giovedì 20 febbraio 2014

L'esercito indiano del duce

IL TEMPO, 20 febbraio 2014
di Lanfranco Palazzolo

I due marò e l'esercito indiano del Duce. È un peccato che nell'aspro dibattito che si è svolto in questi due anni sulla ingiusta detenzione dei nostri due soldati in India nessuno storico abbia ricordato alle autorità indiane che il nostro Paese ha incoraggiato e ha sostenuto la lotta per l'indipendenza indiana dal colonialismo inglese. Nel corso dell'ultima guerra mondiale il nostro esercito cattura centinaia di soldati indiani sul fronte militare dell'Africa settentrionale. Questi militari vengono tenuti nel campo di villa Marina, all'11° chilometro di via Casilina. Il principale punto di riferimento di questa operazione politica è senza dubbio Muhammad Iqbal Shedai, leader del Partito Rivoluzionario Indiano. Benito Mussolini autorizza la nascita di un governo indiano in esilio in Italia e fa aprire una radio clandestina che crea non pochi problemi agli inglesi. Si tratta di «Radio Himalaya». Questa emittente manda in tilt l'intelligence inglese che fa di tutto per rintracciare la stazione di trasmissione nel Nord dell'India. In realtà questa radio trasmette sulle onde corte da via IV novembre, nel pieno centro di Roma.
Shedai è amico di numerose personalità fasciste: nella seconda metà degli anni '20 conosce Arnaldo Mussolini, il fratello del duce, ed in seguito viene protetto politicamente dal ministro degli Esteri Galeazzo Ciano. Durante la seconda guerra mondiale Shedai visita molti campi di concentramento italiani nei quali sono rinchiusi soldati indiani, molti dei quali hanno disertato dall'esercito inglese. Su pressione del leader nazionalista indiano il ministero degli Esteri mette in atto uno «Schema di lavoro per l'India» (aprile 1941) con lo scopo di poter utilizzare questi prigionieri in funzione anti-inglese. In questo schema viene sostenuta la necessità di alimentare la guerriglia al confine indo-afghano e di utilizzare il maggior numero possibile di soldati indiani per addestrarli e inviarli in India allo scopo di sollevare rivolte contro gli occupanti inglesi. Ma i tedeschi sono molto più abili. Aggirando le disposizioni del ministero degli Esteri, i comandi tedeschi riescono a farsi consegnare oltre 1000 prigionieri indiani per soddisfare la necessità tedesca di utilizzare queste forze nel nord Europa. Ma Ciano è contrario a questa concessione perché ritiene falsa la sincerità del sostegno nazista alla causa indipendentista indiana. Lo stesso Shedai viene invitato più volte a Berlino. Ma decide di non andare perché sa che il sostegno tedesco non è sincero.
Gli italiani costituiscono il centro militare «I», meglio noto come battaglione «Azad Hindoustan» («India libera»), con lo scopo di addestrare questi soldati. I militari indiani, poco più di un centinaio, partecipano ad una cerimonia di giuramento nella quale dichiarano di «osservare le leggi e i regolamenti militari italiani, considerandomi come alleato dell'Italia nella lotta contro i comuni nemici». I soldati vengono sottoposti ad un intenso addestramento. Ma qualcosa non va per il verso giusto. Il 10 novembre 1942 i 185 soldati si ammutinano dopo che si è sparsa la notizia di un imminente trasferimento in Africa settentrionale. Anche se la formula del giuramento non lascia alcun dubbio, molti di loro sarebbero voluti tornare in India per battersi contro gli inglesi. Ma la realtà era un'altra. Le notizie della battaglia di El Alamein impressionano molti soldati indiani.
I vertici militari italiani non prendono bene questa rivolta. E il 12 novembre 1942 sciolgono il battaglione e tolgono ogni beneficio ai soldati che tornano ad essere, a tutti gli effetti, prigionieri di guerra. Da quel momento il ministero della guerra e quello degli Esteri si disinteressano della questione. Anzi, le autorità italiane impediscono al leader nazionalista filotedesco Chandra Bose di recarsi in Africa settentrionale per reclutare nuove truppe. Solo Muhammad Iqbal Shedai resta al suo posto e continua a collaborare anche con la Repubblica sociale italiana. Prima di accusare formalmente i nostri soldati di terrorismo le autorità indiane dovrebbero conoscere questa pagina della loro storia. Almeno per comprendere che l'Italia non ha mai guardato a loro con ostilità.

Fini e Lombardo, amici a corrente alternata

IL TEMPO, 20 febbraio 2014
di Lanfranco Palazzolo

Gianfranco Fini e quell’alleato scomodo «da sorvegliare». L’ex Presidente della Camera Gianfranco Fini è sempre stato un uomo dal grande rigore morale. Ma questa intransigenza lo ha abbandonato quando si è avvicinato alla sinistra che voleva mettere da parte Silvio Berlusconi. Tra il 2010 e il 2012, prima che venisse travolto alle elezioni politiche del 2013, l’allora Presidente della Camera Fini tentò la carta dell’alleanza con l’Mpa del discusso Raffaele Lombardo, condannato mercoledì scorso a 6 anni per concorso esterno a «Cosa nostra». Ma l’esperimento politico, messo in atto con una parte del Partito democratico, fu un fallimento totale.
E pensare che, alla fine dell’estate del 1992 l’allora segretario del Movimento sociale italiano Destra Nazionale partecipò alla festa Tricolore di Catania attaccando aspramente quell’uomo che sarebbe diventato il suo alleato in vista dell’attacco contro Berlusconi. In quel periodo la Sicilia era ancora scossa dai gravissimi attentati ai giudici Falcone e Borsellino. Il clima politico di quelle settimane era teso alla vigilia di una tornata elettorale importante. Nel corso del suo comizio a Catania, l’8 settembre del 1992, Gianfranco Fini sferrò un durissimo attacco alla Democrazia cristiana siciliana. All’indomani, il quotidiano «La Sicilia» riportò l’intervento di Gianfranco Fini affermando che il Governo in carica, si trattava dell’esecutivo guidato da Giuliano Amato, avrebbe dovuto «mettere in condizione di non nuocere: politici collusi con le cosche mafiose».
Lo stesso Fini affermava che vi erano uomini politici «da sorvegliare». Ma chi erano questi uomini politici? Fini li elencava ai militanti del Msi: «Si tratta di esponenti politici regionali eletti all’Assemblea Regionale Siciliana e al centro di inchieste su scambi di favori e voti con esponenti mafiosi, su compravendite di posti di lavoro pubblici, su finanziamenti pubblici alle proprie campagne elettorali». Nel suo intervento Fini elencò questi nomi: Raffaele Lombardo, Domenico Sodano, Biagio Sisinni, Giuseppe D’Agostino, Salvatore Lenza, Alfio Pulvirenti e Salvo Fleres. I passaggi dell’intervento di Gianfranco Fini sono riportati negli atti parlamentari (Doc. IV. N. 170, presentato alla Presidenza della Camera il 26 maggio del 1993).
Il 10 settembre del 1992, Gianfranco Fini presentò, come primo firmatario, un’interrogazione parlamentare a risposta scritta contro Raffaele Lombardo e gli altri esponenti politici «da sorvegliare». L’atto di sindacato ispettivo era rivolto alla Presidenza del Consiglio, al ministro dell’Interno e a quello della Giustizia. In quei giorni il Msi aveva scommesso sulle elezioni comunali di Catania, dove si votava per la prima volta con il sistema di elezione diretta del sindaco. Il testo dell’atto era durissimo: Fini chiedeva di «controllare l’operato dei numerosi esponenti politici regionali eletti all’Ars nella circoscrizione di Catania al centro di numerose inchieste su scambi di favore e voti con esponenti mafiosi, su compravendite di posti di lavoro pubblici, su finanziamenti pubblici alle proprie campagne elettorali, tra i quali Raffaele Lombardo (Dc), Biagio Susinni (Movimento Repubblicano), Alfio Pulvirenti (Pri), Domenico Sudano (Dc), Giuseppe D’Agostino (Dc), Salvo Fleres (Pri), Salvatore Leanza (Psi) e quant’altri coinvolti in operazioni di dubbia liceità».
L’iniziativa non piacque a uno dei parlamentari dell’Ars citati da Fini. Il 6 ottobre del 1992 l’onorevole Giuseppe D’Agostino presentò querela contro Fini per diffamazione a mezzo stampa. Il governo non rispose mai a quella interrogazione. E la Camera respinse la richiesta di autorizzazione a procedere contro Fini per diffamazione. Gli atti della denuncia furono restituiti all’autorità giudiziaria in quanto il caso rientrava nella fattispecie dell’articolo 68 della Costituzione. Allora nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno Gianfranco Fini e Raffaele Lombardo potessero scendere a patti dopo un atto di accusa così grave.
L’11 giugno del 2009 è proprio Gianfranco Fini a tenere in vita politicamente Raffaele Lombardo, l’uomo politico «da sorvegliare». Quel giorno il Presidente della Camera incontra Lombardo per cercare di mediare nello strappo tra l’Mpa e il Pdl allo scopo di evitare la caduta della Giunta regionale siciliana («Il sole 24 Ore», 11 giugno 2009). Ma quando la rottura con il Pdl in Sicilia diventa davvero insanabile, Lombardo vola dal Presidente della Camera a Montecitorio il 7 aprile del 2010. L’incontro, organizzato da Fabio Granata, termina con una calorosa stretta di mano tra i due. Una volta uscito dall’incontro con il suo ex accusatore politico, Lombardo è raggiante: «So bene che Fini non ha mai scoraggiato i suoi uomini a portare avanti il rapporto con me» («Il Giornale di Sicilia» dell’8 aprile del 2010). E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.