lunedì 13 gennaio 2014

L'epopea del sindaco piagnone



IL TEMPO
13 gennaio 2014
di Lanfranco Palazzolo

L'Aquila del Partito democratico con le dimissioni facili. Le torbide vicende della giunta comunale de L'Aquila e del vicesindaco Roberto Riga hanno sorpreso tutti i cittadini onesti e di buona volontà della città abruzzese, che certo non immaginavano di veder tradita la loro fiducia. Il sindaco Massimo Cialente è stato costretto a dare le dimissioni per Ko tecnico. Ma oggi, più che mai, è necessario ricordare agli aquilani e a tutti gli italiani le numerose accuse lanciate da Massimo Cialente all'indirizzo dei suoi avversari politici, affinché queste rimangano agli atti dell'epilogo della sua avventura politica. Per anni, Cialente ha vestito i panni della vittima designata e dell'uomo contro tutto e tutti: “Non avrei mai immaginato di vedere la mia città in queste condizioni, centodiecimila sfollati e nessuna certezza. Ora viene la parte più dura”. La parte senza telecamere, senza le prime pagine sui giornali, “tra sei mesi nessuno mi intervisterà” (“Liberazione”, 6 giugno 2009). Pochi giorni dopo, Cialente paventa la rivolta della città, annunciando su “l'Unità”: “Ci hanno abbandonato” e che “L'Aquila diventerà una polveriera. C'è scoramento, c'è rabbia, c'è delusione e disperazione. O la gente va via oppure diventerà una situazione sempre più ingovernabile” (“l'Unità”, 18 giugno 2009). Cialente attacca più volte Berlusconi, sempre presente a L'Aquila nei primi giorni dell'emergenza terremoto. Agli amici de “Il Fatto quotidiano” del 16 giugno 2010 dichiara che il premier perde tempo: “Basta con i provvedimenti di emergenza, mi sono pronunciato contro una scuola provvisoria, che sarebbe costata sette milioni. No, i soldi vanno investiti per costruire edifici che resteranno. Poi bisogna prendere decisioni rapide. Tre mesi fa abbiamo presentato le linee guida per la ricostruzione al governo. Adesso pare che Berlusconi le abbia firmate. Dopo 100 giorni. Troppi”. E aggiunge che la città è allo stremo: “C'è gente che letteralmente non sa come campare. E il peggio deve arrivare”. Qualche giorno dopo scatta la “spedizione punitiva”. Nel luglio 2010 si svolge l'iniziativa più clamorosa dell'emergenza terremoto. All'inizio di luglio i cittadini de L'Aquila si riversano in massa nella capitale per protestare sui ritardi dell'emergenza terremoto. La manifestazione si trasforma, a causa di alcuni infiltrati, nel pretesto per mettere a ferro e fuoco la capitale e dare il consueto assalto a Palazzo Grazioli, residenza romana di Silvio Berlusconi. All'immancabile “l'Unità”, Cialente denuncia l'aggressione della polizia: “Io sono un po' acciaccato, ma niente di grave, mi dispiace per i ragazzi che si sono presi le manganellate. Eravamo in testa al corteo davanti al posto di blocco. Per mediare, calmare gli animi. Poi c'è stata una carica e le manganellate. Mi dispiace anche per Giovanni Lolli (deputato aquilano del Pd) che sotto a Palazzo Grazioli si è preso una manganellata sulla spalla. Non mi sarei mai aspettato una cosa del genere” (8 luglio 2010). Il 7 settembre 2010 Cialente se la prende ancora con i finanziamenti che mancano: “Non vogliamo bloccare ulteriormente la ricostruzione, che già procede a rilento per colpa dei finanziamenti che non arrivano” (“la Repubblica”). Quando viene proposto il nome di Antonio Cicchetti come Commissario per la ricostruzione, Cialente si schiera contro. Non lo vuole. E al quotidiano “il Manifesto” minaccia le dimissioni e denuncia: “Posto che io credo di avere un ottimo rapporto con Antonio Cicchetti da anni, ho sollevato il problema dell'inutilità di un altro commissario, figura che io abolirei” (15 settembre 2010). Ma poi, per senso di responsabilità, le ritira. Secondo Cialente a L'Aquila manca sempre tutto, soprattutto i fondi. Al sempre presente “l'Unità”, Cialente affida sempre più spesso i suoi sfoghi: “La situazione è questa: i soldi per l'emergenza sono finiti dall'anno scorso. Da allora siamo andati avanti a pezzi e bocconi. Non avendo soldi per la ricostruzione abbiamo speso quelli dell'emergenza anche per puntellare, demolire e rimuovere le macerie. Ora quei soldi devono essere restituiti all'emergenza” (15 ottobre 2010). Anche su “Il Fatto quotidiano” Cialente lamenta la mancanza di fondi. Il 27 luglio 2010 formula questa denuncia dalle pagine del quotidiano diretto da Antonio Padellaro: “Poi se vuole le spiego anche che i miei 20 tecnici stanno in scadenza di contratto e non ho un euro per i rinnovi, che solo per le case popolari (I cui legittimi proprietari sono sfollati) mi servono subito 22 milioni di euro, che qui ogni giorno fallisce un'impresa o un artigiano”.

Nel 2011 sgrida la bravissima Rita Dalla Chiesa che ha portato sui teleschermi di “Forum” il dramma de l'Aquila. Cialente si indigna: “Mi aspetto che Rita Dalla Chiesa, persona stimabile, venga a l'Aquila a dare un'occhiata: la vera ricostruzione non è mai partita, è stata completata quella leggera e poi basta” (“Terra”, 29 marzo 2011). Cialente ha visto sempre la protezione civile e il ritorno di Guido Bertolaso a L'Aquila come il fumo negli occhi. E non ha mai tollerato la sua presenza nella fase della ricostruzione. Al quotidiano “l'Unità” del 30 luglio 2010 denuncia: “Basta gettare la croce sugli enti locali, senza personale, costretti a chiedere in ginocchio un'ordinanza. E' questione di democrazia, il ritorno della Protezione civile sarebbe un'occupazione. Io ho segnalato la cosa anche al Quirinale”. E quando gli urbanisti lo attaccano perché il sindaco non ha tenuto conto dei loro consigli e rimodella la città partendo dalle periferie, Cialente non accetta nessuna critica: “Parlano di cose che non conoscono. Avrei voluto vedere loro: ricostruire il centro storico è complicatissimo, partire dalle periferie era una necessità” (“La Stampa”, 28 ottobre 2010). Ma il suo pensiero è rivolto alla riconferma. Sempre nella stessa intervista, il sindaco promette che si supererà se verrà rieletto: “Se sarò sindaco tra tre anni, le assicuro che saprò che cosa fare”. Ma un vero sindaco democratico non può non evocare i “poteri forti”. In un'intervista a “Famiglia cristiana” del 3 aprile 2011 tuona: “Qui devono arrivare i grandi interessi. Mi piacerebbe sapere cosa ne dice Tremonti. Ma io non riesco ad aprire un dibattito su questo punto e temo che gli interessi siano trasversali, a destra e sinistra. Per questo voglio andarmene”. Ma quando lo accusano di volere l'esclusiva della ricostruzione, Cialente esplode: “Mi hanno accusato di tutto” e “hanno detto che volevo battere cassa” (“Famiglia cristiana”). Tre mesi dopo torna ad attaccare il governo Berlusconi, denunciando: “Intanto, però, abbiamo perso 15 mesi e molti giovani sognano di andare via” (“Europa”, 5 aprile 2011). Quando il Presidente della Regione Abruzzo Chiodi gli ricorda che il piano di ricostruzione de L'Aquila (che mancava) spetta a lui, il sindaco ribatte: “Preferisco non rispondere, mi chiarirò con lui. Le cose non stanno così, ma basta con le polemiche, adesso sono ben altre le cose da fare. Comunque voglio vedere i piani degli altri sindaci” (“Il Messaggero”, 5 aprile 2011). Magari vedere quello che combina il vicesindaco. Non c'è male per un politico che aveva deciso di fare politica con queste motivazioni: “Io nel 2001 ho lasciato il mio lavoro di medico per fare politica contro Berlusconi” (Corriere della Sera – Sette – 2 giugno 2011). Forse il suo nemico non stava da quella parte.

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