venerdì 27 settembre 2013

E' arrivato il politico della domenica



Intervista a Raffaele Liucci
Voce Repubblicana, 27 settembre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Il mio libro nasce per svelare le cattive cose fatte da Massimo Cacciari  da sindaco di Venezia. Lo ha detto alla “Voce” Raffaele Liucci, autore de “Il politico della domenica. Ascesa e declino di Massimo Cacciari” (Stampa Alternativa).

Perché ha deciso di scrivere un libro su Cacciari?

“Volevo svelare anche ai non veneziani tutte le cattive cose da lui fatte durante il suo lunghissimo regno come sindaco (tre mandati dal 1993 al 2010, più uno in mezzo per interposta persona). Ora Venezia è una città in fortissimo declino, spopolata e svenduta a un turismo rapace, simboleggiato dall’inquinamento visivo e atmosferico provocato dalle grandi navi. Più in generale, Venezia ha sempre prodotto figure politiche catastrofiche, da De Michelis a Brunetta. L’unico che salverei è il «veneziano di terraferma» Bruno Visentini, rara figura di «gran borghese», non a caso odiatissimo in una terra – il Veneto – innervata da parrucconi, beghine e piccoli borghesi anarcoidi. Ma Cacciari esemplifica anche il fallimento dell’intellettuale militante di sinistra affacciatosi alla politica negli anni Sessanta”. 

Considera questo personaggio un prodotto della partitocrazia?

“No, per la verità Cacciari non ha nulla a che fare con la partitocrazia. S’è sempre presentato come un personaggio indipendente e, al di là delle sue frequentazioni più o meno discutibili, non è assimilabile alla «casta», anche per stile di vita. Ciò premesso, debbo aggiungere che Cacciari di politica, secondo me, non ha mai capito nulla, al pari di D’Alema. Come scrivo, «il suo curriculum è una lista ininterrotta di fiaschi, da far impallidire una cantina sociale”.

Cosa ha scritto del Cacciari comunista?

“È stato deputato del Pci negli anni Settanta, membro della commissione Industria di Montecitorio. Ma politicamente nasce come «operaista», al fianco di Toni Negri, insieme al quale illustrava agli operai di Porto Marghera le pagine del Capitale di Marx. Dopo «l’indimenticabile ’89» si trasformerà in uno sponsor della svolta di Achille Occhetto, sentenziando: «Meno male che nel 1948 vinse la Dc, altrimenti avremmo fatto la fine della Romania di Ceausescu”.

Considera Cacciari un trasformista?

“In effetti, io mi dilungo, con stile sarcastico, sulle sue innumerevoli giravolte, da Toni Negri a Rutelli e Montezemolo, passando per don Verzé”.

Le sue teorie filosofiche sono da sempliciotto?

“Più che sempliciotte, direi indecifrabili. Anche molti suoi colleghi filosofi lo accusano di scrivere in «filosofese». Del resto, nella cultura italiana l’oscurità è stata sempre sinonimo di profondità. Nei paesi più civili, invece, come non si stancava di ripetere Paolo Sylos Labini sulla scia di Salvemini ed Ernesto Rossi, «la chiarezza nello scrivere e nel parlare è lo specchio dell’integrità morale». 

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