mercoledì 22 gennaio 2014

Benvenuti nel Pd: Partito dei dimissionari



IL TEMPO
22 gennaio 2014
di Lanfranco Palazzolo

Benvenuti nel Partito dei dimissionari. La storia della sinistra italiana è fatta di grandi fallimenti. Le dimissioni di Gianni Cuperlo dalla Presidenza del Partito democratico sono un passo importante nel ricambio della classe politica di quel soggetto. Con lui se ne va l’ultimo burocrate della nomenclatura comunista, cresciuto nelle file dei giovani comunisti della Fgci. All’atto di lasciare la poltrona da dirigente del Pd, Cuperlo ha detto laconicamente: “Mi dimetto perché sono colpito e allarmato da una concezione del partito e del confronto al suo interno che non può piegare verso l'omologazione, di linguaggio e pensiero”. Affermazione singolare per un dirigente cresciuto all’ombra del centralismo democratico. Ma al di la del singolo episodio, la storia dell’ideologia post-comunista è costellata da segretari che hanno gettato la spugna o sono fuggiti. Una volta, ai tempi del Pci, i segretari lasciavano perché venivano colpiti da qualche malattia grave o perché morivano improvvisamente. Questa è la sorte che purtroppo hanno seguito: Palmiro Togliatti, morto improvvisamente in Urss durante una fase burrascosa dei rapporti con la dirigenza sovietica; Luigi Longo, colpito da un malore all’indomani dell’invasione sovietica in Cecoslovacchia; a Enrico Berlinguer, colpito da ictus durante un comizio per le europee a Padova e ad Alessandro Natta, colpito da un infarto nel 1988. Con Achille Occhetto nasce il Partito democratico di sinistra e la tradizione delle dimissioni. Ma guai a parlare di colpe dei leader. I segretari della sinistra hanno sempre ragione anche quando perdono. La colpa è di chi trama contro il segretario e alle forze sconosciute del male. Ma ecco la sequenza dei dimissionari. Al test delle elezioni politiche del 1994 il segretario della “gioiosa macchina da guerra” Achille Occhetto cambia il costume della sinistra italiana, che conosce finalmente l’istituto delle dimissioni. Sconfitto pesantemente alle elezioni politiche del marzo 1994, Achille Occhetto non si dimette. E nessuno osa chiederlo. Ci pensano solo quegli intellettuali della sinistra indipendente a farlo. Ma a determinare la scelta di abbandonare la poltronissima di via delle Botteghe oscure è il successivo fallimento alle elezioni europee del 12 giugno 1994, che vedono per la prima volta il Pds nelle file del Partito socialista europeo. Il flop è indimenticabile. Il Pds prende il 19,06 per cento. Alle politiche di marzo aveva portato a casa, pur sconfitto, il 20,36 per cento. Un’onta incancellabile per la sinistra finalmente “democratica”. In un colpo solo, il 13 giugno 1994, si dimettono il segretario del Psi Ottaviano Del Turco, quello di Alleanza Democratica Willer Bordon e lui, l’erede di Enrico Berlinguer. Al momento di sbattere la porta, Occhetto tuona: “Me ne vado, ma ora il partito rischia il fallimento”. Rispondendo ai suoi detrattori, Occhetto scrive di non aver voluto rassegnare le dimissioni dopo il fallimento delle politiche e che: “In questa situazione è necessario operare con il massimo di determinazione e con tutte le risorse a disposizione, per una efficace opposizione che indichi la prospettiva dell'alternativa”. Una scelta presa in perfetta solitudine. Lo segue, nella stessa sorte, Massimo D’Alema nel 1998, ma per motivi più “nobili”: il 21 ottobre 1998 diventa Presidente del Consiglio dopo aver destituito Romano Prodi, che gli aveva fatto vincere le elezioni politiche del 1996,  e lascia tutto nelle mani dell’inconcludente  Walter Veltroni. Quest’ultimo porta, da segretario, i Democratici di sinistra al disastro delle elezioni del 2001. Alla vigilia del voto Veltroni fugge dal “Bottegone” correre in Campidoglio. Infatti si candida per fare il sindaco di Roma e lascia il partito senza allo sbando totale. Veltroni è l’unico leader della sinistra che fa finta di non aver perso, sostenendo che era impegnato per essere eletto sindaco di Roma. Ma è a lui che si pensa come leader del Partito democratico. Infatti, buon sangue non mente: alle elezioni politiche del 2008 viene nuovamente sconfitto, stavolta come candidato premier. L’ex sindaco di Roma fa come Occhetto: aspetta la prova d’appello. E all’indomani del rovescio delle regionali in Sardegna, il 17 febbraio 2009, lascia ricoperto di accuse: “Basta farsi del male, mi dimetto per salvare il progetto al quale ho sempre creduto. Spesso mi sono trovato i bastoni tra le ruote”. Anche il suo successore Pierluigi Bersani segue la stessa sorte e lancia le medesime accuse. Ma anche qui la sconfitta alle politiche del 2013 non basta. Bersani prova a fare un suo governo e resta in sella fino all’elezione del Presidente della Repubblica. Almeno per prendersi i meriti dell’elezione quirinalizia. Il partito non sostiene la sua scelta di portare Romano Prodi e Franco Marini al Quirinale. Non appena Giorgio Napolitano viene rieletto, il 20 aprile 2013, lascia la segreteria: “Tra di noi uno su quattro ha tradito. Abbiamo prodotto una vicenda di gravità assoluta, sono saltati meccanismi di responsabilità e solidarietà”. Le sue dimissioni sono precedute da quelle di Rosy Bindi: “Non sono stata direttamente coinvolta nelle scelte degli ultimi mesi né consultata sulla gestione della fase post elettorale e non intendo perciò portare la responsabilità della cattiva prova offerta dal Pd in questi giorni, in un momento decisivo per la vita delle Istituzioni e del Paese”. Già, ma se è vero che non è colpa loro, di chi è la responsabilità di queste disfatte?

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