lunedì 25 novembre 2013

Garibaldi fu sconfitto sul Tevere



IL TEMPO, 25 novembre 2013
di Lanfranco Palazzolo

L'ultima sconfitta del generale sulle rive del Tevere. Giuseppe Garibaldi è riuscito a sconfiggere molti nemici prima di appendere la sciabola al chiodo. Nella sua lunga e onorata carriera di generale e di uomo pubblico, Garibaldi è anche andato incontro a molte delusioni. Nel 1875, il generale presenta un progetto di legge per evitare lo straripamento del fiume Tevere. Si tratta di un'iniziativa ambiziosa, ma anche di una fissazione di Garibaldi che non sopporta di vedere il fiume della nuova capitale del Regno in quelle condizioni. Il fiume è soggetto allo straripamento e alla malaria come  accade nel 1870; anno in cui Roma viene liberata dai papalini. Nella relazione al suo progetto di legge, Garibaldi scrive che non sopporta “il vedere un fiume che corre sregolato, senza difese alle sue sponde, lasciando intieramente in balia delle sue acque perfino una grande città, capitale di uno Stato”. Queste parole vengono ripetute da Garibaldi in aula il 25 maggio 1875. Il giorno dopo, nel corso di quello che passerà alla storia come il suo ultimo intervento in Parlamento, Garibaldi dice di aver presentato quel progetto per fare di Roma il vanto del mondo agli occhi dei turisti che vogliono vederla: “E quando noi l'avremmo dotata di lavori che la preservino dalle inondazioni e dalla malaria, certamente si moltiplicherà il numero dei visitatori”. Garibaldi propone la deviazione del fiume Aniene e la sistemazione del tratto urbano del Tevere nella prospettiva di creare il grande porto di Roma ad Ostia. I deputati, che  vedono piombare Garibaldi a Roma, ricordando il suo scontro con Cavour nel 1861, non hanno voglia di appoggiare il suo progetto sul Tevere. Il Presidente del Consiglio Marco Minghetti, che vuole raggiungere il pareggio di bilancio a tutti i costi, risponde a Garibaldi che lui non ha nessun problema a dare al provvedimento il timbro dell'urgenza, ma a patto che alla previsione di spesa corrisponda anche una previsione d'entrata cioè una nuova tassa. Viene subito nominata una Commissione incaricata di esaminare il progetto. La presiede un vecchio marpione della sinistra storica: Agostino Depretis. I deputati non vogliono l'introduzione di una “tassa Garibaldi”. Il deputato Ferdinando Petruccelli della Gattina,  è contrario alla “tassa Garibaldi”. L'autore dei “Moribondi di Palazzo Carignano” propone, in alternativa, alcuni tagli (irrealizzabili) al bilancio: la soppressione del Consiglio di Stato, delle sottopreture e della Corte di Cassazione. Ma Pretuccelli della Gattina solleva un'altra obiezione: perché fare qualcosa per il Tevere mentre nel suo collegio della Valle del Busento è stato fatto nulla?! Un'autentica pugnalata alle spalle del generale. Garibaldi osserva atterrito lo scontro. In una lettera a Jessie Withe Mario, la “Giovanna D'Arco” del Risorgimento italiano, Garibaldi scrive: “Con le loro Commissioni superiori, le quali nominano le sottocommissioni, vi mandano all'infinito, e non si arriva a capo di nulla”. Garibaldi è amareggiato. Da Caprera, manda ben sette articoli al quotidiano “La Gazzetta della Capitale” sulla sistemazione del Tevere. I deputati si metteranno d'accordo per un progetto che prevede l'erezione di argini urbani. Garibaldi non approva l'iniziativa affermando che quella non è la soluzione. Da allora, il generale che temeva l'avvento della democrazia parlamentare dicendo che l'Italia non avrebbe dovuto 'affidare la sua sorte a cinquecento dottori', non si fece più vedere a Montecitorio.   

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