giovedì 20 febbraio 2014

Fini e Lombardo, amici a corrente alternata

IL TEMPO, 20 febbraio 2014
di Lanfranco Palazzolo

Gianfranco Fini e quell’alleato scomodo «da sorvegliare». L’ex Presidente della Camera Gianfranco Fini è sempre stato un uomo dal grande rigore morale. Ma questa intransigenza lo ha abbandonato quando si è avvicinato alla sinistra che voleva mettere da parte Silvio Berlusconi. Tra il 2010 e il 2012, prima che venisse travolto alle elezioni politiche del 2013, l’allora Presidente della Camera Fini tentò la carta dell’alleanza con l’Mpa del discusso Raffaele Lombardo, condannato mercoledì scorso a 6 anni per concorso esterno a «Cosa nostra». Ma l’esperimento politico, messo in atto con una parte del Partito democratico, fu un fallimento totale.
E pensare che, alla fine dell’estate del 1992 l’allora segretario del Movimento sociale italiano Destra Nazionale partecipò alla festa Tricolore di Catania attaccando aspramente quell’uomo che sarebbe diventato il suo alleato in vista dell’attacco contro Berlusconi. In quel periodo la Sicilia era ancora scossa dai gravissimi attentati ai giudici Falcone e Borsellino. Il clima politico di quelle settimane era teso alla vigilia di una tornata elettorale importante. Nel corso del suo comizio a Catania, l’8 settembre del 1992, Gianfranco Fini sferrò un durissimo attacco alla Democrazia cristiana siciliana. All’indomani, il quotidiano «La Sicilia» riportò l’intervento di Gianfranco Fini affermando che il Governo in carica, si trattava dell’esecutivo guidato da Giuliano Amato, avrebbe dovuto «mettere in condizione di non nuocere: politici collusi con le cosche mafiose».
Lo stesso Fini affermava che vi erano uomini politici «da sorvegliare». Ma chi erano questi uomini politici? Fini li elencava ai militanti del Msi: «Si tratta di esponenti politici regionali eletti all’Assemblea Regionale Siciliana e al centro di inchieste su scambi di favori e voti con esponenti mafiosi, su compravendite di posti di lavoro pubblici, su finanziamenti pubblici alle proprie campagne elettorali». Nel suo intervento Fini elencò questi nomi: Raffaele Lombardo, Domenico Sodano, Biagio Sisinni, Giuseppe D’Agostino, Salvatore Lenza, Alfio Pulvirenti e Salvo Fleres. I passaggi dell’intervento di Gianfranco Fini sono riportati negli atti parlamentari (Doc. IV. N. 170, presentato alla Presidenza della Camera il 26 maggio del 1993).
Il 10 settembre del 1992, Gianfranco Fini presentò, come primo firmatario, un’interrogazione parlamentare a risposta scritta contro Raffaele Lombardo e gli altri esponenti politici «da sorvegliare». L’atto di sindacato ispettivo era rivolto alla Presidenza del Consiglio, al ministro dell’Interno e a quello della Giustizia. In quei giorni il Msi aveva scommesso sulle elezioni comunali di Catania, dove si votava per la prima volta con il sistema di elezione diretta del sindaco. Il testo dell’atto era durissimo: Fini chiedeva di «controllare l’operato dei numerosi esponenti politici regionali eletti all’Ars nella circoscrizione di Catania al centro di numerose inchieste su scambi di favore e voti con esponenti mafiosi, su compravendite di posti di lavoro pubblici, su finanziamenti pubblici alle proprie campagne elettorali, tra i quali Raffaele Lombardo (Dc), Biagio Susinni (Movimento Repubblicano), Alfio Pulvirenti (Pri), Domenico Sudano (Dc), Giuseppe D’Agostino (Dc), Salvo Fleres (Pri), Salvatore Leanza (Psi) e quant’altri coinvolti in operazioni di dubbia liceità».
L’iniziativa non piacque a uno dei parlamentari dell’Ars citati da Fini. Il 6 ottobre del 1992 l’onorevole Giuseppe D’Agostino presentò querela contro Fini per diffamazione a mezzo stampa. Il governo non rispose mai a quella interrogazione. E la Camera respinse la richiesta di autorizzazione a procedere contro Fini per diffamazione. Gli atti della denuncia furono restituiti all’autorità giudiziaria in quanto il caso rientrava nella fattispecie dell’articolo 68 della Costituzione. Allora nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo potessero scendere a patti dopo un atto di accusa così grave.
L’11 giugno del 2009 è proprio Gianfranco Fini a tenere in vita politicamente Raffaele Lombardo, l’uomo politico «da sorvegliare». Quel giorno il Presidente della Camera incontra Lombardo per cercare di mediare nello strappo tra l’Mpa e il Pdl allo scopo di evitare la caduta della Giunta regionale siciliana («Il sole 24 Ore», 11 giugno 2009). Ma quando la rottura con il Pdl in Sicilia diventa davvero insanabile, Lombardo vola dal Presidente della Camera a Montecitorio il 7 aprile del 2010. L’incontro, organizzato da Fabio Granata, termina con una calorosa stretta di mano tra i due. Una volta uscito dall’incontro con il suo ex accusatore politico, Lombardo è raggiante: «So bene che Fini non ha mai scoraggiato i suoi uomini a portare avanti il rapporto con me» («Il Giornale di Sicilia» dell’8 aprile del 2010). E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

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