sabato 26 ottobre 2013

La "Voce Repubblicana" e i nostri valori

Voce Repubblicana, 
26 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

“Oggi non siamo qui per fare un'operazione di nostaglia, ma per guardare i nostri valori che restano nel dna delle persone che hanno deciso di partecipare al nostro dibattito. La politica italiana ha bisogno dei valori del repubblicanesimo e delle idee che sono passate attraverso la “Voce Repubblicana”. Lo ha detto Giancarlo Tartaglia, durante la presentazione de suo libro dal titolo “La Voce Repubblicana. Un giornale per la libertà e la democrazia”. Il dibattito si è svolto presso mercoledì pomeriggio presso la sede romana della Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo (LIDU) in Piazza dell'Ara Coeli 12. Di fronte ad un pubblico numeroso, nella sala erano presenti circa 100 persone, Tartaglia ha raccolto le valutazioni di amici repubblicani e di giornalisti che hanno fatto la storia del quotidiano del Pri. A portare il saluto agli amici e abbonati della “Voce” erano presenti il segretario del Pri Francesco Nucara, l'editorialista del “Sole 24 Ore” Stefano Folli, lo storico Massimo Scioscioli, gli ex parlamentari repubblicani Antonio Duva, Italico Santoro e Carla Mazzuca. Oltre all'autore, hanno partecipato a questo dibattito i giornalisti della Rai Stefano Tomassini, Andrea Valentini e il giornalista del “Sole 24 ore” Guido Compagna. Nel presentare il dibattito, l'ex deputato repubblicano Alfredo Arpaia ha ricordato la vicinanza tra la LIDU e il Pri: “Il Partito Repubblicano Italiano, con il suo grande patrimonio di idee, dovrebbe essere il punto di riferimento per denunciare la degenerazione che vive la politica di oggi. In questa fase – ha proseguito Arpaia – stiamo assistendo ad una caduta verticale dei nostri ideali. E il Parlamento non svolge più la sua funzione. Lo stesso discorso vale per i sindacati”. Arpaia ha ringraziato il segretario del Pri Nucara per la sua presenza “perché sente di partecipare a questo incontro tra queste organizzazioni che continuano a lavorare per il bene del Paese. E il giornale del Pri, la 'Voce Repubblicana' ha ben raccontato questa vicinanza di sentimenti e di impegno politico”.
Stefano Tomassini, che è stato giornalista della “Voce” nella seconda metà degli anni '70, che ha moderato il dibattito, ha introdotto il confronto sottolineando che nel libro di Tartaglia è stata tratteggiata la storia “mai abbastanza lunga della 'Voce Repubblicana'”, ha ricordato che nel libro di Tartaglia è stata raccontata la storia più recente del quotidiano del Pri. Tomassini ha ricordato che la sua carriera da giornalista “non è cominciata per caso alla 'Voce Repubblicana'”. Tomassini ha anche ricordato un servizio realizzato per il Tg1 a Campo dei Fiori nel corso di una manifestazione del Pri. Tomassini ha ringraziato Francesco Nucara e Giorgio La Malfa, ricordando che “sono stati dei benemeriti perché hanno tenuto aperta una casa che da ormai mezzo secolo si invecchia e che considero da sempre come la mia e che ho continuato a sentire mia anche nei momenti nei quali non ho potuto votare per il glorioso simbolo del Pri”. Tomassini ha ripercorso il suo impegno alla “Voce”: “Sono arrivato al giornale nel 1975. La mia era – prima di tutto – una scelta politica e non professionale. Queste erano le ragioni che avevano spinto me e altri amici ad impegnarci alla 'Voce Repubblicana'”.
Anche Guido Compagna, che ha scritto negli anni '70 alla 'Voce', ha ricordato di essere arrivato alla “Voce” dopo la deludente esperienza nel Partito socialista: “Ho iniziato a fare politica a 15 anni nella Federazione giovanile socialista come autonomista e nenniano. Avevo partecipato all'unificazione socialista, ma ero rimasto deluso da quell'esperienza. Nel 1968 non votai per il Pri. Arrivai alla 'Voce' dopo un periodo in cui avevo lasciato la politica”. Guido Compagna afferma che quella esperienza, nata nel 1975, “fu straordinaria”. L'ex giornalista della “Voce” ha aggiunto che, nella storia del secondo dopoguerra, “i giornali di partito hanno rappresentato una grande scuola politica e di giornalismo. In un giornale come 'La Voce Repubblicana' si imparava a far tutto: andare in tipografia, collocare gli articoli. Si era in pochi e il giornale doveva arrivare in edicola tutti i giorni. Oggi questa scuola non esiste più. L'unica scuola di giornalismo politico – ha concluso - è rimasta 'Radio Radicale'. Anche il direttore de l'Unità Claudio Sardo lo ha capito e ha cercato di fare un giornale di partito”.
Andrea Valentini, anche lui ex giornalista della 'Voce' dopo la riapertura voluta da Giovanni Spadolini nel 1981, concorda con Tartaglia sull'aggettivo utilizzato da Tartaglia nel definire “testardo” per definire il giornale “per la costanza che ha avuto nel riemergere dalle difficoltà del partito che ha sempre conservato i suoi valori”. Il giornalista e dirigente della Rai ha ringraziato l'autore per aver consegnato alla memoria dei repubblicani un libro che racconta una storia “che avevamo solo sentito raccontare dai colleghi che ci avevano preceduto. La testardaggine della 'Voce' rappresenta bene la fibra morale e culturale di questo giornale mutuati dal Pri”. Valentini ha voluto citare la testimonianza di un altro giornalista della “Voce” come Maurizio Molinari: “Al momento in cui ho lasciato la Voce Repubblicana con La Malfa alla segreteria e Andrea [Valentini] alla direzione, mi accorgo che in oltre 5 anni a Piazza dei Caprettari nessuno mi ha chiesto se ero iscritto al Pri o di partecipare a qualche iniziativa del partito. Un fatto che mi apparve ovvio e che oggi mi fa sentire sempre più legati ai valori e agli ideali di indipendenza del Pri”. Valentini ha voluto sottolineare che le parole di Molinari: “Sono un esempio importante. Se oggi osserviamo la storia della 'Voce' e i nomi di coloro che ci hanno lavorato troviamo nomi e storie di grande qualità giornalistica. Tutti hanno saputo valorizzare gli insegnamenti del giornale alla prova del mercato giornalistico”.
Infine, nelle sue brevi conclusioni, Giancarlo Tartaglia ha spiegato che l'idea del libro è nata nel 2011, quando la “Voce” ha compiuto 90 anni, su iniziativa del segretario del Pri Nucara che riteneva di ricordare degnamente questo anniversario. Tartaglia ha ricordato che la pubblicazione di un secondo volume sulla “Voce” sarà impossibile in vista del secolo di vita del giornale, ma ci sarà un e-book che verrà pubblicato sul sito del Partito per garantire un introito al Pri. Tartaglia si è limitato ad una riflessione sul suo libro: “Nel corso degli interventi degli amici hanno partecipato al dibattito ho colto un filo conduttore: non credo che oggi stiamo facendo un'operazione di nostalgia. Non siamo dei reduci. Molti di noi hanno fatto scelte politiche diverse, ma oggi siamo qui con grande partecipazione a parlare di valori comuni. Ho colto – ha aggiunto con amarezza - negli interventi di tutti anche una grande delusione su questo momento politico e per l'assenza dei partiti. E senza i partiti la politica diventa demagogia”. Con grande commozione, Tartaglia ha concluso: “Quando vedo tutti questi amici accorrere qui per dedicare due ore della loro giornata a parlare della 'Voce Repubblicana' mi accorgo che la generazione repubblicana che ha subito la diaspora sente ancora questi valori. Questi fenomeni non sono solo i segni della nostalgia di un passato che non c'è più, ma della ricerca della buona politica che hanno rappresentato la 'Voce' e il Pri”.

La politica si occupi di quel "problema"

Intervista a 
Voce Repubblicana
26 ottobre 2013
di Lanfranco Palazzolo

Gli italiani vogliono che la politica si occupi delle carceri, ma non vogliono l’amnistia perché non lo ritengono un provvedimento utile. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” Maurizio Pessato, Presidente della SWG.
Maurizio Pessato, che impressioni avete raccolto sull’amnistia, nei vostri sondaggi?
“Nell’ambito del nostro osservatorio settimanale abbiamo realizzato un sondaggio su un campione di popolazione rappresentativo dei maggiorenni residenti in Italia. Ed emerge una larga maggioranza che prende le distanze dall’amnistia e dall’indulto. Questo dato risulta anche a noi. E’ molto interessante vedere le motivazioni delle persone ascoltate”.
Che tipo di motivazioni vengono date e quanto c’entra Berlusconi nelle motivazioni che vengono date nel ‘no’ all’amnistia?
“La prima motivazione è che molti ritengono sia necessario esperire altre iniziative alternative all’amnistia per evitare che la questione venga riproposta nell’arco di pochi mesi o pochi anni. L’opinione pubblica chiede che venga fatto qualcosa di concreto e che non si ricorra a quello che viene definito come un ‘colpo di spugna’. Dall’altra parte c’è un’area, - soprattutto nella quota del centrosinistra – che vede la questione dell’amnistia in termini di surrettizio appoggio a Silvio Berlusconi. E hanno un atteggiamento di contrarietà legato a questo aspetto della vicenda”.
Quando avete realizzato il sondaggio?
“Nella settimana del messaggio del Presidente della Repubblica alle Camere sulle carceri”.
Quando era più rovente la polemica su Berlusconi?
“Tutti i giorni riservano sorprese di tipo politico in questo periodo”.
Se aveste fatto questo sondaggio nei giorni successivi il risultato sarebbe stato diverso?
“No, non sarebbe stato molto diverso. Sarebbe cambiato qualcosa, ma le persone non ragionano a caldo. In realtà a noi è parso che su questo argomento ci sia una questione sedimentata. L’opinione pubblica non appare totalmente chiusa di fronte all’attuale situazione carceraria. Nessuno si è dimostrato ostile a provvedimenti nei confronti del sistema carcerario per migliorare la situazione delle carceri. Non c’è una posizione che rifiuta questo. Il fatto è che l’amnistia è stata letta come l’ennesimo provvedimento che si annuncia privo di risultati nel tempo e, nel centrosinistra, come un atto che ha un valore politico contingente”.
Che tipo di campione avete interpellato?
“Abbiamo sentito un campione a rotazione e ascoltato circa 1500 persone”.
Se avesse fatto un sondaggio con un numero minore di interviste sarebbe stato meno preciso?
“Sì, sarebbe stato meno preciso e per noi sarebbe stato un problema fare la disaggregazione del sondaggio ovvero capire le posizioni degli elettori del centrodestra e del centrosinistra. Non ci sarebbero stati i margini per farlo”.

Robert Kennedy, il padre di tutte le intercettazioni

Nella foto Robert Kennedy suggerisce l'intercettazione del giorno al fratello
di Lanfranco Palazzolo
Il Tempo, 26 ottobre 2013

Robert Kennedy, il padre di tutte le intercettazioni telefoniche. Gli Stati Uniti sono un paese dove le intercettazioni telefoniche sono un grave danno per l'immagine della politica. Il primo politico a farne uso su larga scala, per combattere i nemici del fratello e controllare le amicizie scomode della famiglia Kennedy, fu indubbiamente Robert Kennedy ai tempi in cui era ministro della Giustizia.
La polemica che toccò il fratello di Jfk rischiò di fermare l'ascesa politica del fratello dell'ex presidente ucciso a Dallas circa 50 anni fa. Tutto accadde tra il 1966 e il 1967 nei mesi in cui Robert Kennedy era impegnato ad attaccare la figura del Presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson.
Nel maggio 1966 la Corte suprema degli Stati Uniti respinse la condanna di Fred B. Black Jr, vicino di casa di Johnson ai tempi in cui era vicepresidente. Black, che era stato condannato per aver evaso al fisco 91 mila dollari, era socio di affari del braccio destro di Johnson quando era al Senato, tale Bobby Baker.
La Corte suprema respinse quella condanna perché si era scoperto che il ministero della Giustizia, guidato da Bob Kennedy, aveva investigato su questo personaggio con sistemi poco leciti come le intercettazioni. Secondo la tradizione avviata dal Presidente democratico Roosevelt e dal ministro della Giustizia Biddle, negli Usa erano autorizzate solo le intercettazioni sui reati potevano mettere a rischio la sicurezza nazionale.
I retroscena di quella vicenda vennero alla luce il 5 dicembre 1966, quando il deputato repubblicano H.R.Gross scrisse una lettera al capo dell'FBI Hoover per chiedere delucidazioni sui sistemi utilizzati da Robert Kennedy: «Le sarei grato se lei volesse inviarmi qualsiasi documento in suo possesso in cui si autorizzi l'FBI a usare 'sistemi illegali di ascolto». Hoover rispose immediatamente inviando al deputato dello Iowa un documento che incastrava Robert Kennedy e che provava la complicità del ministro nell'utilizzazione dei «metodi illegali di ascolto».
Hoover scrisse che le intercettazioni furono autorizzate «per sua insistenza», riferendosi a R. Kennedy. La lettera che Hoover aveva allegato alla risposta era chiarissima. Nel documento, datato 17 agosto 1961, Robert Kennedy autorizzava, con tanto di firma, le intercettazioni «illegali».
Ma le sorprese non erano finite. Nella seconda metà del dicembre 1966 spuntò un verbale del giudice A. Evans, ex vicedirettore dell'FBI ai tempi di Kennedy ministro della Giustizia: Kennedy, era scritto in quel documento riservato, «si è compiaciuto per il fatto che avessimo adottato la sorveglianza microfonica…ovunque fosse stato possibile per indagare sulle questioni del crimine organizzato».
Aggiungeva inoltre che Bobby aveva detto che «avrebbe voluto vedere una lista delle sorveglianze tecniche in atto». Nell'altro memorandum spuntato, si scoprì che era stato Evans a proporre a Kennedy le intercettazioni di massa il 17 agosto 1961. Ma le risposte di Kennedy diventavano ogni giorno più ridicole. L'indomani della polemica, l'ex ministro dichiarò: «In due occasioni ho ascoltato delle conversazioni sul crimine organizzato che sembravano registrate ma non pensavo affatto che fossero registrate illegalmente o per tramite di un'agenzia federale».
Al termine di quella polemica Robert Kennedy era esausto e, senza un minimo di dignità, tentò di ottenere l'aiuto della Casa Bianca. Secondo quanto scrisse allora il «Washington Post»: «un collaboratore di Kennedy ha avvicinato due alti funzionari della Casa Bianca per sollecitare il loro aiuto e soffocare la polemica. I collaboratori di Johnson, esprimendogli tutta la loro solidarietà, hanno sostenuto che il Presidente non poteva 'controllare Hoover».