domenica 2 marzo 2014

Dario Franceschini e il PSE

IL TEMPO, 2 marzo 2014
di Lanfranco Palazzolo

E il compagno Obama che fine ha fatto? L’ingresso del Pd italiano, a pieno titolo, nel Partito socialista europeo vede tutto il gruppo dirigente democratico compatto nella scelta proposta dal segretario Matteo Renzi nella lettera inviata lo scorso 20 febbraio agli organi dirigenti del Pse.
La scelta mette in difficoltà tanti ex popolari che si erano opposti con vigore a questo approdo politico. L’esponente politico del Pd che dovrebbe trovarsi in maggiore difficoltà è il nuovo ministro della Cultura Dario Franceschini, che è stato il segretario del Pd che, più di tutti, ha bloccato questa scelta. Ai tempi in cui ha ricoperto la carica di segretario del Partito democratico è lo stesso Franceschini a frenare questa «svolta» che, invece, il segretario del Pd Renzi ha voluto senza alcuna esitazione. Il 2 aprile 2009, durante la sua visita al Parlamento europeo, Dario Franceschini annuncia: «È già deciso che il Pd non potrà che stare nello stesso gruppo parlamentare» a Strasburgo. Il leader Dem ribadisce tuttavia che il Pd «non entrerà nel Pse. Cercheremo - riprende - un luogo e un gruppo per le forze progressiste. I modi per creare un luogo in cui ci siano i riformisti di tradizione socialista o di altre tradizioni, a cominciare dai Democratici italiani - spiega Franceschini - richiede del tempo e non dipendono solo da noi, ma da una serie di incontri con forze riformiste».
Nelle intenzioni di Franceschini segretario del Pd c’è la speranza di fare del Pse un soggetto aperto alle altre forze riformiste europee. Ma questa svolta non arriva. Il primo a ironizzare sulla scelta di Franceschini è l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga: «Ammiro e voglio bene all’amico Dario Franceschini, ma sinceramente non riesco a conciliare il suo no all’ingresso del Pd nel Pse e la sua partecipazione alla grandiosa manifestazione della Cgil al Circo Massimo. Ma forse - rileva Cossiga - questa potrebbe significare che il Pd intende aderire alla Europaeische Linke che riunisce in Europa il Partito Comunista Francese, il Partito Comunista Greco, il Partito Comunista Portoghese, la Isquierda Unida spagnola, e la Linke tedesca...». La scelta di non aderire al Pse viene ribadito da Franceschini in un’intervista a La Repubblica il 12 giugno 2009: «Io sono certo che la storia ci spinge verso la storia di una grande forza riformista e progressista.
Ed è una spinta planetaria, non solo europea. Obama ha dato il segnale: la globalizzazione richiede progressiva cessione di sovranità... Già ora i socialisti tedeschi, i democratici americani, quelli italiani, Lula o il Partito del congresso indiano sui temi della globalizzazione condividono le stesse idee».
Idee che Franceschini non muta neanche lo scorso 13 novembre quando la polemica ritorna in auge dopo l’annuncio del congresso dei socialisti europei a Roma: «Io penso - spiega Franceschini alla trasmissione tv 8 1/2 - che il partito che in questo momento esprime il presidente del Consiglio e penso esprimerà un giovane autorevole segretario, possa discutere con il Pse le condizioni per aderire a quel campo». Franceschini ritiene che «si può discutere con il Pse perché allarghi il suo campo non solo alle forze socialiste ma a tutti i progressisti». Ma il nome di Dario Franceschini non appare nella lista dei 24 esponenti dell’Areadem (la corrente del Pd che ha sostenuto la ricandidatura di Dario Franceschini alla segreteria del Pd) che, il 13 novembre 2013, stilano un piccolo manifesto per chiedere che il Partito democratico non decida una adesione «squilibrata e autoreferenziale» al Pse. «Se noi siamo solo la sinistra, allora è del tutto naturale che la nostra collocazione europea sia nel Pse. Ma il Pd non era nato per essere solo la sinistra". Ma oggi su questo tema Franceschini non dice nulla. Forse è meglio pensare alla Cultura con la C maiuscola. Chissà come prenderanno questa scelta alla Casa Bianca...

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