giovedì 29 agosto 2013

Meno male che Emma è coerente



Intervista a Gea Schirò Planeta
Voce Repubblicana, 29 agosto 2013
di Lanfranco Palazzolo

La posizione assunta dal ministro degli Esteri Emma Bonino sulla Siria è stata di coerenza e riflessione. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” l’onorevole Gea Schirò Planeta di Scelta Civica, membro della Commissione Affari comunitari.
Onorevole Schirò, cosa pensa della posizione di prudenza assunta dal nostro paese sulla crisi siriana e dopo che si appreso dell’utilizzo di armi chimiche da parte del regime dittatoriale di Assad?
“Non è stata una posizione di prudenza, ma di coerenza e riflessione politica. L’esperienza del ministro Emma Bonino è una garanzia. Da lei ci aspettavamo una posizione come questa. Dal dibattito che si è svolto nelle Commissioni esteri congiunte di Camera e Senato sono emerse delle novità nell’espressione dei punti di vista. Nel mio intervento ho parlato della posizione della Turchia. Secondo me questo è il momento giusto per affrettare l’ingresso della Turchia nell’Unione europea perché, in questo modo, si romperebbe quel fronte arabo saudita e turco di sostegno ai ribelli e si incoraggerebbero dei segnali all’Europa”.  
Come giudica l’inasprimento assunto dall’amministrazione americana sul conflitto. Questo è dovuto alla posizione assunta dal Segretario di Stato Usa Kerry oppure dai repubblicani?
“I repubblicani hanno sempre avuto una linea chiara a favore dell’interventismo americano negli scenari internazionali. Il capo dei servizi segreti dell’Arabia Saudita, che gestì l’acquisto di armi per 40 milioni di Sterline dall’Inghilterra, non è un pacifista. Secondo me quello non è il punto. I grandi giochi politici ci sono in queste mediazioni interne di cui noi non siamo a conoscenza. La prudenza c’è stata, ma gli interessi Usa dell’area sono diminuiti. Il problema è l’Europa e non la posizione degli Stati Uniti. L’Unione europea potrebbe creare una grande NAFTA del Mediterraneo, ampliando gli scambi anche con il Medio Oriente e il Maghreb”.
E’ preoccupata della situazione in Egitto, paese in cui  lo scontro tra le fratellanze musulmane e la giunta militare torna periodicamente? I militari hanno fatto bene ad affidare il governo ad un economista liberale?
“E’ difficile giudicare gli eventi in paesi dove non esiste un’agibilità democratica. Non dobbiamo dimenticare che anche Mubarak era un generale dell’esercito egiziano. Il disastro politico dell’Egitto è stato provocato anche da una Costituzione scritta troppo in fretta e senza contare sull’apporto di altri paesi vicini. Questa accortezza è stata messa in atto dall’Afghanistan che si è avvalso dei contributi di altri costituzionalisti arabi, americani ed europei. I militari hanno riportato il ceto medio produttivo alla serenità, ma i crimini commessi dalla Giunta militare nelle piazza del Cairo e in altri luoghi del paese rientrano nei crimini contro l’umanità”.

Il Corriere della Sera online cita "Il Parlamento inutile"

A sentire Gabriele Turi, nello scorso ventennio il fronte berlusconiano avrebbe perseguito con successo un disegno di conquista dell’egemonia intellettuale. Ma nel suo libro La cultura delle destre (Bollati Boringhieri) cita soprattutto iniziative abortite, riviste defunte, fondazioni inoperose. Ma quale egemonia? Semmai il saggio di Turi illustra due fenomeni diversi, con cui l’esperienza politica del Cavaliere ha rapporti solo indiretti: la crisi devastante dell’intellighenzia di sinistra, da cui provengono quasi tutte le «teste d’uovo» berlusconiane, e la persistenza di un antico senso comune conservatore, un po’ bigotto e assai refrattario all’antifascismo, tornato a galla proprio grazie al naufragio dell’ideologia progressista.
Assai più utile, per capire il prolungato successo del Cavaliere, risulta il saggio di Giovanni Orsina Il berlusconismo nella storia d’Italia (Marsilio), che presenta il messaggio politico del proprietario di Mediaset come «un’emulsione di liberalismo e populismo». Al centro l’autore colloca il mito della «buona società civile», oppressa dallo Stato esoso e dalle pretese pedagogiche dei partiti, della quale Berlusconi dichiarava di voler liberare le energie compresse. Ma il guaio, che la stessa analisi di Orsina spesso segnala, è che la società italiana così sana, competitiva e vivace non lo è proprio, per cui i governi di centrodestra non hanno fatto molto più che assecondarne la tendenza al declino, contribuendo a rendere ancora più distruttiva l’ondata dell’antipolitica che il magnate di Arcore aveva già copiosamente alimentato.
Alla fine, se emulsione è stata, nella miscela berlusconiana il populismo ha prevalso di gran lunga sul liberalismo, ridotto in sostanza alla pur fondata denuncia dell’oppressione fiscale. Ma si è trattato di un populismo molto particolare, di cui ci aiuta a sviscerare la natura Stenio Solinas, autore irregolare cresciuto nell’alveo della destra. Egli scrive del Cavaliere nel pamphlet Gli ultimi Mohicani (Bietti): «In lui l’imprenditore ha sempre vinto sull’uomo di Stato, l’azienda sulla nazione, l’interesse privato sul bene pubblico». Ma ciò non deriva dalla perfidia dell’interessato: piuttosto dalla sua convinzione, cui molti cittadini hanno creduto, che si potesse gestire il governo alla stregua di un’impresa privata. Ho vinto nella trincea del lavoro, proclamava Berlusconi, e posso fare lo stesso alla guida dell’Italia. Ovvio che ai suoi elettori non importasse un fico del conflitto d’interessi, malgrado gli strascichi giudiziari che si è portato dietro.
Attenzione, però. Dopo l’uragano di Mani pulite quel discorso non ha fatto breccia soltanto a destra. «Il berlusconismo, il prodismo e infine il montismo – nota Solinas – hanno raccontato in fondo la stessa cosa: l’aziendalizzazione della politica, l’idea di sostituire qualcosa d’impalpabile eppure reale (sentimenti, tradizioni, aspettative, memorie) con una logica imprenditorial-manageriale». Visto che gli uomini di partito avevano fatto fiasco, l’Italia si è affidata a un altro genere di élite, a personaggi molto diversi tra loro, ma tutti provenienti dal mondo economico. Berlusconi è stato il più abile a recitare il copione, ma il suo successo è un sintomo della malattia italiana, non certo la cura e nemmeno la causa.
Vent’anni dopo, il bilancio avvilisce. Basta sfogliare l’impressionante sciocchezzaio raccolto da Lanfranco Palazzolo, piluccando nei resoconti dei dibattiti alla Camera e al Senato, nel volume Il Parlamento inutile (I libri del Borghese), per verificare a che punto sia arrivato il degrado della politica. Scorrendo il libro ci si diverte, ma si ride amaro, perché si ha la percezione sconcertante di un Paese decapitato, senza classe dirigente. Un vuoto vertiginoso dal quale, per inciso, non può certo salvarci la retorica a suon di «uno vale uno», ultima espressione del semplicismo antipolitico di cui una democrazia può anche morire.
Stenio Solinas, Gli ultimi Mohicani. Quel che resta della politica, Bietti, pagine 122, € 13
Giovanni Orsina, Il berlusconismo nella storia d’Italia, Marsilio, pagine 239, € 19,50
Gabriele Turi, La cultura delle destre. Alla ricerca dell’egemonia culturale in Italia, Bollati Boringhieri, pagine 175, € 14
Lanfranco Palazzolo, Il Parlamento inutile. Stupidario parlamentare, I libri del Borghese, pagine 225, € 16
Antonio Carioti