mercoledì 24 aprile 2013

L'eretico di Siena cita "Il compagno Napolitano"

Voglio ringraziare personalmente Raffaele Ascheri che ieri ha pubblicato, sul suo blog, un post su "Il compagno Napolitano". Ascheri è noto per essere "L'eretico di Siena". Il nome è nato dopo che Ascheri ha preso una posizione netta contro il potere politico ed ecclesiastico di questa città. "La casta di Siena" e la Biografia "Non autorizzata" su Giuseppe Mussari sono due volumi da ricordare per capire il potere politico e l'andazzo di questa città. Ecco perchè non posso che essere onorato di questa citazione. Grazie di cuore.  

 di Raffaele ASCHERI

 

Ancora inorriditi per l'incredibile rielezione geriatrica di Giorgio Napolitano, l'eretico è andato a riprendersi in mano un libro di straordinario interesse politologico, "Il compagno Napolitano", curato dall'ottimo Lanfranco Palazzolo, e pubblicato dalla Kaos a novembre 2011.

 In un tripudio di neopatriottismo, il compagno Giorgio si  guarda bene dal ricordare ai suoi fans di quando era sì patriottico, ma pro-Urss. Palazzolo non scrive solo della sconcertante presa di posizione a favore dei carri armati sovietici nel 1956 a Budapest (articolo che basterebbe a renderlo unfit a rivestire qualunque incarico nazionale, se fossimo in una Nazione seria), ma tira fuori una chicca molto poco conosciuta dai più, e opportunamente messa nel dimenticatoio da chi di dovere. Ricordate Solgenitsyn ("Arcipelago Gulag"), il dissidente sovietico che si è fatto anni ed anni di gulag, prima di venire espulso dall'Urss? Ebbene, nel 1974 (Napolitano non era un giovanotto preso da "astratti furori", ma un 49enne già da anni in piena carriera politica) il futuro Presidente italiota prendeva carta e penna e, sulle amiche colonne de l'Unità prima e di Rinascita dopo, vergava il Napolitano-pensiero sull'affaire Solgenitsyn (che in quel momento si era già fatto 8 anni nei gulag siberiani, incidenter tantum).
Il succo del suo editoriale, vergato con un linguaggio di insopportabile impronta burocratico-comunista, è che l'Occidente (con i "pesanti condizionamenti oggettivi che la struttura economica-sociale capitalista comporta") non può dare lezioni, quanto a libertà di espressione, all'amato Urss: e giù polemica ad personam contro il democristiano Flaminio Piccoli (altro che larghe intese, altro che genuflessioni filopapali...); poi Napolitano porta avanti la sua tesi sul dissidente russo: Solgenitsyn, in buona sostanza, se l'è cercata (!), assumendo "un atteggiamento di "sfida" allo Stato sovietico e alle sue leggi, di totale contrapposizione, anche nella pratica, alle istituzioni, che egli non solo criticava ma si rifiutava ormai di riconoscere in qualsiasi modo" (si sarà mai vergognato, Giorgio Napolitano, di queste sue frasi, almeno la mattina di fronte allo specchio, più o meno quirinalizio?). Per concludere con una sbrodolata agiografica sull'Urss di Breznev (non di Gorbaciov, di Breznev!): andando dalla "immensa portata liberatrice della Rivoluzione d'ottobre", fino allo "straordinario bilancio di trasformazioni e di successi del regime socialista".
L'unica figura che Napolitano, in piena ortodossia da XX Congresso del Pcus, osava mettere in discussione era quella di Stalin; Breznev, evidentemente, era un padre della Patria, di quella Patria che più allora gli aggradava.
 Ed ecco, nel finale, l'uomo delle grandi intese Pd-Pdl che veleggiava dritto verso il radioso futuro dell'avvenire in salsa italiota:
"Una strada noi non possiamo che indicarla a noi stessi: la strada da percorrere per avanzare in Italia, nella democrazia ed in pace, verso il socialismo".
In seguito, dal socialismo reale di Lenin e di Breznev, dell'Urss e della Ddr, il futuro Presidente è passato alla vicinanza con il socialismo craxiano (quando si faceva chiamare "migliorista"), per poi approdare all'appeasement con un altro socialista (un po' sui generis), di nome Silvio.
Per Napolitano, c'è stato un tempo per Kruscev e Breznev, ed uno per Berlusconi e D'Alema: la Storia lo condannerà senza pietà per entrambe le sponsorship.
 Ma la fetida politica di oggi - che niente sa dell'Urss e della dissidenza sovietica -, ignora il primo sbandamento, e lo premia per il secondo.
 Noi, tra Solgenitsyn e Napolitano, stiamo con il primo (che purtroppo non c'è più), così come dovrebbe essere per tutti gli uomini liberi. Napolitano lo lasciamo, molto volentieri, agli altri.

Ps Abbiamo sottaciuto tutte le Leggi ad personam firmate dal Presidente Napolitano; ricordiamo solo che Napolitano è il Presidente che accolse fra le fila ministeriali (Ministro delle Politiche agricole) tale Saverio Romano, in quel momento accusato dalla Magistratura di concorso esterno in associazione mafiosa. Per non parlare delle telefonate con Nicola Mancino...

Abbiamo bisogno di larghe intese



Intervista a Gianfranco Rotondi 
Voce Repubblicana, 24 aprile 2013
di Lanfranco Palazzolo

Oggi il Paese ha bisogno delle cosiddette larghe intese tra i due grandi partiti. Il Pd non deve spaventarsi di fronte alle emergenze del paese. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il deputato del Popolo delle libertà Gianfranco Rotondi.
Onorevole Rotondi, dopo l'elezione e il giuramento del Presidente della Repubblica quali sono gli scenari possibili?
“Io ho stima di Giorgio Napolitano e l'ho apprezzato. Non è un caso che Napolitano sia il primo Presidente della storia della Repubblica ad essere rieletto. Il mio spirito è quello di tutti gli italiani che si riconoscono in lui e nel ruolo che ha saputo svolgere”.
Nel 2006 lo aveva votato?
“No, non lo avevo votato perché il centrodestra aveva deciso di non votarlo”.
Che importanza ha dato al lavoro svolto dai saggi indicati da Giorgio Napolitano?
“Il lavoro è stato utile perché ha permesso di nascondere bene l'impotenza del primo partito politico italiano, che non è stato in grado di formare un nuovo governo”.
Lei è favorevole alle cosiddette larghe intese, che potrebbero essere l'unica possibilità per salvare questo paese?
“Io sono favorevole alle larghe intese tra i maggiori partiti a condizione che duri cinque anni e che sappia resistere al costo dei consensi che costerà questa alleanza. Il problema è il Partito democratico. Se in questo partito si spaventano per un tweet figuriamoci cosa succederà quando arriverà la prima difficoltà”.
Berlusconi ha fatto una bella figura dimostrando di essere davvero un uomo di Stato?
“Berlusconi ci ha guadagnato perché ha capito che il paese si può salvare solo così. E' assurdo pensare di portare al governo Grillo. Il comico genovese è simpatico, ma a me non fa paura. Credo sia irresponsabile mettergli in mano le chiavi del governo del paese. E' un errore da evitare”.
Come si è comportato il segretario dimissionario del Pd Pierluigi Bersani nella gestione della crisi e poi nella partita per il Quirinale?
“Io difendo Bersani per quello che è successo. La colpa non è sua. Il segretario del Pd deve fare i conti con un partito largamente ideologizzato e caratterizzato dall'antiberlusconismo. Il problema del Pd è di aver sostituito il marxismo con la filosofia anticasta. Il vecchio Pci avrebbe difeso il Parlamento da tutte queste critiche e avrebbe difeso i redditi dei parlamentari per non trasformarli in strumenti del potere finanziario”.
Il programma del prossimo governo sarà quello dei saggi?
“Il problema dell'Italia, da almeno vent'anni, è lo stesso: mettere a posto i conti pubblici in linea con le condizioni richieste dall'Unione europea”.
Come si fa a formare un nuovo governo se il Pd non ha una guida politica?
“Io ho dei dubbi che si possa fare un governo con questo Partito democratico. Oggi abbiamo bisogno di un governo davvero responsabile”.