sabato 3 maggio 2014

Cosa sta accadendo in Ucraina?



Il 18 marzo il presidente Putin informava il Parlamento russo della richiesta ufficiale della Crimea di entrare a far parte della Federazione. Subito dopo Putin annunciava l'approvazione dello schema di accordo con la Crimea relativa all’annessione della penisola alla Federazione russa – era intanto stato annullato l’incontro a Mosca dei ministri degli esteri e della difesa della Russia con gli omologhi francesi. Per Sebastopoli è stato previsto uno status di autonomia analogo a quello vigente per Mosca e San Pietroburgo.
Il riconoscimento dell'annessione della Crimea alla Federazione russa provocava immediatamente reazioni da parte dell’Ucraina e dell'Occidente, accomunate dalla condanna della condotta russa e dal non riconoscimento dell’annessione. Secondo il ministro degli esteri italiano Federica Mogherini si trattava di un grave sviluppo negativo della crisi, suscettibile di porre la Russia in un preoccupante isolamento in ragione delle sue azioni unilaterali e prive di giustificazione. In Crimea intanto una sparatoria davanti a una base ucraina alla periferia della capitale Simferopoli provocava due morti e due feriti.
Mentre proseguiva l'occupazione progressiva delle basi ucraine da parte dei russi, apparentemente senza combattimenti - nel contesto della quale il 19 marzo sarebbe stato posto agli arresti il capo della flotta ucraina Serhiei Gaiduk, del quale con un gesto distensivo il ministro della difesa russo ha chiesto subito la liberazione ai dirigenti della Crimea – l’Ucraina annunciava di voler abbandonare,come già fece la Georgia dopo la guerra con i russi del 2008, la Comunità degli Stati indipendenti. Kiev ha inoltre chiesto all'ONU di dichiarare la Crimea zona demilitarizzata, proprio nell'imminenza della visita del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon a Mosca.
Gli Stati Uniti, anticipava il vicepresidente Joe Biden, potrebbero inviare truppe negli Stati baltici al fine di rassicurarli contro possibili minacce da parte russa. Il presidente Obama chiariva tuttavia che ciò non significa per gli USA voler intervenire militarmente in Ucraina. Assai più netta la presa di posizione del segretario generale della NATO Rasmussen, che accusava la Russia di aggressione militare e ha definito la crisi della Crimea la più grave minaccia alla sicurezza dell'Europa dai tempi della Guerra Fredda. Più sfumata appariva invece la posizione italiana, secondo la quale è necessario tenere aperto un canale di dialogo con la Russia proprio per evitare l'incubo di un ritorno alla Guerra fredda.
Per quanto riguarda i riflessi nel nostro Paese della crisi ucraina, va ricordato il rischio che essa comporta anche per i progetti dell'ENI con la Russia, in primis il gasdotto Southstream: pessimismo veniva espresso a tale proposito dall'amministratore delegato dell'ENI Paolo Scaroni il 20 marzo, durante un'audizione presso la Commissione attività produttive della Camera. In particolare, Scaroni ha messo in luce come siano in pericolo le autorizzazioni da parte dell'Unione europea indispensabili per portare avanti il progetto Southstream.
Sul fronte delle sanzioni la giornata del 20 marzo registrava una nuova puntata: infatti, mentre l'Ucraina elevava ulteriormente il livello di allerta delle proprie forze armate, e si diceva pronta a rispondere militarmente a ogni tentativo di nuove annessioni dei propri territori sudorientali, il presidente USA firmava un decreto per estendere la “lista nera” contro gli alti funzionari russi e le persone vicine all'entourage di Putin. Per converso, dalla Russia partivano sanzioni contro dirigenti e politici americani vicini al presidente Obama. Accortamente più sfumato l'atteggiamento del Cremlino verso i paesi europei, per quanto questi annunciassero nel Vertice dei Capi di Stato e di governo di Bruxelles l’estensione della lista di persone colpite dal blocco ai visti per il territorio europeo e dal congelamento dei beni ivi detenuti, nonché la sospensione del G8: infatti non sfugge a Mosca la differenza di accenti tra Stati Uniti e Unione europea, con quest'ultima evidentemente più timorosa degli effetti negativi di un ulteriore inasprimento sanzionatorio contro la Russia.
Proseguiva intanto il cammino istituzionale per la piena integrazione della Crimea nella Russia, con l'approvazione del trattato di annessione da parte della Duma. Nella mattinata del 21 marzo il Senato russo procedeva del pari all'approvazione del trattato, che veniva promulgato poche ore dopo dal presidente Putin. Nel frattempo tuttavia il premier ucraino Iatseniuk aveva firmato a Bruxelles la parte politica dell’Accordo di associazione con l'Unione europea.
La tensione tra Russia e Ucraina si traslava immediatamente anche sul piano economico-finanziario: infatti il premier russo Medvedev ricordava il debito dell’Ucraina con la Russia, pari a 16 miliardi di dollari, soprattutto relativi a forniture di gas non pagate. Subito dopo Iatseniuk ribadiva che la perdita della Crimea, con la nazionalizzazione di ingenti proprietà dello Stato ucraino, equivaleva a un danno di centinaia di miliardi di dollari: Iatseniuk minacciava poi un ricorso a breve termine alla giustizia internazionale per ottenere il relativo risarcimento. In realtà entrambi i contendenti fronteggiano uno scenario economico difficile, per il vero assai più per l’Ucraina: le sanzioni hanno provocato un calo della Borsa di Mosca, mentre le principali agenzie internazionali hanno abbassato il rating russo da stabile a negativo.
D'altra parte l'Ucraina si è vista annullare lo sconto del 30% sul gas russo, mentre con l'annessione della Crimea mille metri cubi di gas russo costeranno a Kiev ulteriori 100 dollari, per il venir meno della necessità del permesso ucraino alla flotta russa del Mar Nero di permanere fino al 2042 nella base di Sebastopoli. L'Armenia intanto procedeva a riconoscere l'annessione della Crimea alla Federazione russa e, come reazione, vedeva richiamato a Kiev l'ambasciatore ucraino.
Il Vertice europeo di Bruxelles, oltre alla firma della parte politica dell'Accordo di associazione, riscontrava un rinnovato appoggio dell'Unione europea a Kiev, decretando anche la libera vendita dei prodotti della Crimea nel territorio europeo solo se transitati in Ucraina – e in caso contrario, annunciando pesanti penalizzazioni. La Francia dal canto suo annunciava la sospensione della cooperazione militare con Mosca e gli Stati membri hanno ricevuto mandato, unitamente alla Commissione, di mettere allo studio ulteriori misure calibrate in campo economico, da attuare in caso di una nuova escalation militare da parte russa. La Commissione europea, inoltre, si vedeva conferire l'incarico di mettere a punto entro giugno un piano per ridurre al maggior grado possibile la dipendenza energetica dalla Russia.
Va comunque rilevato come una delle proposte uscite dal Vertice europeo, ovvero l'invio di una missione OSCE in Ucraina, operativa dal 23 marzo, sia stata accolta dalla Russia.
Il 22 marzo a Kiev si recavano il ministro degli esteri tedesco Steinmeier e il primo ministro canadese Harper, recando sostegno al nuovo corso ucraino, in un contesto in cui restavano alti i timori sia per l'attacco della Russia alle ultime basi ucraine che resistevano in Crimea, sia per le nuove esercitazioni militari lanciate da Mosca, suscettibili di collegarsi a focolai separatisti nuovamente manifestatisi nella parte sudorientale dell’Ucraina, segnatamente a Donetsk e Kharkiv, dove migliaia di manifestanti chiedevano di tenere referendum analoghi a quello della Crimea. La conquista delle basi ucraine nella penisola del Mar Nero ha visto senz’altro una parte dei militari coerenti con il proprio giuramento tentare una qualche forma di resistenza, quasi sempre inefficace. D'altro canto però numerosi militari ucraini venivano fortemente agevolati dalla Russia ad entrare nel proprio esercito mantenendo il grado originario, e per di più con una paga notevolmente superiore.
Il 23 marzo emergeva un'ulteriore preoccupazione, soprattutto da parte della NATO, per un possibile intervento delle truppe russe ammassate al confine orientale dell’Ucraina - che secondo il capo delle forze NATO in Europa, generale Breedlove, erano consistenti e pronte al combattimento - nel territorio secessionista moldavo della Transnistria, abitata da russofoni e dalla quale nei giorni precedenti erano venuti appelli a Mosca per un’annessione analoga a quella della Crimea. Nella stessa giornata il presidente della Bielorussa Lukashenko dichiarava, in una sorta di riconoscimento di fatto, che la Crimea era ormai parte del territorio russo: conseguentemente, anche l'ambasciatore a Minsk veniva richiamato dall’Ucraina.
Il 24 marzo vi era da parte dell’Ucraina la presa d'atto della situazione sul terreno in Crimea: il Consiglio di sicurezza nazionale, d'accordo con il ministero della difesa di Kiev, annunciava il ritiro delle proprie rimanenti truppe dislocate nella penisola. Poche ore prima circa duecento soldati russi avevano assaltato la base navale di Feodosia, prendendone possesso, ma stavolta provocando il ferimento di alcuni soldati di Kiev. Il ministro della difesa russo Shoigu, primo esponente del governo a recarsi in Crimea dopo l'annessione, procedeva a nominare l'ex capo di stato maggiore della marina ucraina Berezovski vicecomandante della flotta russa del Mar Nero – Berezovski era stato tra i primi a giurare fedeltà alle nuove autorità della Crimea filorussa.
Sempre il 24 marzo, in margine ai lavori del Vertice sulla sicurezza nucleare dell'Aja, si riunivano i Capi di Stato e di governo del G7, i quali decidevano di non incontrare più Putin finché persisterà nel suo atteggiamento nei confronti dell’Ucraina. È così stato cancellato il Vertice annuale G8 previsto a Sochi, mentre il G7 si terrà a Bruxelles nel mese di giugno.
La decisione del G7 è stata spiegata con la chiara violazione del diritto internazionale costituita dall’atteggiamento russo verso la Crimea: l'annessione è stata condannata e non riconosciuta. Il comunicato finale del G7 minaccia anche di intensificare le sanzioni con un crescente impatto sull'economia russa. Nel comunicato ha trovato però spazio anche un riferimento alla via diplomatica che deve restare aperta - e non manca la soddisfazione per l'accettazione russa della missione dell'OSCE in Ucraina. Inoltre, durante il Vertice sulla sicurezza nucleare vi è stato un importante segnale di un possibile inizio di distensione, con l'incontro del ministro degli esteri russo Lavrov con il suo omologo ucraino Deshizia, il primo contatto diretto al massimo livello tra i due paesi.
Il 25 marzo, nonostante la dura presa di posizione del G7 del giorno precedente, la Russia, per bocca del portavoce di Putin Peskov, si diceva pronta e interessata a riprendere i contatti al più alto livello con i partner del G8. Peskov ha inoltre dichiarato che, non essendovi più secondo la Russia un potere legittimo a Kiev, Mosca non si sentiva più obbligata a rispettare l'accordo per lo sconto sulle forniture di gas firmato in dicembre da Putin e Ianukovich, né tantomeno l'accordo per l'affitto dall’Ucraina della base di Sebastopoli, divenuta ormai parte integrante del territorio russo.
Nella stessa giornata del 25 marzo si dimetteva il ministro della difesa ucraino ammiraglio Teniukh – dimissioni che il parlamento in una prima votazione aveva rifiutato -, cui subentrava il generale Koval. Teniukh si era assunto la responsabilità della conduzione sfortunata della resistenza delle truppe ucraine in Crimea all'arrivo dei russi.
Emergeva intanto la forte preoccupazione degli Stati Uniti e della NATO per il concentramento di truppe russe sui confini ucraini: Rasmussen dichiarava che l'Alleanza Atlantica aveva tutti i piani pronti per difendere gli Stati membri e sostenere i suoi partner. La posizione di Rasmussen era rafforzata dal presidente Obama durante una conferenza stampa all'Aja, nella quale il capo dell'Amministrazione USA assicurava agli alleati garanzie mediante appositi piani di emergenza. Obama si è spinto a citare l'articolo 5 del Patto Atlantico, che prevede il sostegno di tutti gli alleati a un paese della NATO che dovesse subire un attacco militare.
Il 27 marzo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava una risoluzione in base alla quale l’annessione della Crimea alla Russia veniva dichiarata illegale: ciononostante, le preoccupazioni ucraine erano alimentate dalla presenza in prossimità del confine con la Russia di circa centomila soldati di Mosca. A sostenere Kiev interveniva un accordo di massima con il Fondo monetario internazionale per rendere possibili prestiti fino a 18 miliardi di dollari a favore dell’Ucraina, avvicinandosi in questo modo - tenuto conto degli aiuti già precedentemente concordati - in linea di massima alle richieste di Kiev.
Dopo diversi giorni di tensione, durante i quali la Russia sperimentava anche il proprio isolamento internazionale - stante la freddezza della Cina e dell’India sulla questione della Crimea -, a seguito di ripetuti contatti telefonici ad alto livello con le autorità di vertice degli Stati Uniti il presidente Putin decideva di ordinare (31 marzo) un parziale ritiro delle truppe dalla frontiera con l’Ucraina, pur insistendo sulla necessità di riforme in senso federale nel vicino paese, onde garantire i diritti della vasta minoranza russofona delle regioni sud-orientali.
Il 1º aprile i Ministri degli esteri della NATO riuniti a Bruxelles decidevano di sospendere ogni forma di cooperazione civile e militare con la Russia - la NATO riferire altresì di non poter confermare il ritiro seppur parziale delle truppe russe dai confini con l’Ucraina. Secondo l’Alleanza Atlantica, inoltre, erano imminenti nuove iniziative per il rafforzamento del dispositivo di difesa nei paesi baltici e dell’Europa orientale membri dell’Alleanza, ma per i quali la crisi ucraina ha creato un clima di grande preoccupazione nei confronti di Mosca.
Il 3 aprile il colosso russo del gas Gazprom metteva in pratica quanto già minacciato alcune settimane prima dalle autorità di Mosca, con un aumento di 100 dollari per mille metri cubi di gas nei confronti dell’Ucraina, giustificato dal venir dei diritti di Kiev sulla Crimea, e quindi degli obblighi russi per l’affitto pluridecennale della base militare della flotta del Mar Nero. Gazprom ha inoltre ventilato la possibilità che le controversie con l’Ucraina compromettano alla fine anche la stabilità dei flussi del gas russo verso l’Unione europea, che per l’Ucraina deve transitare. Va detto però che, a parziale ristoro del danno arrecato a Kiev dalla fine degli sconti sulle forniture russe di gas, nelle stesse ore il Parlamento europeo approvava a grande maggioranza l’abolizione, a partire da maggio, di gran parte delle tariffe doganali nei confronti dei beni industriali provenienti dall’Ucraina, aggiungendovi una serie di riduzioni, mentre anche i quattro quinti dei dazi sui prodotti agricoli di Kiev in ingresso in Europa sono stati abbattuti, peraltro senza richiesta di reciprocità
Il 7 aprile si verificava l’assalto alle sedi dei governi locali a Donetsk – ove gli assalitori proclamavano una Repubblica indipendente e richiedevano un referendum per unirsi alla Russia -, nonché a Kharkiv e Luhansk. Il premier ucraino Jatseniuk accusava Putin di avere un piano per la distruzione dell’Ucraina. Mentre gli Stati Uniti ammonivano la Russia a non oltrepassare con proprie forze militari i confini con Ucraina, forze speciali di Kiev riuscivano il giorno successivo a riprendere il controllo di Kharkiv, operando una settantina di arresti. Mosca dal canto suo ammoniva sui rischi di guerra civile in Ucraina sudorientale, ma gli Stati Uniti denunciavano esplicitamente la presenza di agenti russi nelle rivolte del giorno precedente, il cui scopo sarebbe stato quello di destabilizzare la situazione e rendere possibile un intervento russo in analogia a quanto avvenuto per la Crimea.
Il 12 aprile l’offensiva dei filorussi nell’est dell’Ucraina conosceva una nuova accelerazione in altre quattro città, impadronendosi di edifici chiave per la sicurezza. Il giorno successivo falliva il tentativo di forze speciali ucraine di sgomberare i filorussi operanti nella città di Slovyansk: nell’operazione perdeva la vita un agente ucraino e cinque venivano feriti. Il 14 aprile i ministri degli esteri dell’Unione europea concordavano sull’estensione dell’elenco delle persone colpite dalle sanzioni in seguito alla crisi ucraina: mentre i presidenti russo e americano si confrontavano telefonicamente, da Slovyansk i filorussi richiedevano a Putin di inviare truppe. Da Kiev emergeva un’apertura, prevedendo di poter svolgere in maggio un referendum in vista di un’apertura in senso federale a favore delle regioni sudorientali del paese.
Il 15 aprile il presidente ucraino Turcinov annunciava l’inizio di quella che definiva operazione antiterrorismo contro i separatisti filorussi in azione nelle regioni sudorientali del paese: le forze fedeli a Kiev conseguivano un primo successo con la riconquista della base aerea di Kramatorsk, nei pressi di Donetsk, nel corso della quale vi sarebbero state secondo Mosca alcune vittime tra i separatisti. A rendere ancor più tesa la situazione giungevano dalla Transnistria appelli di esponenti politici alla Russia e alle Nazioni Unite per il riconoscimento dell’indipendenza della regione separatista dalla Moldova. La controffensiva di Kiev veniva però bloccata quasi subito, anche per l’intervento di numerosi civili filorussi, la cui massiccia presenza scoraggiava i militari dall’uso delle armi: in tal modo, anche diversi veicoli corazzati venivano sequestrati ai soldati ucraini. La NATO intanto procedeva ad ulteriori incrementi nei sorvoli militari sui paesi baltici e nel dispiegamento di forze terrestri, aeree e navali in prossimità dello scenario ucraino.
Il 17 aprile segnava un momento di speranza, con il raggiungimento a Ginevra di un accordo tra Ucraina, Russia, USA e UE per una serie di misure volte ad abbassare la tensione nel teatro ucraino: il documento congiunto ha previsto la smobilitazione delle milizie, l’abbandono degli edifici governativi occupati nell’Ucraina sudorientale - con una corrispettiva amnistia da accordare ai separatisti -, un programma di riforme politiche per l’Ucraina in senso federale. Peraltro, mentre veniva siglato l’accordo a Ginevra il presidente russo Putin, impegnato nell’annuale maratona televisiva in colloquio diretto con i cittadini, manteneva apertamente sullo sfondo il diritto russo ad intervenire nelle questioni ucraine in caso di necessità. Intanto in un attacco a Mariupol, a sud di Donetsk, tre separatisti filorussi erano rimasti uccisi nella notte mentre assaltavano la locale base della Guardia nazionale ucraina.
L’accordo di Ginevra, tuttavia, si mostrava sostanzialmente sterile, poiché le milizie filorusse continuavano l’occupazione di edifici pubblici nella parte orientale dell’Ucraina, dicendosi non vincolate da quanto deciso a Ginevra. Piuttosto, i filorussi richiedevano, quale condizione per lo sgombero degli edifici occupati, il ritiro del governo di Kiev, da essi giudicato illegittimo. In questa difficile situazione lo stesso governo di Kiev si spingeva ad offrire maggiori autonomie alle regioni in rivolta, assicurando altresì di voler fornire alla lingua russa uno status speciale in Ucraina.
La fragile tregua pasquale veniva rotta subito il 20 aprile con uno scontro a fuoco in un checkpoint nei pressi di Slovyansk, durante il quale perdevano la vita tre filorussi, destando vive proteste da parte della Russia nei confronti dei nazionalisti ucraini. Il giorno successivo la protesta russa cresceva di tono, e lo stesso ministro degli esteri Lavrov accusava l’Ucraina di aver violato gli accordi di Ginevra. Nel contempo la Russia rendeva più agevole per i cittadini russofoni appartenenti ai paesi dell’ex Unione sovietica l’ottenimento della cittadinanza russa, abbreviando l’iter burocratico per il passaporto, che non potrà superare i tre mesi. Intanto da parte ucraina venivano diffuse alcune foto per dimostrare la presenza di soldati russi nell’est del paese, operanti unitamente ai filorussi locali.
Il 22 aprile il presidente ucraino Turcinov, accusando i separatisti filorussi di aver torturato alcuni cittadini ucraini, annunciava la ripresa dell’offensiva nell’est del paese: intanto il vicepresidente americano Joe Biden si recava in missione a Kiev, e minacciava nuove sanzioni nei confronti della Russia, qualora questa persistesse nel suo atteggiamento minaccioso, che del resto la stava conducendo secondo Biden all’isolamento. Il vicepresidente statunitense prometteva inoltre all’Ucraina di compensare parzialmente le forniture energetiche russe, aiutando tecnologicamente il paese sviluppare le risorse di shale gas, di cui sarebbe ricco.
Il 24 aprile l’esercito ucraino attraccava Slovyansk, uccidendo alcuni ribelli e riprendendo il controllo del municipio della vicina cittadina portuale di Mariupol. Per tutta risposta il presidente russo Putin minacciava conseguenze per quello che definiva un crimine perpetrato dalle autorità di Kiev, e l’esercito di Mosca iniziava nuove esercitazioni in prossimità dei confini con l’Ucraina. Il giorno successivo il premier Iatseniuk accusava Mosca di preparare una terza guerra mondiale, mentre l’esercito di Kiev proseguiva nell’offensiva per riprendere la città di Slovyansk, dove tredici osservatori militari dell’OSCE venivano sequestrati dai separatisti.
In conseguenza degli sviluppi sul terreno, il 26 aprile il G7 ha annunciato nuove sanzioni nei confronti della Russia, che non avrebbe fatto nulla per un allentamento della tensioni nell’Ucraina orientale. Intanto l’Ucraina ha accusato Mosca di usare i tredici osservatori dell’OSCE nelle mani dei filorussi alla stregua di scudi umani. Nella stessa giornata si è registrato il viaggio a Roma del premier ucraino Iatseniuk, che ha incontrato il presidente del Consiglio Matteo Renzi e successivamente si è recato in Vaticano per l’udienza con il Papa: Iatseniuk ha chiaramente espresso la propria visione della crisi ucraina, che deriverebbe in ultima analisi dal tentativo di Putin di ricostituire qualcosa di molto simile all’Unione sovietica.

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