degli anni '70, che ha moderato il dibattito, ha introdotto il confronto sottolineando che nel libro di Tartaglia è stata tratteggiata la storia “mai abbastanza lunga della 'Voce Repubblicana'”, ha ricordato che nel libro di Tartaglia è stata raccontata la storia più recente del quotidiano del Pri. Tomassini ha ricordato che la sua carriera da giornalista “non è cominciata per caso alla 'Voce Repubblicana'”. Tomassini ha anche ricordato un servizio realizzato per il Tg1 a Campo dei Fiori nel corso di una manifestazione del Pri. Tomassini ha ringraziato Francesco Nucara e Giorgio La Malfa, ricordando che “sono stati dei benemeriti perché hanno tenuto aperta una casa che da ormai mezzo secolo si invecchia e che considero da sempre come la mia e che ho continuato a sentire mia anche nei momenti nei quali non ho potuto votare per il glorioso simbolo del Pri”. Tomassini ha ripercorso il suo impegno alla “Voce”: “Sono arrivato al giornale nel 1975. La mia era – prima di tutto – una scelta politica e non professionale. Queste erano le ragioni che avevano spinto me e altri amici ad impegnarci alla 'Voce Repubblicana'”.
Anche Guido Compagna, che ha scritto negli anni '70 alla 'Voce', ha ricordato di essere arrivato alla “Voce” dopo la deludente esperienza nel Partito socialista: “Ho iniziato a fare politica a 15 anni nella Federazione giovanile socialista come autonomista e nenniano. Avevo partecipato all'unificazione socialista, ma ero rimasto deluso da quell'esperienza. Nel 1968 non votai per il Pri. Arrivai alla 'Voce' dopo un periodo in cui avevo lasciato la politica”. Guido Compagna afferma che quella esperienza, nata nel 1975, “fu straordinaria”. L'ex giornalista della “Voce” ha aggiunto che, nella storia del secondo dopoguerra, “i giornali di partito hanno rappresentato una grande scuola politica e di giornalismo. In un giornale come 'La Voce Repubblicana' si imparava a far tutto: andare in tipografia, collocare gli articoli. Si era in pochi e il giornale doveva arrivare in edicola tutti i giorni. Oggi questa scuola non esiste più. L'unica scuola di giornalismo politico – ha concluso - è rimasta 'Radio Radicale'. Anche il direttore de l'Unità Claudio Sardo lo ha capito e ha cercato di fare un giornale di partito”.
Andrea Valentini, anche lui ex giornalista della 'Voce' dopo la riapertura voluta da Giovanni Spadolini nel 1981, concorda con Tartaglia sull'aggettivo utilizzato da Tartaglia nel definire “testardo” per definire il giornale “per la costanza che ha avuto nel riemergere dalle difficoltà del partito che ha sempre conservato i suoi valori”. Il giornalista e dirigente della Rai ha ringraziato l'autore per aver consegnato alla memoria dei repubblicani un libro che racconta una storia “che avevamo solo sentito raccontare dai colleghi che ci avevano preceduto. La testardaggine della 'Voce' rappresenta bene la fibra morale e culturale di questo giornale mutuati dal Pri”. Valentini ha voluto citare la testimonianza di un altro giornalista della “Voce” come Maurizio Molinari: “Al momento in cui ho lasciato la Voce Repubblicana con La Malfa alla segreteria e Andrea [Valentini] alla direzione, mi accorgo che in oltre 5 anni a Piazza dei Caprettari nessuno mi ha chiesto se ero iscritto al Pri o di partecipare a qualche iniziativa del partito. Un fatto che mi apparve ovvio e che oggi mi fa sentire sempre più legati ai valori e agli ideali di indipendenza del Pri”. Valentini ha voluto sottolineare che le parole di Molinari: “Sono un esempio importante. Se oggi osserviamo la storia della 'Voce' e i nomi di coloro che ci hanno lavorato troviamo nomi e storie di grande qualità giornalistica. Tutti hanno saputo valorizzare gli insegnamenti del giornale alla prova del mercato giornalistico”.
Infine, nelle sue brevi conclusioni, Giancarlo Tartaglia ha spiegato che l'idea del libro è nata nel 2011, quando la “Voce” ha compiuto 90 anni, su iniziativa del segretario del Pri Nucara che riteneva di ricordare degnamente questo anniversario. Tartaglia ha ricordato che la pubblicazione di un secondo volume sulla “Voce” sarà impossibile in vista del secolo di vita del giornale, ma ci sarà un e-book che verrà pubblicato sul sito del Partito per garantire un introito al Pri. Tartaglia si è limitato ad una riflessione sul suo libro: “Nel corso degli interventi degli amici hanno partecipato al dibattito ho colto un filo conduttore: non credo che oggi stiamo facendo un'operazione di nostalgia. Non siamo dei reduci. Molti di noi hanno fatto scelte politiche diverse, ma oggi siamo qui con grande partecipazione a parlare di valori comuni. Ho colto – ha aggiunto con amarezza - negli interventi di tutti anche una grande delusione su questo momento politico e per l'assenza dei partiti. E senza i partiti la politica diventa demagogia”. Con grande commozione, Tartaglia ha concluso: “Quando vedo tutti questi amici accorrere qui per dedicare due ore della loro giornata a parlare della 'Voce Repubblicana' mi accorgo che la generazione repubblicana che ha subito la diaspora sente ancora questi valori. Questi fenomeni non sono solo i segni della nostalgia di un passato che non c'è più, ma della ricerca della buona politica che hanno rappresentato la 'Voce' e il Pri”.

La politica si occupi di quel "problema"

Intervista a 
Voce Repubblicana
26 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Gli italiani vogliono che la politica si occupi delle carceri, ma non vogliono l’amnistia perché non lo ritengono un provvedimento utile. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Maurizio Pessato, Presidente della SWG.
Maurizio Pessato, che impressioni avete raccolto sull’amnistia, nei vostri sondaggi?
“Nell’ambito del nostro osservatorio settimanale abbiamo realizzato un sondaggio su un campione di popolazione rappresentativo dei maggiorenni residenti in Italia. Ed emerge una larga maggioranza che prende le distanze dall’amnistia e dall’indulto. Questo dato risulta anche a noi. E’ molto interessante vedere le motivazioni delle persone ascoltate”.
Che tipo di motivazioni vengono date e quanto c’entra Berlusconi nelle motivazioni che vengono date nel ‘no’ all’amnistia?
“La prima motivazione è che molti ritengono sia necessario esperire altre iniziative alternative all’amnistia per evitare che la questione venga riproposta nell’arco di pochi mesi o pochi anni. L’opinione pubblica chiede che venga fatto qualcosa di concreto e che non si ricorra a quello che viene definito come un ‘colpo di spugna’. Dall’altra parte c’è un’area, - soprattutto nella quota del centrosinistra – che vede la questione dell’amnistia in termini di surrettizio appoggio a Silvio Berlusconi. E hanno un atteggiamento di contrarietà legato a questo aspetto della vicenda”.
Quando avete realizzato il sondaggio?
“Nella settimana del messaggio del Presidente della Repubblica alle Camere sulle carceri”.
Quando era più rovente la polemica su Berlusconi?
“Tutti i giorni riservano sorprese di tipo politico in questo periodo”.
Se aveste fatto questo sondaggio nei giorni successivi il risultato sarebbe stato diverso?
“No, non sarebbe stato molto diverso. Sarebbe cambiato qualcosa, ma le persone non ragionano a caldo. In realtà a noi è parso che su questo argomento ci sia una questione sedimentata. L’opinione pubblica non appare totalmente chiusa di fronte all’attuale situazione carceraria. Nessuno si è dimostrato ostile a provvedimenti nei confronti del sistema carcerario per migliorare la situazione delle carceri. Non c’è una posizione che rifiuta questo. Il fatto è che l’amnistia è stata letta come l’ennesimo provvedimento che si annuncia privo di risultati nel tempo e, nel centrosinistra, come un atto che ha un valore politico contingente”.
Che tipo di campione avete interpellato?
“Abbiamo sentito un campione a rotazione e ascoltato circa 1500 persone”.
Se avesse fatto un sondaggio con un numero minore di interviste sarebbe stato meno preciso?
“Sì, sarebbe stato meno preciso e per noi sarebbe stato un problema fare la disaggregazione del sondaggio ovvero capire le posizioni degli elettori del centrodestra e del centrosinistra. Non ci sarebbero stati i margini per farlo”.

Robert Kennedy, il padre di tutte le intercettazioni

Nella foto Robert Kennedy suggerisce l'intercettazione del giorno al fratello
di Lanfranco Palazzolo
Il Tempo, 26 ottobre 2013

Robert Kennedy, il padre di tutte le intercettazioni telefoniche. Gli Stati Uniti sono un paese dove le intercettazioni telefoniche sono un grave danno per l'immagine della politica. Il primo politico a farne uso su larga scala, per combattere i nemici del fratello e controllare le amicizie scomode della famiglia Kennedy, fu indubbiamente Robert Kennedy ai tempi in cui era ministro della Giustizia.
La polemica che toccò il fratello di Jfk rischiò di fermare l'ascesa politica del fratello dell'ex presidente ucciso a Dallas circa 50 anni fa. Tutto accadde tra il 1966 e il 1967 nei mesi in cui Robert Kennedy era impegnato ad attaccare la figura del Presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson.
Nel maggio 1966 la Corte suprema degli Stati Uniti respinse la condanna di Fred B. Black Jr, vicino di casa di Johnson ai tempi in cui era vicepresidente. Black, che era stato condannato per aver evaso al fisco 91 mila dollari, era socio di affari del braccio destro di Johnson quando era al Senato, tale Bobby Baker.
La Corte suprema respinse quella condanna perché si era scoperto che il ministero della Giustizia, guidato da Bob Kennedy, aveva investigato su questo personaggio con sistemi poco leciti come le intercettazioni. Secondo la tradizione avviata dal Presidente democratico Roosevelt e dal ministro della Giustizia Biddle, negli Usa erano autorizzate solo le intercettazioni sui reati potevano mettere a rischio la sicurezza nazionale.
I retroscena di quella vicenda vennero alla luce il 5 dicembre 1966, quando il deputato repubblicano H.R.Gross scrisse una lettera al capo dell'FBI Hoover per chiedere delucidazioni sui sistemi utilizzati da Robert Kennedy: «Le sarei grato se lei volesse inviarmi qualsiasi documento in suo possesso in cui si autorizzi l'FBI a usare 'sistemi illegali di ascolto». Hoover rispose immediatamente inviando al deputato dello Iowa un documento che incastrava Robert Kennedy e che provava la complicità del ministro nell'utilizzazione dei «metodi illegali di ascolto».
Hoover scrisse che le intercettazioni furono autorizzate «per sua insistenza», riferendosi a R. Kennedy. La lettera che Hoover aveva allegato alla risposta era chiarissima. Nel documento, datato 17 agosto 1961, Robert Kennedy autorizzava, con tanto di firma, le intercettazioni «illegali».
Ma le sorprese non erano finite. Nella seconda metà del dicembre 1966 spuntò un verbale del giudice A. Evans, ex vicedirettore dell'FBI ai tempi di Kennedy ministro della Giustizia: Kennedy, era scritto in quel documento riservato, «si è compiaciuto per il fatto che avessimo adottato la sorveglianza microfonica…ovunque fosse stato possibile per indagare sulle questioni del crimine organizzato».
Aggiungeva inoltre che Bobby aveva detto che «avrebbe voluto vedere una lista delle sorveglianze tecniche in atto». Nell'altro memorandum spuntato, si scoprì che era stato Evans a proporre a Kennedy le intercettazioni di massa il 17 agosto 1961. Ma le risposte di Kennedy diventavano ogni giorno più ridicole. L'indomani della polemica, l'ex ministro dichiarò: «In due occasioni ho ascoltato delle conversazioni sul crimine organizzato che sembravano registrate ma non pensavo affatto che fossero registrate illegalmente o per tramite di un'agenzia federale».
Al termine di quella polemica Robert Kennedy era esausto e, senza un minimo di dignità, tentò di ottenere l'aiuto della Casa Bianca. Secondo quanto scrisse allora il «Washington Post»: «un collaboratore di Kennedy ha avvicinato due alti funzionari della Casa Bianca per sollecitare il loro aiuto e soffocare la polemica. I collaboratori di Johnson, esprimendogli tutta la loro solidarietà, hanno sostenuto che il Presidente non poteva 'controllare Hoover».

venerdì 25 ottobre 2013

La grande cazzata di "Italy in a day"

Cosa pensate degli scrocconi? Io alcuni scrocconi li ammiro, soprattutto se hanno bisogno. Ma se tra gli scrocconi trovo Gabriele Salvatores mi incazzo. Tra un'oretta comincia Italyinaday, il film collettivo che dovrebbero fare gli italiani filmando la loro vita. Io filmo sempre, ma domani mi asterrò dal filmare qualsiasi cosa. Invece di chiedere di svelare i misteri d'Italia questi si mettono a scopiazzare i programmi che fanno gli altri all'estero. Un minimo di fantasia ragazzi...E se il buongiorno si vede dal mattino guardate come questi hanno copiato lo spot sky. giudicate voi......
 

Pd e Pdl non hanno perso voti con l'indulto

Intervista a Luigi Crespi
Voce Repubblicana, 25 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Nel 2008 Pd e Pdl non hanno perso voti dopo l'indulto del 2007. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Luigi Crespi di Datamedia.
Luigi Crespi, in questi giorni sono stati pubblicati molti sondaggi che riguardano l'amnistia e l'indulto, che indicano un'opinione pubblica contro l'argomento. Che tipo di valutazione possiamo fare?
“Il mesaggio inviato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano alle Camere è un punto di rottura sull'agenda politica e sulle rilevazioni fatte nelle settimane precedenti da parte degli istituti di ricerche. Ci sono agenzie come Ipsos e altri che hanno dato un risultato che va dal 27 per cento dei favorevoli ad un 44 per cento di favorevoli (Ipr). C'è stata un grande scarto tra i risultati dei diversi sondaggi. Datamedia ricerche ha dato il 40 per cento. Questo dipende anche dalla domanda che viene posta. Ad esempio, molti hanno posto delle domande composite, ponendo al centro la questione se l'amnistia riguardasse o meno Silvio Berlusconi. L'atteggiamento degli elettori del centrodestra di fronte all'amnistia riguarda anche se la vicenda tocca Berlusconi. Se Berlusconi non entra nel calcolo sulle pene e sui reati da cancellare nell'amnistia, il giudizio degli elettori del Pdl e del Pd cambia. Alcuni sondaggi che mettono in relazione l'amnistia e la questione del Presidente del Pdl o non lo fanno danno risultati diversissimi. A quel punto, il giudizio degli elettori non è più una valutazione sull'amnistia, ma sulla situazione di Silvio Berlusconi. Credo che l'approccio corretto sia quello di confrontare il giudizio dell'opinione pubblica nel 2006 di fronte all'indulto. In quel caso gli italiani favorevoli all'indulto erano il 25 per cento. Non mi sembra che nella campagna elettorale del 2008 il voto dei partiti a favore dell'indulto abbia provocato dei cambiamenti di opinione nei confronti dei partiti. Il Pd e il Pdl non persero voti per quello che ricordiamo come l'indulto di Clemente Mastella”.
Esiste un sondaggio che ha dato la percentuale degli elettori favorevoli all'amnistia?
“No, questo non è mai accaduto. Può essere accaduto al termina di periodi particolari come la guerra o la fine della guerra civile. In quel caso potrebbe esserci stato un consenso di massa. Naturalmente questo dipende molto anche dai reati inclusi nel provvedimento di amnistia”.
L'influenza sul voto del 2008 non c'è stata perché l'opinione pubblica dimentica facilmente?
“Questo succede perché l'opinione pubblica è facilmente infiammabile e perché le parole sono d'ordine: 'devono morire in carcere' e 'certezza della pena'. Per i nostri politici è più facile esprimere questi concetti piuttosto che parlare a favore dell'amnistia e sostenerla e dire che nel nostro paese esiste un'amnistia sotterranea che si chiama prescrizione”.

E' uscito. "Pier Paolo Pasolini Povera Italia", a cura di Angela Molteni

Oggi è uscito a Roma "Povera Italia", libro curato da Angela Molteni che raccoglie articoli, scritti e interventi di Pier Paolo Pasolini. Si tratta di un libro postumo. La curatrice di "Povera Italia" è scomparsa lo scorso 11 ottobre. Non si tratta del primo libro curato o scritto da Angela Molteni, che si è occupata anche di altri temi. Non sapevo che Angela Molteni fosse un'ascoltatrice della Radio e che in passato aveva seguito molte mie interviste apprezzandole. L'ho saputo solo dopo la sua scomparsa. Conoscevo perfettamente il suo sito su Pasolini per un motivo molto semplice: in passato aveva ospitato una mia intervista a Giorgio Galli su Pasolini, in occasione della pubblicazione di "Pasolini comunista dissidente" (Kaos Edizioni). Inoltre, nello stesso sito, erano state pubblicate anche alcune mie valutazioni (negative) sulla FNSI dopo che avevo visto e ascoltato un giudizio durissimo di Pasolini nei confronti di un giornalista sindacale, tale Lorenzo Scheggi.
E nemmeno avrei mai immaginato che Angela Molteni avrebbe messo in "Povera Italia" un intervento di Pasolini che, per primo, avevo trascritto, che amavo molto e che avrei voluto vedere pubblicato su qualche grande testata. Il sogno si è in qualche modo realizzato perchè "Parole su Brema" è stato pubblicato nel volume della Molteni. "Parole su Brema" è un editoriale "sportivo" di Pasolini su "Sprint" una trasmissione sportiva della Rai del gennaio 1996 all'indomani di un incidente aereo nel quale perirono tutti i componenti della squadra nazionale italiana di nuoto. L'editoriale in questione è stato pubblicato nel 2008 in questo blog. Certo, fare un libro è qualcosa di unico. Da giornalista mi rendo conto che la pubblicazione di un libro ti rende in qualche modo immortale perchè il libro vive con te oltre la tua esistenza.
E forse questo libro della Molteni resterà come una delle più belle testimonianze per ricordarci di Pasolini, ma anche di chi ha avuto l'idea di regalarci questa straordinaria testimonianza. Grazie.

giovedì 24 ottobre 2013

Mario Monti e il popolarismo europeo

Intervista a Potito Salatto
Voce Repubblicana, 24 ottobre 2013 
di Lanfranco Palazzolo

Mario Monti si è dimesso dai vertici di Scelta civica perchè aveva capito che il suo movimento sta guardando verso una nuova prospettiva politica: il popolarismo europeo. Lo ha detto alla “Voce” l'europarlamentare dei Popolari per l'Europa Potito Salatto.
Onorevole Salatto, cosa pensa delle polemiche che riguardano le dimissioni di Mario Monti dai vertici di Scelta Civica? Una decisione che era nell'aria da settimane. Cosa sta accadendo?
“Io faccio parte di una componente politica dei popolari europei nata dalla sintesi dell'Udc e da Fli e Svp. La giustificazione politica che ha dato l'ex Presidente del Consiglio Mario Monti è strumentale. La reazione scomposta e l'acredine che abbiamo ascoltato in questi giorni sottendono un timore del senatore Monti. La preoccupazione che ben presto possa realizzarsi in Italia un Partito popolare europeo che si richiami alla tradizione del popolarismo Ue. In questa prima fase Monti pensava di essere il leader di questo schieramento. Purtroppo, in questo paese non ci si rende conto che esiste una nuova generazione che ha preso le redini della politica del paese. Mi riferisco a Matteo Renzi e a Enrico Letta, Lorenzo Cesa, Angelino Alfano. Questa nuova generazione si affaccia alla politica con uno spirito nuovo e con gli ideali di riferimento europei. Questo accade perchè il paese ha bisogno di disegni di sviluppo che non esistono ancora in tutta Europa. La classe dirigente europea è quella che ha una visione migliore dello sviluppo della società. Mario Monti ha preso questa decisione dopo che ha visto una parte del suo movimento è entrato in questa prospettiva di rinnovamento. Le liste civiche, i movimenti civici sono comete di passaggio che stanno per scomparire”.
Pensa che Angelino Alfano faccia parte di quello schieramento di centro in grado di poter sostituire il vecchio bipolarismo?
“Quello che abbiamo visto nel Pdl all'inizio di ottobre è la conferma della fine di quello che viene chiamato come leaderismo. I leader come Silvio Berlusconi non hanno mai accettato il contraddittorio e decidevano la linea come e quando volevano loro. Questa legge elettorale ha appoggiato e sostenuto questa forma di leaderismo. Il procellum ha consentito ai partiti politici di sostenere il leaderismo. Quello che abbiamo visto è il primo atto di ribellione al leaderismo. Noi vogliamo costituire il nuovo Partito popolare europeo che non sarà mai un partito antiberlusconiano. Ecco perchè aspettiamo dagli esponenti del Pdl una nuova risposta”.
Cosa farete in vista delle prossime elezioni europee?
“Lo scontro per la prossima campagna elettorale per le elezioni europee sarà caratterizzata dallo scontro tra chi sostiene l'Europa e chi è antieuropeista, che nasce dalla crisi economica dell'Unione europea”.

mercoledì 23 ottobre 2013

Alla presentazione del libro di Giancarlo Tartaglia sulla storia della "Voce Repubblicana".

A destra Guido Compagna
 Mercoledì scorso si è svolta la presentazione del libro di Giancarlo Tartaglia dal titolo "La Voce Repubblicana. Il giornale della libertà e della democrazia". All'incontro erano presenti molti amici repubblicani. Grazie agli amici della Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo che ha organizzato l'appuntamento, che è stata l'occasione per ritrovarsi. Buona visione e lettura del mio articolo sotto. E lunga vita alla "Voce". 
Lo storico Massimo Scioscioli
Riccardo Bruno



L'assessore Franco Torchia

Pino Bergamante

Il libro di Tartaglia

Il segretario del Pri Francesco Nucara




Stefano Folli

Aggiungi didascalia




Riccardo Bruno e Chiara Capotondi

Giancarlo Tartaglia




Stefano Tomassini





L'introduzione di Alfredo Arpaia























Andrea Valentini






Giancarlo Tartaglia

Di spalle Carla Mazzuca

Antonio Duva

Saverio Collura con Francesco Nucara