martedì 19 novembre 2013

Caspita, che conservatore quel Jfk!

Il Tempo, 19 novembre 2013
Di Lanfranco Palazzolo

Il camerata Jfk. Nei giorni dell'anniversario dell'attentato di Dallas, che provocò la morte del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy, tutti gli storici della “bella politica progressista” sono pronti a spellarsi le mani per Jfk. Ma il giudizio che è stato consegnato alla storia su quest'uomo è legato a ciò che si è voluto vedere dell'immagine di quel Presidente, senza giudicare Jfk per quello che effettivamente fu. John Kennedy fu un politico ancorato ai valori della conservazione. La storia della destra fu per Kennedy motivo di ispirazione. Durante un suo viaggio in Spagna, negli anni '30, mentre era in corso la guerra civile, Jfk disse che il fascismo e il nazismo erano connaturati all'Italia e alla Germania e che parteggiava per i franchisti. I socialisti Luigi Covatta e Gino Rocchi, nel loro libro dal titolo “John Kennedy, l'uomo della nuova frontiera” (1964) furono costretti ad ammetterlo. Il giovane Kennedy non rimase stupito quando vide dei nazisti che, nell'agosto 1939, bruciavano i libri non graditi al regime, come raccontò A. Gromiko in “John Kennedy e la macchina del potere”. Kennedy decise di scendere “in campo” dopo aver letto, all'inizio degli anni '40, un saggio di Amintore Fanfani, dal titolo “Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo”. Quel libro era stato scritto da Fanfani durante il ventennio e fu un saggio molto considerato dal regime. Kennedy rivelò questa passione per il Fanfani corporativo quando il segretario della Dc venne alla Convention democratica del 1956. Nel suo primo saggio dal titolo “Perchè l'Inghilterra dormì” (1940), Kennedy accusò la democrazia inglese di essere stata troppo debole, sostenendo questa tesi: “Dovremmo riconoscere i vantaggi di una dittatura nella preparazione di una guerra”. Nell'agosto 1945 dalla sua bocca sarebbe uscito di peggio, durante una visita in Germania: “Chi ha visto questi luoghi – disse Jfk - può senz'altro immaginare come Hitler, dall'odio che adesso lo circonda, tra alcuni anni emergerà come una delle personalità più importanti che siano mai vissute”. Lo stesso filosofo liberale Bertrand Russel non esitò a definire Kennedy più “malvagio di Hitler” per aver scatanato la guerra in Vietnam. Nel suo secondo saggio dal titolo “Ritratti del coraggio” (1955), Kennedy magnificò la figura del senatore Robert Taft che ebbe il “coraggio” di dire che il processo di Norimberga contro i criminali nazisti era stato ingiusto. E proprio grazie all'aiuto di Taft Kennedy approdò al Senato. Rose Kennedy, la madre di Jfk, fu l'unica donna ad essere nominata contessa della borghesia nera, durante il pontificato di Papa Pacelli, pontefice disprezzato dalla sinistra. Gli uomini di collegamento di Jfk con gli italo-americani erano fascisti. L'italo americano Philip Cordaro gli presentò il futuro deputato del Msi Angelo Nicosia, che frequentò casa Kennedy e accompagno spesso i Kennedy in Italia. Martin Luther King non lo votò alle presidenziali del '60 perché non si fidava di lui. E aveva ragione. Il fratello di jfk, il ministro della Giustizia Robert Kennedy, lo fece intercettare perché temeva fosse comunista. All'indomani della sconfitta della baia dei Porci Jfk si permise il lusso di una citazione di Galeazzo Ciano: “La vittoria ha tanti padri, mentre la sconfitta è sempre orfana”. Alla fine del 1962 la filosofa americana Ayn Rand attaccò la “nuova frontiera” di Kennedy definendola “The fascist new frontier”. Nel 1962 un militante della sinistra, tale Giovanni Ardizzone, venne ucciso dalla polizia italiana mentre manifestava contro Kennedy. Ma oggi, nessuno dei grandi progressisti italiani, sprecherebbe una sola parola per difendere questo studente per togliere dal suo Pantheon il “compagno Jfk”.

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