sabato 15 novembre 2014

Ecco cosa succede alla Camera dei Comuni su Palestina, Iraq, Siria, ISIS e Unione europea



Il 13 ottobre la Camera dei Comuni ha approvato la mozione sul “Riconoscimento dello Stato della Palestina accanto allo Stato di Israele, come parte di un contributo volto ad assicurare la soluzione negoziata dei due Stati indipendenti”, presentata dal gruppo del Partito laburista.
La mozione, puramente simbolica e non vincolante per il Governo, ha riscosso favori trasversali dai gruppi parlamentari.
Il relatore Grahame M. Morris, deputato laburista, ha dichiarato che l’appoggio a questa mozione fa da contrappeso all’astensione del Regno Unito alla votazione tenutasi alle Nazioni Unite nel 2012 per la concessione dello status di osservatore permanente allo Stato della Palestina: molti sono convinti che questo voto potrebbe minare i negoziati di pace, ha aggiunto, mentre la sistematica negazione dei diritti incita alla violenza e incoraggia chi rifugge dal confronto politico.
La mozione Morris è stata emendata dal deputato Jack Straw (Ministro degli esteri con Tony Blair dal 2001 al 2006), che ha significativamente aggiunto la postilla del “contributo alla soluzione dei due Stati”, condivisa dalla Camera. Il deputato ha contestato il punto di vista di Israele che contempla il riconoscimento dello Stato della Palestina come atto conclusivo dei negoziati di pace, consentendo a Tel Aviv di avere un diritto di veto anche se lo Stato di fatto già esiste. Straw ha affermato che se questa mozione irrita lo Stato di Israele - come ha ampiamente manifestato – ciò significa che essa può fare la differenza, mettendo pressione al Governo di Netanyahu: anche se non vincolante, il deputato ha ricordato che qualsiasi mozione votata alla Camera dei Comuni acquisisce una valenza politica ed una risonanza non indifferente.
La mozione è stata approvata con 274 voti a favore e 12 contrari, ma alla seduta hanno preso parte meno della metà dei deputati. I ministri, compreso il Premier David Cameron, si sono astenuti.
Durante la seduta si è dato conto dell’appoggio a questa mozione anche da parte di 300 personalità del mondo israeliano, tra cui ex ministri, diplomatici, personalità del mondo della cultura e delle arti ed attivisti. E’ stato anche ricordato che un eventuale successo del Partito laburista alle prossime elezioni del maggio 2015 potrebbe rendere effettiva questa mozione d’intenti.

Il 16 ottobre, alla Camera dei Comuni, il Ministro degli esteri Philip Hammond ha reso una dichiarazione sulla situazione in Iraq e Siria.
Il Ministro, nel dare testimonianza del massiccio dispiego di forze dei Paesi islamici a fianco degli alleati occidentali contro i contingenti dell’ISIS, ha dichiarato che la minaccia terroristica non potrà essere sopraffatta finché Iraq e Siria non avranno governi incapaci di marginalizzare l’attrazione che il “Califfato” ha su una fetta del popolo, e non saranno in grado di fronteggiare sul terreno le milizie ribelli. Nei colloqui intercorsi con il Governo iracheno Hammond è stato rassicurato sull’impegno per un approccio volto ad una decentramento dei poteri insieme ad una redistribuzione dello sfruttamento dei giacimenti del paese: un riscontro degli impegni condivisi dalle parti è arrivata dal colloquio con Massoud Barzani, Primo ministro del Governo regionale del Kurdistan che, insieme agli altri ministri curdi, è prossimo all’insediamento presso il governo di Baghdad proprio in questa settimana. Il Ministro ha confermato che il Governo britannico farà tutto il possibile per favorire questa importante transizione.
Sul capitolo dell’impegno armato, Hammond ha dichiarato che il Regno Unito ha assunto un ruolo chiave nelle incursioni aeree per quanto concerne i sistemi di puntamento montati sui droni, che saranno presto affiancati da altri velivoli della RAF dislocati attualmente in Afghanistan. Sul campo, i britannici hanno finanziato l’addestramento delle forze curde alla rimozione e smaltimento degli ordigni bellici, oltre ad aver reso una cospicua fornitura di armi pesanti ai combattenti curdi.
Hammond, così come nelle precedenti dichiarazioni, ha manifestato un’avversione a tutto campo per il Governo Assad, che non può essere considerato un potenziale alleato contro la minaccia ISIS, dal momento che prosegue negli attacchi ai ribelli “moderati”. Il Governo di Assad è un ostacolo da rimuovere: il Governo britannico, che già finanzia gli oppositori al regime per sostenere la loro resilienza contro gli effetti della guerra civile, darà a breve conto del forte sostegno finanziario che il Regno Unito intende stanziare per un programma, guidato dagli Stati Uniti, di addestramento alle forze armate siriane di opposizione per fronteggiare da una parte il Governo Assad e dall’altra i ribelli delll’ISIS.
Il Ministro ha proseguito dando conto del contributo britannico all’individuazione di cellule terroristiche e delle azioni mirate a contrastare la presenza dell’ISIS sul mercato energetico e non solo. Inoltre il Governo britannico è promotore della Risoluzione ONU 2178  del 2014 (minaccia alla pace ed alla sicurezza internazionale causata da atti terroristici), che dispone il dispiegamento di una struttura internazionale volta alla dissuasione, prevenzione e disturbo dei viaggi dei foreign fighters (militanti dell’ISIS residenti in paesi della sfera occidentale che ingrossano le file delle milizie terroristiche).  Nell’ambito del Forum globale contro il terrorismo (GCTF), il Regno Unito coordina insieme agli Emirati arabi uniti il gruppo di lavoro sul contrasto all’estremismo violento, finalizzato alla ricerca di nuove modalità per migliorare le capacità degli alleati al contrasto della propaganda terroristica ed al reclutamento di individui da armare per la causa jihadista.
Nel campo degli aiuti umanitari, il Ministro ha informato l’Assemblea di tutti i cospicui stanziamenti del Governo per Siria ed Iraq, concentrati dal Ministero dello sviluppo internazionale soprattutto a sostegno delle comunità curde, oltre ai contributi ai governi giordano e libanese per l’accoglienza ai rifugiati.
Nel corso della seduta  è stato chiesto al Ministro di riferire sulla mancata partecipazione della RAF ai raid  aerei in territorio siriano a fianco degli USA. Hammond ha dichiarato che il Regno Unito, in Siria, è impegnato al momento esclusivamente in operazioni di intelligence, benché il Governo britannico stia rivedendo la propria posizione rispetto ad un possibile intervento nello spazio aereo siriano: se si ritenesse necessario agire in questi termini, il Governo si presenterà nuovamente in Parlamento per discuterne separatamente, dal momento che il Paese non si sente ancora legittimato a violare lo spazio aereo di una nazione che, al contrario dell’Iraq, non ha richiesto alcun aiuto dall’esterno.

Il 27 ottobre 2014 il Primo ministro, David Cameron, ha reso alla Camera dei Comuni dichiarazioni sul Consiglio europeo svoltosi a Bruxelles il 23 e 24 ottobre.
Nell’introduzione e nel rispondere alle numerose domande posrte nel corso del dibattito, il Premier ha accentrato le sue dichiarazioni sulla questione del contributo finanziario del Regno Unito all’Unione europea, usando toni molto duri nel criticare sia l’ammontare del contributo richiesto, sia i tempi e i metodi utilizzati dall’UE per formulare la sua richiesta.
Cameron ha innanzitutto rilevato che non era mai accaduto prima che fosse richiesto al Regno Unito un contributo di 2 miliardi di euro: il Governo britannico non pagherà questo enorme contributo, che non può essere definito dalla burocrazia della UE come un “aggiustamento tecnico”. Si tratta di danaro dei contribuenti del Regno Unito, e per questo motivo il Governo britannico ha interrotto la riunione del Consiglio del 24 ottobre, al fine di cercare una soluzione al problema dicutendone con i Ministri delle finanze. In questa decisione è stato sostenuto dai Primi ministri di Italia, Olanda, Malta, Grecia e altri Paesi, che non hanno accettato di sentir definire come “aggiustamento tecnico” una enorme richiesta di danaro, formalizzata nel corso di una riunione tra funzionari della Commissione soltanto una settimana prima del Consiglio europeo.
La questione non riguarda soltanto l’ammontare del contributo richiesto, ma anche tempi e metodi. La Commissione ha ammesso che non ha immediato bisogno dei contributi richiesti, e che non c’è urgenza per il pagamento, calcolato per altro su statistiche non definitive: i numeri sono soltanto una “stima previsionale”, e l’intero processo UE di valutazione qualitativa dei dati economici non si concluderà se non entro il 2015: EUROSTAT sta ancora lavorando in tutti i Paesi per rilevare quali siano le cifre effettive.
Cameron ha dunque dichiarato che il Regno Unito non pagherà il 1° dicembre 2014 i 2 miliardi di euro richiesti, che comunque costituiscono una cifra non accettabile. Il Governo britannico si batterà in ogni modo contro questa decisione, e chiederà di controllare i metodi sulla base dei quali sono state condotte le statistiche. Come dichiarato dal Primo ministro italiano, anche i padri fondatori dell’Unione europea si convertirebbero all’euroscetticismo a fronte di tali richieste. L’Unione europea deve cambiare, riguadagnare la fiducia dei cittadini, iniziando innanzitutto a capire che simili pagamenti e aggiustamenti riguardano i cittadini dolorosamente tassati.
Il processo di cambiamento non sarà certo facile, richiederà perseveranza e duro lavoro: il Regno Unito difenderà l’interesse nazionale e combatterà con ogni forza per riformare l’Unione europea. Alla fine del 2017 non saranno più la burocrazia di Bruxelles o i politici di qualsivoglia partito a decidere se rimanere o meno nella UE. Se sarà ancora Primo ministro – ha affermato Cameron – sarà il popolo britannico a prendere una decisione attraverso un referendum. Il dibattito si concentrerà sull’opportunità se valga la pena restare nell’Unione, considerati i contributi finanziari che il Regno Unito dà e riceve in ambito UE: la decisione si baserà sulla soluzione più conveniente per un Regno Unito più forte e influente nel mondo. Cameron ha quindi dichiarato di avere fatto presente al Consiglio europeo che la UE ha bisogno di una combinazione di riforme strutturali per migliorare il mercato del lavoro, stabilire e rispettare obiettivi per la riduzione dei deficit di bilancio, nonché di un’attiva politica monetaria, più coraggiosa di quella vista finora.

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