sabato 7 giugno 2014

Cosa sta accadendo in Libia?


La crisi libica si è aperta nel 2014 con l’assassinio a Sirte del Viceministro dell’industria (12 gennaio), il primo membro del governo a essere ucciso dopo la fine del regime di Gheddafi. Intanto la Libia meridionale era teatro di sanguinosi scontri tribali. Il 18 gennaio si spargeva la notizia del rapimento di due operai edili calabresiad opera di un gruppo armato nella zona libica di Derna, poi rilasciati fortunatamente il 7 febbraio. Il 29 gennaio un altro esponente del governo, il ministro dell’interno e vicepremier Karim, sfuggiva miracolosamente a raffiche di proiettili sparati da sconosciuti nella capitale.
All’inizio di febbraio, comunque,si completava la distruzione dell’arsenale chimico ereditato dal regime di Gheddafi, portata a termine soprattutto con la collaborazione degli Stati Uniti.
A soli due giorni dalle elezioni per l’Assemblea costituente, il 18 febbraio due potenti milizie originarie di Zintan intimavano ai deputati del Congresso nazionale di dimettersi pena l’arresto immediato: quello che sembrava un vero e proprio ‘golpe’ si risolveva nel giro di poche ore con un non meglio precisato compromesso annunciato dal premier Zeidan. Il 20 febbraio la giornata elettorale, caratterizzata da bassa affluenza alle urne, registrava numerosi episodi di violenza e intimidazione ai seggi.

Marzo

Nella serata del 2 marzo una folla inferocita irrompeva nella sede del Congresso nazionale – che, si ricorda, invece di indire le attese elezioni legislative aveva recentemente prolungato il proprio mandato -: i locali erano devastati e diversi deputati aggrediti mentre fuggivano (due di loro sono stati uccisi). Nella stessa giornata a Bengasi e dintorni perdevano la vita sette persone, tra cui un ingegnere francese e un ufficiale delle forze speciali libiche.
Il 6 marzo, dopo lunghe trattative con il Niger, la Libia otteneva l’estradizione di uno dei figli di Gheddafi, Saadi, noto in Italia, tra l’altro, per aver militato in alcune squadre di calcio del nostro paese.Nella stessa giornata si svolgeva a Roma la Conferenza internazionale sulla Libia, con la partecipazione di oltre 40 ministri degli esteri: il Ministro degli esteri Mogherini ha inteso puntualizzare in ordine a precise iniziative in tema di governance e sicurezza, ma ha anche sottolineato la necessità di un impegno forte dei libici per la riuscita del processo di transizione internazionalmente auspicato, anzitutto incardinando un credibile dialogo nazionale. Presupposto di ogni passo avanti dovrà essere il ristabilimento di condizioni di sicurezza accettabili, a partire dal disarmo delle milizie che attualmente spadroneggiano nel paese. Dalla Conferenza non è uscita alcuna precisazione sulla data delle elezioni legislative, mentre è stato fissato un prossimo nuovo incontro in Turchia.
L’11 marzo veniva al pettine anche il nodo dei rapporti di Tripoli con la Cirenaica, che particolarmente dal luglio 2013, sotto la guida di HibrahimJadran, rivendica autonomia dalla capitale e maggiori introiti petroliferi, bloccando i maggiori porti libici. Una petroliera che aveva imbarcato petrolio nel porto di Sidra e cercava di esportarlo illegalmente, con a bordo lo stesso Jadran, veniva intercettata dalla marina di Tripoli, che apriva il fuoco, senza però riuscire a bloccarla – la nave è stata tuttavia abbordata senza incidenti il 17 marzo da un commando di NavySeal statunitensi, il cui intervento era stato richiesto dalle autorità di Tripoli. Poche ore dopo il Congresso nazionale votava a larga maggioranza una mozione di sfiducia contro il premier Ali Zeidan, che in breve riparava in Germania, provvisoriamente sostituito dal ministro della difesa al-Thani. Il presidente del Congresso nazionale, il 12 marzo, lanciava ai separatisti dell’est un ultimatum per lo sgombero di tutti i porti entro due settimane.
Il 22 marzo si diffondeva la notizia della scomparsa in Cirenaica di un tecnico italiano, probabilmente rapito, come ha fatto pensare il ritrovamento nei pressi di Tobruk della sua auto abbandonata e con le chiavi inserite – oltretutto il nostro connazionale, affetto da diabete, non ha potuto portare con sé il kit dell’insulina, rinvenuto nell’autovettura.

Aprile

All'inizio di aprile, dopo una serie di incontri a Brega tra le diverse delegazioni interessate, veniva raggiunto un accordo che sembrava portare uno spiraglio positivo nella difficilissima situazione della Libia: nella serata del 6 aprile venga infatti siglata un’intesa tra il governo di Tripoli e l'ufficio politico della Cirenaica - che aveva guidato per lunghi mesi il blocco dei terminal petroliferi della parte orientale del paese -, per la consegna immediata alle autorità costituite dei due porti di Hariga e Zueitina. L'accordo è stato raggiunto con la mediazione consueta di leader tribali, e tra i punti di esso figura il trasferimento nella città oroentale di Brega del quartier generale delle forze di sicurezza a protezione degli impianti petroliferi della Cirenaica, con il pagamento degli arretrati di stipendio alle guardie che bloccavano i porti.
È stata inoltre assicurata l'impunità ai responsabili del blocco, affidando ad una commissione di sei esperti provenienti da tutte le parti del paese il compito di indagare su eventuali irregolarità nella vendita del greggio. Sarebbe stata inoltre prevista la scarcerazione di tre ribelli della Cirenaica che erano stati bloccati a bordo della petroliera MorningGlory in un tentativo di esportare greggio indipendentemente dalle autorità di Tripoli.
L'importanza dell'accordo, al di là della possibilità di riprendere l'esportazione di 200.000 barili di petrolio al giorno - praticamente pari all'attuale produzione libica, paurosamente calata rispetto a oltre 1,5 milioni di barili quotidiani del periodo di Gheddafi - era nel fatto che esso potesse essere prodromico alla ben più importante riapertura dei terminali di Sirte e Ras Lanuf. Le cose sono andate tuttavia diversamente, poiché il 13 aprile l'instabilità tornava a imperversare in Libia con le dimissioni del neopremier (da appena cinque giorni) al-Thani, conseguenti a un attentato contro la sua persona e la sua famiglia.
Il 29 aprile una nuova escalation di violenza si registrava con l'assalto al parlamento di uomini armati, mentre il Congresso generale nazionale era impegnato nelle votazioni per eleggere il nuovo premier: le forze di sicurezza hanno reagito e vi sono stati diversi feriti, mentre i deputati abbandonavano frettolosamente l'edificio e il voto veniva rinviato di alcuni giorni. L'attacco sarebbe avvenuto proprio poco prima del voto finale, che avrebbe dovuto scegliere tra l'imprenditore di misurata Mitig e l’accademico di Bengasi al-Hassi. Frattanto in Cirenaica venivano uccisi due soldati, e feriti due loro commilitoni, per l'esplosione di un'autobomba in una caserma di Bengasi.
Le continue violenze e l'instabilità della Libia provocavano un deciso intervento del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che nella serata preannunciava un’iniziativa dell'Italia per la nomina di un inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, di modo che divenga possibile affrontare ad un livello più elevato le questioni umanitarie poste dalla situazione della Libia, rispetto alla quale Renzi non ha mancato di accennare ai rilevanti interessi italiani, soprattutto dell'ENI, sul territorio libico.

Maggio

Il 2 maggio veniva attaccata a Bengasi la sede delle forze di sicurezza, e nei gravi scontri a fuoco che ne seguivano si contavano numerosi morti e feriti da entrambe le parti: le autorità di Tripoli hanno nuovamente accusato la formazione estremista islamica di Ansar al-Sharia. Due giorni dopo si toccava con mano la confusione politica del paese, quando il Congresso generale nazionale sembrava aver eletto finalmente il nuovo primo ministro, nella persona di Ahmed Mitig, ma in serata la presidenza dell'assemblea dichiarava l'invalidità dell'elezione per un errore nel conteggio dei voti.
Dietro la controversia vi sarebbe la diffidenza di una larga parte del parlamento di Tripoli per gli appoggi non nascosti a Mitig da parte degli islamici, e dal punto di vista procedurale l'invalidità dell'elezione è stata rivendicata per il fatto che la seconda votazione era avvenuta dopo l'aggiornamento della seduta nella quale, in una prima votazione, Mitig non aveva raggiunto il quorum necessario.
L'8 maggio a Bengasi veniva assassinato il capo dell'intelligence nella parte orientale della Libia Ibrahim Akila, mentre l'autoproclamato governo della Cirenaica capeggiato da al-Baraassi dichiarava di non riconoscere l'elezione di Mitig a capo del governo di Tripoli. In tal modo anche l'accordo faticosissimo raggiunto all'inizio di aprile per lo sblocco dei porti petroliferi in Cirenaica sembrava essere rimesso in discussione, non ultimo per il timore che Mitig abbia in progetto di assegnare i locali terminal petroliferi alle milizie islamiche.
Un nuovo riflesso del caos libico nei confronti dell'Europa si era intanto avuto il 6 maggio con l'affondamento di un barcone carico di immigrati illegali appena al largo delle coste libiche, da cui era partito, con la morte di non meno di 36 persone. La criticità della situazione era stata evidenziata il giorno precedente dal ministro dell'interno di Tripoli Mazek, che aveva criticato la mancanza di impegno dell'Unione europea sulla questione dell'immigrazione clandestina, minacciando di facilitare i flussi di immigrati verso il Vecchio Continente – non troppo difformemente da quando, con intenti palesemente ricattatori, questa minaccia era stata agitata dal colonnello Gheddafi.
Dalla metà di maggio è sembrato emergere nel caos libico un elemento nuovo, quando il giorno 16 sanguinosi combattimenti iniziavano a Bengasi con l’attacco da parte di un gruppo paramilitare in possesso di aerei ed elicotteri dell’aeronautica, guidato dal generale in pensione Khalifa Haftar. L’attacco era diretto contro i gruppi armati e le milizie in vario modo ispirati all’integralismo islamico. Il generale Haftar, che nel 1969 aveva partecipato al colpo di Stato militare che aveva portato al potere Gheddafi, per poi distaccarsi dal regime e rifugiarsi per un ventennio negli Stati Uniti, era tornato in Libia proprio all’inizio della rivolta contro Gheddafi, per assumere la carica di capo delle forze di terra impegnate, sotto la direzione del Consiglio nazionale di transizione, nella lotta armata contro il colonnello.
Haftar caratterizzava la propria leadership per la capacità di aggregare numerosi ufficiali che avevano abbandonato Gheddafi, e che dopo la sua caduta, però, le nuove autorità avrebbero fortemente marginalizzato: sarebbero ora proprio queste forze il nerbo delle truppe che agli ordini di Haftar hanno ingaggiato una durissima lotta contro la deriva integralista della Libia.
Lo scatenarsi dei nuovi combattimenti provocava il 16 maggio la chiusura dell’ambasciata algerina a Tripoli. Il protrarsi degli scontri a Bengasi portava il totale delle vittime, dopo due giorni, a ottanta morti: nel contempo il governo di Tripoli lanciava l’allarme per un presunto colpo di Stato in atto, tramite un comunicato congiunto del governo, del parlamento e delle forze armate, principalmente incentrato a definire illegittima l’azione militare guidata da Haftar nell’est del paese -in relazione alla quale veniva anche dichiarata una zona di esclusione aerea su Bengasi, per impedire l’azione dei velivoli in possesso delle forze guidate da Haftar.
Nella giornata del 18 maggio l’escalation della violenza portava i combattimenti fin dentro la sede del parlamento di Tripoli, con una precipitosa fuga dei deputati e dei dipendenti dell’istituzione: il presidente del Congresso nazionale generale attribuiva anche quest’attacco al parlamento alle milizie guidate da Haftar. Per la verità emergeva subito dopo che l’azione armata contro il parlamento era stata messa in atto dalla milizia di Zintan, che tuttavia anch’essa sin dall’inizio dei combattimenti contro Gheddafi si era caratterizzata per il forte orientamento anti-integralista.
La drammaticità degli sviluppi della situazione libica provocava l’intervento del Ministro degli esteri italiano Mogherini, con un appello alla Comunità internazionale a mettere finalmente in campo tutti gli strumenti diplomatici per scongiurare in Libia l’esplosione di un conflitto senza più ritorno. Il giorno dopo, il 19 maggio, anche il Presidente del consiglio Matteo Renzi richiamava sull’assoluta priorità del problema libico, che solo a livello internazionale potrà trovare una sua soluzione, auspicando anzitutto il coinvolgimento delle Nazioni Unite e dell’Unione europea.
Mentre le nostre autorità diplomatiche prospettavano ai connazionali presenti in Libia ipotesi di un temporaneo rientro in Italia, l’Arabia Saudita disponeva la chiusura della sua ambasciata Tripoli. Il giorno dopo il Presidente del consiglio tornava sull’argomento della Libia, mettendo in evidenza come l’Italia non sia in grado di affrontare da sola il flusso di migranti, prevedibilmente accresciuto dal caos sempre più imperante nel paese nordafricano. Matteo Renzi criticava l’assenza dell’Unione europea dall’operazione Mare Nostrum per il soccorso dei migranti nel Mediterraneo, ma anche la mancanza di una politica europea unitaria nei confronti della situazione libica, sostenendo che la questione doveva essere portata all’attenzione del Consiglio europeo del 27 maggio e del Vertice G7 di inizio giugno. Anche le Nazioni Unite venivano accusate da Matteo Renzi di non essere sufficientemente presenti in Libia, dove invece sarebbe auspicabile aprire campi profughi gestiti dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati sulle coste, prima della partenza per l’Italia.
La giornata relativamente tranquilla del 19 maggio consentiva l’emersione di un legame conclamato tra la milizia di Zintan e le truppe guidate da Haftar: congiuntamente decretavano la sospensione del Congresso nazionale generale, e conseguentemente, poche ore dopo, il governo libico disponeva il congelamento delle attività del parlamento fino a nuove elezioni, bloccando pertanto anche i tentativi di elezione di un nuovo premier - evidentemente la nomina di Ahmed Mitig solo alcuni giorni prima era ormai considerata tramontata.
La forza del gruppo paramilitare di Haftar veniva accresciuta quando il capo delle forze speciali libiche Khamada si dichiarava pronto a combattere con i suoi uomini contro il terrorismo e ad affiancare soldati e ufficiali riuniti attorno a Haftar, che in tal modo vedevano aumentare la propria dotazione di aerei, elicotteri e artiglieria pesante. Intanto due basi aeree nella parte orientale del paese, quella di Tobruk e quella di Benina (nei pressi di Bengasi), erano anch’esse passate nelle file del generale.
Il 20 maggio tutte le forze militari di Tobruk si schieravano con l’operazione guidata da Haftar, che incassava anche il consenso dell’ex primo ministro Ali Zeidan. Peraltro iniziavano anche le reazioni di parte islamista contro Haftar, in particolare con minacce di rappresaglia da parte della milizia Ansar al-Sharia. A Tripoli intanto la Commissione elettorale annunciava l’elezione del nuovo parlamento per il 25 giugno. Di fronte alla situazione libica gli Stati Uniti, che già avevano rafforzato la presenza dei marines a Sigonella, raddoppiavano il numero di aerei nella base siciliana e predisponevano piani per l’evacuazione del proprio personale a Tripoli.
Il 21 maggio, mentre riprendevano conflitti a fuoco in varie zone del paese, con il coinvolgimento anche di civili - un ingegnere cinese perdeva la vita a Bengasi - il generale Haftar richiedeva con forza al Consiglio superiore della magistratura libico la formazione di un Consiglio di presidenza incaricato di guidare la transizione fino a nuove elezioni politiche.
Sul piano internazionale il 22 maggio il vertice del Dialogo mediterraneo 5+5, riunito a Lisbona, richiamava sulla drammaticità della crisi libica, che richiede interventi immediati: inimmaginabile quello di tipo militare, ciò che si prospetta indispensabile è invece il lavoro comune delle parti in causa, con il sostegno della Comunità internazionale, per avviare la ricostruzione democratica del paese. I rappresentanti di Libia, Portogallo, Spagna, Francia, Malta, Marocco, Mauritania, Algeria, Tunisia hanno concordato con questa posizione, decisamente sostenuta dall’Italia.
Ulteriore conferma del caos libico veniva fornita il 25 maggio, quando il parlamento sospeso appena una settimana prima votava la fiducia al nuovo governo - che prestava giuramento il giorno seguente – guidato da Ahmed Mitig e composto da 18 ministri. Già il 27 maggio l’abitazione di Mitig a Tripoli veniva fatta oggetto di un attacco armato che fortunatamente non provocava vittime né feriti, mentre fra i tre assalitori uno veniva ucciso e gli altri due feriti e poi arrestati. La reazione al nuovo esecutivo guidato da Mitig da parte degli autonomisti della Libia orientale non si faceva attendere, ed era naturalmente nel senso di non riconoscere la nuova compagine di governo.
Il 28 maggio, dopo il bombardamento di un campo di estremisti islamici alla periferia di Bengasi da parte delle truppe del generale Haftar, il Dipartimento di Stato USA lanciava un perentorio allarme ai propri compatrioti a lasciare immediatamente la Libia, mentre una nave d’assalto americana giungeva al largo delle coste di Tripoli, pronta a fornire assistenza in caso di precipitosa evacuazione degli americani dalla Libia, con a bordo un migliaio di marines e numerosi elicotteri.
Le fazioni integraliste non hanno peraltro tardato a ripresentarsi con atti sanguinosi, rivolti contro due giornalisti: il 26 maggio veniva ucciso a Bengasi Meftah Bouzid, un reporter conosciuto per le sue posizioni fortemente contrarie agli islamisti, mentre il 30 si rinveniva nel sud del paese il corpo della giornalista televisiva Nassib Karnafa, rapita il giorno precedente e sgozzata – chiaro segno della matrice integralista dell’atto criminale.

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