lunedì 30 dicembre 2013

La guerra per quel discorso nato insieme alla Repubblica



IL TEMPO, 30 dicembre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Tutta colpa di Luigi Einaudi. Mai come quest’anno il discorso del Presidente della Repubblica è stato così importante e atteso con polemica dai partiti politici. In attesa delle parole del Capo dello Stato sulla situazione del Paese è opportuno fare una carrellata sui discorsi di fine anno del Presidente della Repubblica. In concomitanza a quando avviene in Germania, questa tradizione nasce il 31 dicembre del 1949 grazie al primo Capo dello Stato: Luigi Einaudi. A ricorrere a questo messaggio non ci aveva pensato il primo capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola. La ragione di questa scelta sta alla cautela istituzionale di De Nicola che in passato era stato Presidente della Camera, tra il 1920 e il 1924, e aveva appoggiato alcune iniziative politiche di Mussolini. Per lui la prudenza fu quasi un obbligo. Einaudi non aveva questo impaccio. Il suo messaggio, in assenza della televisione, passa quasi del tutto inosservato anche se vi è un appello a Dio, del tutto impensabile nei messaggi di fine anno attuali: “Possa l’anno che sorge – afferma Einaudi -, con l’aiuto di Dio, essere per tutti foriero di talune tra le soddisfazioni desiderate e possa il suo volgere confortare di un’atmosfera di pace in cui sia a tutti dato di realizzare nuove tappe sulla via del progresso e della pace”. Parole che mettono d’accordo tutti nello spirito della nuova Carta costituzionale approvata appena due anni prima. Il Presidente della Repubblica non ha mai scritto questi messaggi da solo e si è sempre avvalso dell’aiuto di un consigliere giuridico altamente qualiticato. Personaggi come Giovanni Gronchi e soprattutto come Antonio Segni non si sarebbero mai affidati ad un messaggio scritto di proprio pugno tante erano e continuano ad essere le insidie di questo appuntamento. I discorsi presidenziali sembrano sempre tutti uguali a se stessi con gli intermezzi legati ai fatti importanti dell’anno concluso. Il 31 dicembre 1963, nel suo secondo e ultimo messaggio, Antonio Segni ricorda come “il nostro paese, nonostante le inevitabili difficoltà , continua ad avanzare sulla via del progresso, tutto proteso nella attuazione dei principi di giustizia sociale, di libertà democratica, di spirituale e materiale elevazione posti a base dell'ordinamento repubblicano”. Neanche il Presidente più contestato dalle sinistre riesce a provocare le ire delle forze politiche. Con Giuseppe Saragat, nei messaggi di fine anno del Capo dello Stato fa il suo ingresso il principio della lotta  di classe e dello scontento nei confronti della classe politica. Il 31 dicembre 1968 è Saragat a mettere in evidenza i ritardi della politica: “Io stesso – afferma Saragat - ebbi a parlare di crisi etico-politica, e c'è chi la individua nel fatto che la società civile - nella sua marcia impetuosa - è in anticipo sulle strutture politiche e sulle capacità di adattamento dei gruppi politici e burocratici che le gestiscono: di crisi cioè nei rapporti tra cittadini e stato. C'è del vero in tutto ciò, ma in questo modo si coglie solo un aspetto del problema. La crisi, in realtà, è più vasta e ha un significato più generale. Si tratta di una crisi nei rapporti tra i ceti popolari - contadini, operai, impiegati di livello più modesto, in una parola di lavoratori meno favoriti - e tutte le categorie dirigenti della nazione”. Non è un caso che alla fine di quel mandato si ritorni sui passi della tradizione con Giovanni Leone, un Presidente della Repubblica ingiustamente criticato. Tuttavia, nei suoi messaggi di fine anno, Leone non rimuove nessuno dei problemi del paese. Anzi, dimostra di non accettare le derive nella restrizione dei diritti individuali di fronte al terrorismo quando, nell’ultimo messaggio del 31 dicembre 1977, ammette: “Il clima di paura e di violenza non può rimanere alla lunga l'immagine di un paese civile. Bisogna riconoscere che vi sono stati in questi ultimi tempi un più accentuato impegno, una grande sensibilità a anche l'adozione di strumenti nuovi, posti in essere per la lotta alla violenza, al terrorismo, al crimine, sulla base delle direttive del Governo, sostenuto dal Parlamento e dalle forze politiche e sociali anche attraverso grandi mobilitazioni democratiche. Troppo spesso però dimentichiamo che il crimine si combatte soprattutto se viene isolato dalla coscienza civile, e mai coperto o teoricamente giustificato”. Ma è con Pertini che arriva una svolta politica. La caratteristica dei messaggi dell’esponente socialista è che sono messaggi di sofferenza e di partecipazione. Spesso Pertini dichiara di non aver voglia di parlare per non turbare il clima delle feste, Ma lo fa sempre anche dimostrando di andare in una posizione diametralmente opposta a quella del governo come quando, in piena corsa per il riarmo, propone una politica per il disarmo. Ma Pertini non manca di attaccare anche l’Unione Sovietica, come fa, proprio lui che aveva commemorato Stalin al Senato, il 31 dicembre 1981: “Siamo preoccupati per quello che accade nell'Afghanistan. Ma come, noi che siamo stati partigiani, che abbiamo lottato contro i nazisti e contro i fascisti per la libertà, dovremmo rimanere indifferenti di fronte alla lotta che stanno sostenendo i partigiani afghani contro il dominatore straniero [l’Urss, nda]? La nostra solidarietà quindi ai partigiani afghani”. Ma il messaggio più breve della storia dei discorsi di fine anno è quello di Francesco Cossiga il 31 dicembre 1991. Pochi mesi prima delle sue dimissioni anticipate, Cossiga rivolge un brevissimo messaggio agli italiani nel quale annuncia di voler tacere per non innevorsire il Pds, forza politica che ha promosso contro di lui l’impeachment. Per questo motivo Cossiga si presenta agli italiani con un non discorso: “Ed allora mi sembra meglio tacere. Vi sarà certo altra più appropriata occasione per farvi conoscere il mio schietto pensiero ed i miei propositi.  Mi duole di avervi forse deluso Ma sono certo che voi, gente comune del mio Paese, vorrete comprendermi e, se lo ritenete, anche perdonarmi. Non voglio però farvi mancare questa sera, che spero di gioia e di serenità, il mio sincero e caloroso augurio”. Qualche mese dopo, il 28 aprile 1992, si dimetterà. Oscar Luigi Scalfaro non sarà da meno. Il suo messaggio di fine anno più drammatico sarà quello del 31 dicembre 1994, alla fine dell’esperienza del I governo Berlusconi, quando l’ultimo giorno dell’anno arriva a sconfessare la politica del governo appena dimesso. Di fronte agli italiani, Scalfaro tuona: “Noi abbiamo bisogno di stabilità politica. Abbiamo bisogno di credibilità politica. Abbiamo bisogno di fiducia politica. Abbiamo bisogno di aumentare stima e fiducia verso l'Italia sul piano internazionale. Per tutto questo si chiede, giustamente, il massimo impegno al Presidente della Repubblica. Si chiede il massimo impegno a tutti gli organi costituzionali dello Stato. Ed è giusto!”. Oscar Luigi Scalfaro e tutti gli altri Presidenti prima di Napolitano hanno in comune di non aver affrontato un secondo mandato. Oggi ci troviamo, per la prima volta nella storia repubblicana ad un discorso di fine anno di un capo dello Stato al suo secondo mandato. Un secondo mandato che forse, nessuno dei suoi predecessori, avrebbe mai avuto il pudore di accettare. A cominciare a Luigi Einaudi, un Presidente discreto e rispettoso delle norme costituzionali.

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