venerdì 11 ottobre 2013

Figuracce, eccessi e parolacce I grillini non conoscono limiti

IL TEMPO, 11 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Declassati a una stella. Il Movimento 5 stelle continua a inanellare figuracce e gaffes, segno di un’inadeguatezza politica ormai evidente agli occhi di tutti. Eppure, lo scontro innescato ieri dalle parole pronunciate dal deputato grillino Riccardo Fraccaro non sarà certo l’ultima polemica all’arma bianca innescata dai parlamentari del M5s. Un esercito senza generale, ma anche senza preparazione istituzionale.
Nei giorni dell’elezione del Presidente della Repubblica, l’allora presidente del gruppo dei deputati Roberta Lombardi manda in pensione il Capo dello Stato Giorgio Napolitano: «Che un presidente della Repubblica debba avere una certa età anagrafica non c'è scritto da nessuna parte...» (11 aprile 2013). Eppure, se avesse letto il primo comma dell’articolo 84 della Costituzione la Lombardi avrebbe scoperto che «può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici». Ma al di la di questo episodio, che è il più noto, insieme al tweet di insulti contro Berlusconi scritto da Vito Crimi 4 ottobre scorso durante i lavori della Giunta delle Immunità, ci sono stati parlamentari che hanno fatto di peggio in aula. Una delle polemiche più grosse si è scatenata quando, il 4 giugno scorso, l’onorevole Laura Castelli ha minacciato di utilizzare metodi da Ventennio contro i sostenitori della TAV: «Io a questi attori sì che darei l’olio di ricino. Noi vorremmo sapere se vi sembra normale fare un’opera, forzando legalità e verità» (pagina 45). E giù applausi. Il 22 maggio precedente i deputati del M5s erano stati altrettanto duri. A pagina 15 dello stenografico di quel giorno si legge «Bombardiamo», riferito alla Val di Susa. In ambedue i casi i deputati smentiscono di aver pronunciato quelle parole nei termini in cui sono state interpretate. Durante la seduta del 24 luglio il deputato Angelo Tofalo trasforma l’aula in una discoteca facendo ascoltare il brano di Patti Smith «People Have the Power», amplificandola attraverso il suo microfono. Ma la Presidente della Camera Laura Boldrini non si scandalizza, anzi ringrazia: «Che cosa sta succedendo? C’era anche la colonna sonora? Accidenti, gli effetti speciali su questa premonizione! Grazie! Andiamo avanti».
Ma i parlamentari del M5s amano soprattutto passare il tempo su Facebook. Ne sa qualcosa il deputato socialista Marco Di Lello che, nella seduta del 17 luglio, denuncia: «Purtroppo c’è una deputata - alludendo a Roberta Lombardi -, che appartiene evidentemente a quest’Aula, che non ha il coraggio di esprimerci le sue opinioni qui, ma scrive su Facebook che il partito che mi onoro di rappresentare (il Psi ndr ) è un partito che ha un know-how in termini di ruberie». Andrea Colletti ci va molto più duro, minacciando una «grigliata» della partitocrazia: «Ma, prima o poi, ce ne accorgeremo - tuona il deputato il 5 agosto 2013 -, perché metteremo così tanta carne al fuoco che i cittadini, lì fuori, saranno nauseati da questa puzza moribonda che proviene da qui dentro». Invece, il 18 settembre successivo, abbandona l’idea della carne al fuoco per dare spazio ad un altro sentimento: «Provo profonda vergogna a stare qui in mezzo a gente che si dimostra ogni giorno più ipocrita e falsa. Profonda vergogna! E dimostrano ogni giorno di più che sono davvero tutti uguali. Tutti!».
Ma lo sport preferito dai parlamentari è la caccia al pianista. Ma questa caccia all’uomo si trasforma in un boomerang, come è accaduto alla Camera il 5 giugno. Adriano Zaccagnini denuncia il pianista in aula: «Mi scusi, è veramente increscioso questo atteggiamento, alla mia sinistra, per non fare nomi, ci sono persone che continuano a votare per due, per un altro deputato, per deputati non presenti, per prendere la quota che gli spetta in base alla votazione». Ma la denuncia si rivela infondata e il deputato Massimo Fedriga della Lega gli risponde per le rime: «È inutile che faccia queste dichiarazioni per avere l’agenzia Ansa che esce ogni giorno fuori dall’Aula. Che faccia piuttosto i nomi di chi non è presente, e il voto è valido».
Di fronte a questa marea di superficialità, di volgarità e insulti qualcuno ne esce nauseato. È il caso della senatrice Paola De Pin, cacciata dal gruppo parlamentare pentastellato al Senato. Il 2 ottobre, la senatrice defenestrata attacca gli ex colleghi di gruppo con questo monito: «Sono entrata in Parlamento con la speranza di dare un piccolo aiuto alle persone più deboli e al Paese, alle genti della mia terra veneta, non certo per salire sui tetti di Montecitorio e insultare i colleghi dissenzienti». I suoi ex colleghi l’hanno ricoperta di insulti.

Giustizia: quando Napolitano voleva tenere i detenuti sottochiave...

di Lanfranco Palazzolo
Il Tempo, 10 ottobre 2013

Nel 1998 da ministro dell'Interno contestò l'approvazione della legge "svuota carceri". E Giorgio Napolitano disse: "Fermate quelle scarcerazioni". All'indomani del messaggio del Capo dello Stato alle Camere sulla situazione negli istituti penitenziari italiani, il mondo politico scopre che esiste un'emergenza dei diritti umani negli istituti di pena. 
La vicenda non può e non deve essere presa sotto gamba da nessuno, ma in questi giorni molti osservatori politici sono rimasti sorpresi dalla "sensibilità" del Presidente della Repubblica di fronte alla questione dei diritti dei detenuti.
Ai tempi in cui era ministro dell'Interno Giorgio Napolitano non si mostrò altrettanto sensibile. Nel giugno 1998 scoppiò un caso clamoroso all'interno del primo Governo Prodi, quando si trattò di applicare, per la prima volta, la legge Simeone-Saraceni (1998) che risparmiava il carcere a chiunque dovesse scontare meno di 3 anni. La legge numero 165 dimostrava la volontà del governo dell'Ulivo di affrontare il problema della costante progressione della popolazione detenuta.
A tale scopo, il legislatore affrontò il problema dello scarso accesso alle misure alternative da parte di quei soggetti economicamente deboli che, non potendo fruire di un'assistenza giuridica adeguata, non riuscivano ad evitare il carcere anche quando ne avrebbero diritto. Tutte le misure alternative, contemplate in quel provvedimento venivano concesse solamente su richiesta del condannato e non d'ufficio.
Al momento della prima applicazione di quella legge, nel giugno del 1998, il ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick non ebbe alcun problema a dar corso alla norma. Tuttavia, il ministro dell'Interno Giorgio Napolitano si oppose fermamente a quel provvedimento approvato dal suo stesso governo che avrebbe permesso la scarcerazione di 13 mila detenuti. A quel punto Napolitano, il 16 giugno 1998, scrisse una lettera aperta al direttore de La Repubblica Ezio Mauro: "L'entrata in vigore della legge Simeone potrà porre le forze di polizia di fronte a ulteriori incombenze e responsabilità di controllo nei confronti di persone condannate a pene detentive di cui venga sospesa l'esecuzione e ammesse alla concessione di misure alternative. Si tratta di un problema cui il governo, nell'applicare la legge voluta dal Parlamento, dovrà dedicare la massima attenzione".
Ma Napolitano non si limita a questo appunto e sferra un duro attacco al ministro della Giustizia ricordando che "la legge Simeone - continua Napolitano nella lettera apparsa sulla prima pagina di Repubblica del 17 giugno 1998 - (discussa da Camera e Senato sin dal luglio di due anni fa) è stata approvata da una maggioranza larghissima, comprendente gruppi sia di maggioranza sia di opposizione. Risultano però agli atti parlamentari - espresse il 25 settembre 1996 nell'intervento alla Camera del sottosegretario Sinisi - le riserve e le preoccupazioni del ministero dell'Interno". Riserve e preoccupazioni "a più riprese prospettate, e solo parzialmente prese in considerazione, nei rapporti col ministero di Grazia e Giustizia e con la presidenza del Consiglio".
Ma cosa aveva detto il sottosegretario agli Interni - a nome del ministro Napolitano - in quella occasione? A pagina 3563 del verbale di seduta vengono riportate queste parole del sottosegretario Sinisi: "Desidererei formulare un'altra osservazione, che mi è venuta in mente mentre seguivo la discussione sulle linee generali, e desidererei, in questo contributo che offro a nome del ministero dell'Interno, superare un argomento che ripetutamente è stato sollevato in aula. Mi riferisco al fatto che un provvedimento di siffatta natura possa essere utile per decongestionare le carceri. A coloro che hanno sostenuto un simile argomento, vorrei dire che il sovraffollamento delle carceri si supera costruendo nuove carceri e non certo scarcerando coloro che invece meriterebbero di restare detenuti. Certo, bisognerebbe assicurare nelle carceri livelli di civiltà e di dignità consoni ad uno Stato democratico e moderno e che rispetta pienamente i diritti individuali dei cittadini".
Sia allora che al momento dell'approvazione della legge era chiaro che il provvedimento avrebbe riguardato detenuti con meno di tre anni da scontare. E Napolitano non era d'accordo. Oggi, con il messaggio inviato alle Camera, ha cambiato idea. Una testimonianza evidente della saggezza acquisita negli anni. Per fortuna.

Il mio articolo di ieri su Napolitano e l'amnistia richiamato sulla prima pagina de "Il Tempo"


Quella strage e la Resistenza



Intervista a Massimo Recchioni
Voce Repubblicana, 11 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Il caso Moranino è stato utilizzato per gettare fango sulla Resistenza. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Massimo Recchioni, autore di "Francesco Moranino, il Comandante 'Gemisto'. Un processo alla Resistenza" (Derive Approdi - Roma).
Massimo Recchioni, come nasce l’idea di questo libro scritto su un esponente della Resistenza che fu oggetto di un processo che si concluse con la condanna all’ergastolo per la strage della missione Strassera, voluta dagli Alleati in Piemonte per sostenere la Resistenza? Perché ha accusato i detrattori di Modanino di aver messo in atto un revisionismo di destra?
“Secondo me, l’episodio di Francesco Moranino è stato uno degli episodi di frontiera che è stato usato per gettare fango sulla Resistenza o sulla parte comunista della lotta contro il nazismo. Ritengo che, rispetto al caso Moranino, ci sono stati casi ben più gravi. Questo episodio è sintomatico di come la Guerra fredda è stata vissuta nel nostro paese. Oggi, molti ricordano Moranino per la vicenda della missione Strassera, ma ci sono altri aspetti che vengono dimenticati di questo capo partigiano”.
E’ stato giusto uccidere 5 uomini e, successivamente, due donne per il solo sospetto che fossero delle spie?
“Nell’inverno del 1944, con i rastrellamenti nazisti in corso, le formazioni partigiane non potevano permettersi di convivere con delle presunte spie. Il processo nei confronti della missione Strassera venne fatto in una baita di montagna. Per cautela venne presa questa decisione”.
E’ vero, come fu testimoniato al processo di Firenze contro Moranino, che il capo partigiano non accettava il contributo di altre formazioni politiche e che ci furono delle minacce di morte per chi si era interessato della sorte della missione Strassera?
“Io dico che non è vero. I comunisti ritenevano, fin dalla guerra di Spagna, che il nazismo potesse essere battuto solo con il consenso più ampio. I monarchici entrarono nelle formazioni partigiane. La politica resistenziale comunista era favorevole al massimo allargamento possibile. Al di la di Moranino, il capo partigiano non poteva decidere una linea del genere”.
Dopo la condanna all’ergastolo di Moranino, ci fu una sorta di favoritismo nei confronti di Moranino che lo portò alla Grazia e poi all’amnistia? A memoria d’uomo non si ricorda la commutazione di una pena grave come l’ergastolo in una pena ridotta, alla grazia e all’amnistia.
“Molte testimonianze non vennero prese in considerazione nel corso del processo di Firenze. Anche la testimonianza di Sandro Pertini non fu presa in considerazione. Anche gli esecutori materiali della fucilazione cambiarono versione nel corso degli anni. Questi episodi furono considerati sorprendenti per un dibattimento importante come quello”.