sabato 7 giugno 2014

Grazie S&P. Finalmente qualcuno si è accorto del finto risanamento di Renzi


Italia rimandata. Standard&Poor's, come nelle attese, conferma la 'tripla B' per il nostro Paese. Ma l'outlook - e qui forse qualcosa in piu' si sperava - resta 'negativo'. Il perche' lo spiegano gli analisti dell'agenzia statunitense: "Le intenzioni del governo Renzi sono incoraggianti"  ma e' ancora "troppo presto" per valutare la sua azione. Non una bocciatura, dunque, ma neanche una promozione come quella dell'Irlanda, il cui rating balza da 'BBB+' ad 'A-', due gradini sopra l'Italia. Il giudizio appare piuttosto sospeso. Si aspetta di vedere in che misura l'ambizioso programma del nuovo esecutivo insediatosi a Palazzo Chigi potra' essere realizato, e in che tempi. Per il resto, a pesare sulla pagella di Standar&Poor's ci sono le considerazioni di sempre: un debito sempre troppo elevato, delle riforme strutturali ancora insufficienti e una crescita economica che resta impalpabile. Oltre alle banche che continuano a prestare troppo poco a famiglie ed imprese. Ecco quindi che la conferma del rating 'BBB' viene motivata con un'economia  "ricca e diversificata" dell'Italia e con "la relativa forza della sua posizione internazionale nel settore degli investimenti", frutto questo "del tradizionalmente elevato tasso di risparmio nel settore privato". Inoltre, ci sono le attese per un governo che dovrebbe fare "alcuni progressi" sulle piu' importanti riforme strutturali e sul fronte del bilancio. Nonostante cio' - sottolineano gli analisti di Standar&Poor's - l'outlook rimane negativo perche' "le prospettive di crescita economica rimangono deboli in termini nominali e reali". Perche' finora si vede solo "una modesta crescita che riflette solo i primi progressi compiuti dai tre precedenti governi di riformare il mercato del lavoro e quello della produzione dei beni". Mercati che restano pero' "meno flessibili rispetto agli altri partner dell'Italia". Ci sono poi un debito pubblico che non cala come dovrebbe e che continua a pesare come un macigno e "un meccanismo di trasmissione monetaria danneggiato' che continua a causare una stretta del credito ai danni del settore privato. Insomma, le solite zavorre che impediscono al nostro Paese di spiccare il volo. Ma ora tutti gli occhi, anche quelli di Standard&Poor's, sono puntati sul governo Renzi. "Sta proseguendo sulla strada delle riforme fiscale, elettorale, giudiziaria, politica, del lavoro e dell'economia in generale": uno sforzo enorme. "Ma sebbene le intenzioni, come specificato nel programma di stabilita' del 2014, siano incoraggianti - aggiungono gli analisti dell'agenzia finanziaria - e' troppo presto per valutare quanto di questo programma sara' attuato e in che tempi". Ed e' troppo presto per capire quale effetto reale avranno sull'economia misure come quella della riduzione fiscale sui redditi piu' bassi o il congelamento dei salari pubblici per contenere il deficit. In questo contesto si inserisce anche la missione programmata dal ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan negli Usa. Il ministro sara' a Washington lunedi' 9 giugno e a New York il 10 e l'11 giugno. Scopo della tre giorni in terra americana e' appunto quella di informare e aggiornare la comunita' istituzionale e finanziaria sul lavoro che sta svolgendo il governo Renzi, in particolare sull'attivita' per rafforzare la crescita in Italia e rendere piu' moderno e competitivo il nostro Paese.

La Commissione d'inchiesta sulla caduta del Governo Berlusconi (2011)



Oggetto e durata dell'inchiesta
Nel'ambito dell'obiettivo di indagare sulle vicende relative alle dimissioni del quarto Governo Berlusconi, la proposta di legge di Commissione d'inchiesta sulle cause che hanno portato alla caduta del Governo Berlusconi nel 2011 individua compiti della Commissione di inchiesta (articolo 1).
In primo luogo, essa dovrà indagare sulla situazione ed i dati relativi al contesto politico, economico e finanziario, sia nazionale, sia internazionale, del biennio 2010-2011, ossia del periodo precedente le dimissioni del Governo.
In secondo luogo, la Commissione ha il compito di esaminare le vicende immediatamente precedenti le dimissioni del 12 novembre 2011, attraverso la verifica delle diverse testimonianze (nazionali e internazionali, esplicitate per mezzo di dichiarazioni e di pubblicazioni) rilasciate negli ultimi anni aventi per oggetto le vicende dell'estate-autunno 2011.
In terzo luogo, la Commissione dovrà accertare l'eventuale coinvolgimento di soggetti nazionali e internazionali nelle vicende che hanno portato alle dimissioni del Governo.
La durata dell'inchiesta è fissata in sei mesi.

Composizione della Commissione e relazione finale
La proposta prevede che la Commissione sia composta da 12 deputati. I componenti sono nominati dal Presidente della Camera in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari, assicurando la presenza di un rappresentante per ciascun gruppo (articolo 2).
Il comma 2 dell'articolo 2 dispone in tema di sostituzioni dei componenti per le fattispecie di dimissioni dalla Commissione o di cessazione del mandato parlamentare. In tal caso la sostituzione è effettuata dal Presidente "con gli stessi criteri e con la stessa procedura" previsti per la costituzione della Commissione.
Il PresidentePresidente della Commissione è nominato dal Presidente della Camera tra i componenti della Commissione appartenenti ai gruppi di opposizione.
Rispetto alla necessità che la nomina sia effettuata tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione, si ricorda che, in base all'ordinamento vigente, in alcuni casi l'atto istitutivo ha stabilito espressamente che il presidente sia eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione (art. 30, co. 3, L. 124/2007 che disciplina l'istituzione del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica).
Riguardo all'ipotesi di nomina da effettuare tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione si ricorda che tale previsione era presente nel testo di legge costituzionale di riforma dell'ordinamento della Repubblica approvato nella XIV legislatura (pubblicato nella G.U. 18 novembre 2005, n. 269) ma non confermato dal referendum costituzionale del 2006 in cui si stabiliva espressamente che, per le commissioni monocamerali di inchiesta istituite dalla Camera e per quelle bicamerali, il Presidente fosse scelto tra i deputati appartenenti a gruppi di opposizione (art. 21).
La Commissione è convocata dal Presidente entro 10 giorni dalla sua nomina per procedere alla costituzione dell'Ufficio di presidenza, composto, oltre che dal presidente, da un vicepresidente e un segretario, eletti dai componenti a scrutinio segreto.
In proposito, si ricorda che, di norma, nel disciplinare l'istituzione dell'ufficio di presidenza, vengono specificate le modalità di elezione, eventualmente con un rinvio espresso al regolamento della Camera (in particolare all'art. 20 che reca le modalità di nomina dell'ufficio di presidenza delle commissioni).
Al termine dei lavori, la Commissione presenta alla Camera una relazione sul risultato dei lavori.

Poteri e limiti
La proposta richiama quanto già previsto dall'art. 82 Cost. in merito alla possibilità per la Commissione di procedere alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell'autorità giudiziaria. Per quanto riguarda la limitazione ai poteri della Commissione d'indagine, analogamente a quanto previsto dalle leggi istitutive delle Commissioni d'inchiesta "antimafia" a partire dal 2006 (L. 277/2006, L. 132/2008 e L. 87/2013), si precisa che la Commissione non può adottare provvedimenti con riguardo alla libertà e alla segretezza della corrispondenza e delle altre forme di comunicazione, né limitazioni della libertà personale, ad eccezione dell'accompagnamento coattivo dei testimoni di cui all'articolo 133 del codice di procedura penale (articolo 3, commi 1 e 2).
La norma richiamata prevede che il giudice possa ordinare l’accompagnamento coattivo del testimone, del perito, della persona sottoposta all’esame del perito diversa dall’imputato, del consulente tecnico, dell'interprete o del custode di cose sequestrate, regolarmente citati o convocati, se omettono senza un legittimo impedimento di comparire nel luogo, giorno e ora stabiliti. Il giudice può, inoltre, condannarli, con ordinanza, a pagamento di una somma da euro 51 a euro 516 a favore della cassa delle ammende nonché alle spese alle quali la mancata comparizione ha dato causa.
La limitazione dei poteri della Commissione di inchiesta, introdotta la prima volta con la L. 277/2006 di istituzione della Commissione “antimafia” nella XV legislatura, ha origine da una proposta avanzata dai relatori nel corso dell’esame in sede referente alla Camera del relativo progetto di legge ( A.C. 40 ed abb.). In quella sede i due relatori hanno sottolineato la necessità di predisporre adeguate cautele in ordine alla possibilità per la Commissione di disporre provvedimenti limitativi dei diritti costituzionalmente garantiti, in particolare le intercettazioni, al fine di tutelare i soggetti interessati, in quanto all'interno della Commissione non è attivabile quella garanzia che invece può ravvisarsi all'interno dell'autorità giudiziaria quando assume analoghi provvedimenti, che sono disposti dal giudice su richiesta del pubblico ministero (13 giugno 2006).
Alcune disposizioni precisano i poteri della Commissione in merito alla richiesta di atti e documenti (articolo 3, commi 3-6).
In particolare, si stabilisce che la Commissione può ottenere copie di atti e documenti relativi a procedimenti e inchieste in corso presso l'autorità giudiziaria o altri organi inquirenti, nonché copie di atti e documenti da parte degli organi e degli uffici della pubblica amministrazione, ovvero relativi a indagini e inchieste parlamentari, anche se coperti da segreto. La Commissione garantisce il mantenimento del regime di segretezza fino al momento in cui gli atti e i documenti trasmessi sono coperti da segreto (comma 5). Inoltre, la proposta concede alla Commissione il potere di stabilire gli ulteriori atti che non devono essere divulgati, perché, ad esempio, riguardano altre istruttorie o inchieste in corso. In ogni caso, devono essere segretati le testimonianze e i documenti attinenti a procedimenti giudiziari nella fase delle indagini preliminari (comma 6).
La proposta prevede, come di consueto, obbligo del segreto per i componenti la Commissione, il personale addetto, i collaboratori e tutti i soggetti che, per ragioni d'ufficio o di servizio, vengono a conoscenza degli atti di inchiesta; si precisa che l'obbligo del segreto è circoscritto agli atti sottoposti a segreto, ossia quelli di cui ai commi 5 e 6 (articolo 4).
Per quanto concerne le audizioni a testimonianza rese davanti alla Commissione, la proposta richiama il complesso degli articoli da 366 a 384-bis del codice penale (articolo 5, comma 1).
Si tratta di diversi delitti contro l'attività giudiziaria, che vanno dal rifiuto di uffici legalmente dovuti (366) alla calunnia (368), dalla falsa testimonianza (372) alla frode processuale (374), dall'intralcio alla giustizia (377) al favoreggiamento (378-379), fino alla rivelazione di segreti inerenti a un procedimento penale (379-bis). Per quanto le disposizioni vengano richiamate in blocco si ritiene che alcune di esse non possano, nonostante il richiamo espresso del legislatore, trovare applicazione in relazione all'attività della Commissione d'inchiesta: si pensi, a titolo di esempio, ai delitti di "false informazioni al PM" (371-bis) o di "false informazioni al difensore" nell'ambito di indagini difensive (371-ter).
In tema di segreto, la proposta preve l'applicazione delle disposizioni vigenti in tema di segreto di Stato, d'ufficio, professionale e bancario che prevedono diversi casi di opponibilità del segreto di fronte all'autorità giudiziaria. Viene inoltre espressamente contemplata l'opponibilità del segreto tra difensore e parte processuale (articolo 5, comma 2).
Per quanto riguarda il segreto di Stato si applica l'art. 202 c.p.p.che pone l’obbligo di astenersi dal deporre su fatti coperti dal segreto di Stato in capo a pubblici ufficiali, pubblici impiegati e incaricati di un pubblico servizio. E' invece inopponibile il segreto di Stato per fatti di terrorismo o eversivi dell'ordine costituzionale ai sensi della L. 124/2007.Per il segreto professionale si applica l'art. 200 c.p.p. che prevede che non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno appreso coloro che vi sono venuti a conoscenza per ragione del proprio ufficio o professione (sacerdoti, avvocati, medici ecc.), salvi i casi in cui hanno l'obbligo di riferirne all'autorità giudiziaria, mentre per il segreto d'ufficio rileva l'art. 201 c.p.p. che stabilisce una analoga deroga per i pubblici ufficiali, i pubblici impiegati e gli incaricati di un pubblico servizio che hanno l'obbligo di astenersi dal deporre su fatti conosciuti per ragioni del loro ufficio che devono rimanere segreti.
Inoltre, viene esteso anche alle testimonianze davanti alla commissione di inchiesta il divieto da parte dei giudice di chiedere agli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria nonché al personale dipendente dai servizi per le informazioni di rivelare i nomi dei loro informatori (articolo 5, comma 3 che richiama l'art. 203 c.p.p.).

Organizzazione interna
La proposta in esame prevede l'adozione da parte della Commisisone di un Regolamento interno (articolo 6, comma 1).
Si afferma il principio della pubblicità delle sedute della Commissione, ferma restando la possibilità di riunirsi in seduta segreta ove lo si ritenga opportuno (articolo 6, comma 2).
La Commissione può inoltre avvalersi dell'opera di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria e di tutte le collaborazioni che ritiene necessarie e fruisce delle risorse di personale e strumentali della Camera (articolo 6, commi 3 e 4).
Le Spese previste per il funzionamento della Commissione sono fissate nel limite massimo di 30.000 euro a carico del bilancio interno della Camera (articolo 6, comma 5).

Cosa sta accadendo in Libia?


La crisi libica si è aperta nel 2014 con l’assassinio a Sirte del Viceministro dell’industria (12 gennaio), il primo membro del governo a essere ucciso dopo la fine del regime di Gheddafi. Intanto la Libia meridionale era teatro di sanguinosi scontri tribali. Il 18 gennaio si spargeva la notizia del rapimento di due operai edili calabresiad opera di un gruppo armato nella zona libica di Derna, poi rilasciati fortunatamente il 7 febbraio. Il 29 gennaio un altro esponente del governo, il ministro dell’interno e vicepremier Karim, sfuggiva miracolosamente a raffiche di proiettili sparati da sconosciuti nella capitale.
All’inizio di febbraio, comunque,si completava la distruzione dell’arsenale chimico ereditato dal regime di Gheddafi, portata a termine soprattutto con la collaborazione degli Stati Uniti.
A soli due giorni dalle elezioni per l’Assemblea costituente, il 18 febbraio due potenti milizie originarie di Zintan intimavano ai deputati del Congresso nazionale di dimettersi pena l’arresto immediato: quello che sembrava un vero e proprio ‘golpe’ si risolveva nel giro di poche ore con un non meglio precisato compromesso annunciato dal premier Zeidan. Il 20 febbraio la giornata elettorale, caratterizzata da bassa affluenza alle urne, registrava numerosi episodi di violenza e intimidazione ai seggi.

Marzo

Nella serata del 2 marzo una folla inferocita irrompeva nella sede del Congresso nazionale – che, si ricorda, invece di indire le attese elezioni legislative aveva recentemente prolungato il proprio mandato -: i locali erano devastati e diversi deputati aggrediti mentre fuggivano (due di loro sono stati uccisi). Nella stessa giornata a Bengasi e dintorni perdevano la vita sette persone, tra cui un ingegnere francese e un ufficiale delle forze speciali libiche.
Il 6 marzo, dopo lunghe trattative con il Niger, la Libia otteneva l’estradizione di uno dei figli di Gheddafi, Saadi, noto in Italia, tra l’altro, per aver militato in alcune squadre di calcio del nostro paese.Nella stessa giornata si svolgeva a Roma la Conferenza internazionale sulla Libia, con la partecipazione di oltre 40 ministri degli esteri: il Ministro degli esteri Mogherini ha inteso puntualizzare in ordine a precise iniziative in tema di governance e sicurezza, ma ha anche sottolineato la necessità di un impegno forte dei libici per la riuscita del processo di transizione internazionalmente auspicato, anzitutto incardinando un credibile dialogo nazionale. Presupposto di ogni passo avanti dovrà essere il ristabilimento di condizioni di sicurezza accettabili, a partire dal disarmo delle milizie che attualmente spadroneggiano nel paese. Dalla Conferenza non è uscita alcuna precisazione sulla data delle elezioni legislative, mentre è stato fissato un prossimo nuovo incontro in Turchia.
L’11 marzo veniva al pettine anche il nodo dei rapporti di Tripoli con la Cirenaica, che particolarmente dal luglio 2013, sotto la guida di HibrahimJadran, rivendica autonomia dalla capitale e maggiori introiti petroliferi, bloccando i maggiori porti libici. Una petroliera che aveva imbarcato petrolio nel porto di Sidra e cercava di esportarlo illegalmente, con a bordo lo stesso Jadran, veniva intercettata dalla marina di Tripoli, che apriva il fuoco, senza però riuscire a bloccarla – la nave è stata tuttavia abbordata senza incidenti il 17 marzo da un commando di NavySeal statunitensi, il cui intervento era stato richiesto dalle autorità di Tripoli. Poche ore dopo il Congresso nazionale votava a larga maggioranza una mozione di sfiducia contro il premier Ali Zeidan, che in breve riparava in Germania, provvisoriamente sostituito dal ministro della difesa al-Thani. Il presidente del Congresso nazionale, il 12 marzo, lanciava ai separatisti dell’est un ultimatum per lo sgombero di tutti i porti entro due settimane.
Il 22 marzo si diffondeva la notizia della scomparsa in Cirenaica di un tecnico italiano, probabilmente rapito, come ha fatto pensare il ritrovamento nei pressi di Tobruk della sua auto abbandonata e con le chiavi inserite – oltretutto il nostro connazionale, affetto da diabete, non ha potuto portare con sé il kit dell’insulina, rinvenuto nell’autovettura.

Aprile

All'inizio di aprile, dopo una serie di incontri a Brega tra le diverse delegazioni interessate, veniva raggiunto un accordo che sembrava portare uno spiraglio positivo nella difficilissima situazione della Libia: nella serata del 6 aprile venga infatti siglata un’intesa tra il governo di Tripoli e l'ufficio politico della Cirenaica - che aveva guidato per lunghi mesi il blocco dei terminal petroliferi della parte orientale del paese -, per la consegna immediata alle autorità costituite dei due porti di Hariga e Zueitina. L'accordo è stato raggiunto con la mediazione consueta di leader tribali, e tra i punti di esso figura il trasferimento nella città oroentale di Brega del quartier generale delle forze di sicurezza a protezione degli impianti petroliferi della Cirenaica, con il pagamento degli arretrati di stipendio alle guardie che bloccavano i porti.
È stata inoltre assicurata l'impunità ai responsabili del blocco, affidando ad una commissione di sei esperti provenienti da tutte le parti del paese il compito di indagare su eventuali irregolarità nella vendita del greggio. Sarebbe stata inoltre prevista la scarcerazione di tre ribelli della Cirenaica che erano stati bloccati a bordo della petroliera MorningGlory in un tentativo di esportare greggio indipendentemente dalle autorità di Tripoli.
L'importanza dell'accordo, al di là della possibilità di riprendere l'esportazione di 200.000 barili di petrolio al giorno - praticamente pari all'attuale produzione libica, paurosamente calata rispetto a oltre 1,5 milioni di barili quotidiani del periodo di Gheddafi - era nel fatto che esso potesse essere prodromico alla ben più importante riapertura dei terminali di Sirte e Ras Lanuf. Le cose sono andate tuttavia diversamente, poiché il 13 aprile l'instabilità tornava a imperversare in Libia con le dimissioni del neopremier (da appena cinque giorni) al-Thani, conseguenti a un attentato contro la sua persona e la sua famiglia.
Il 29 aprile una nuova escalation di violenza si registrava con l'assalto al parlamento di uomini armati, mentre il Congresso generale nazionale era impegnato nelle votazioni per eleggere il nuovo premier: le forze di sicurezza hanno reagito e vi sono stati diversi feriti, mentre i deputati abbandonavano frettolosamente l'edificio e il voto veniva rinviato di alcuni giorni. L'attacco sarebbe avvenuto proprio poco prima del voto finale, che avrebbe dovuto scegliere tra l'imprenditore di misurata Mitig e l’accademico di Bengasi al-Hassi. Frattanto in Cirenaica venivano uccisi due soldati, e feriti due loro commilitoni, per l'esplosione di un'autobomba in una caserma di Bengasi.
Le continue violenze e l'instabilità della Libia provocavano un deciso intervento del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che nella serata preannunciava un’iniziativa dell'Italia per la nomina di un inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, di modo che divenga possibile affrontare ad un livello più elevato le questioni umanitarie poste dalla situazione della Libia, rispetto alla quale Renzi non ha mancato di accennare ai rilevanti interessi italiani, soprattutto dell'ENI, sul territorio libico.

Maggio

Il 2 maggio veniva attaccata a Bengasi la sede delle forze di sicurezza, e nei gravi scontri a fuoco che ne seguivano si contavano numerosi morti e feriti da entrambe le parti: le autorità di Tripoli hanno nuovamente accusato la formazione estremista islamica di Ansar al-Sharia. Due giorni dopo si toccava con mano la confusione politica del paese, quando il Congresso generale nazionale sembrava aver eletto finalmente il nuovo primo ministro, nella persona di Ahmed Mitig, ma in serata la presidenza dell'assemblea dichiarava l'invalidità dell'elezione per un errore nel conteggio dei voti.
Dietro la controversia vi sarebbe la diffidenza di una larga parte del parlamento di Tripoli per gli appoggi non nascosti a Mitig da parte degli islamici, e dal punto di vista procedurale l'invalidità dell'elezione è stata rivendicata per il fatto che la seconda votazione era avvenuta dopo l'aggiornamento della seduta nella quale, in una prima votazione, Mitig non aveva raggiunto il quorum necessario.
L'8 maggio a Bengasi veniva assassinato il capo dell'intelligence nella parte orientale della Libia Ibrahim Akila, mentre l'autoproclamato governo della Cirenaica capeggiato da al-Baraassi dichiarava di non riconoscere l'elezione di Mitig a capo del governo di Tripoli. In tal modo anche l'accordo faticosissimo raggiunto all'inizio di aprile per lo sblocco dei porti petroliferi in Cirenaica sembrava essere rimesso in discussione, non ultimo per il timore che Mitig abbia in progetto di assegnare i locali terminal petroliferi alle milizie islamiche.
Un nuovo riflesso del caos libico nei confronti dell'Europa si era intanto avuto il 6 maggio con l'affondamento di un barcone carico di immigrati illegali appena al largo delle coste libiche, da cui era partito, con la morte di non meno di 36 persone. La criticità della situazione era stata evidenziata il giorno precedente dal ministro dell'interno di Tripoli Mazek, che aveva criticato la mancanza di impegno dell'Unione europea sulla questione dell'immigrazione clandestina, minacciando di facilitare i flussi di immigrati verso il Vecchio Continente – non troppo difformemente da quando, con intenti palesemente ricattatori, questa minaccia era stata agitata dal colonnello Gheddafi.
Dalla metà di maggio è sembrato emergere nel caos libico un elemento nuovo, quando il giorno 16 sanguinosi combattimenti iniziavano a Bengasi con l’attacco da parte di un gruppo paramilitare in possesso di aerei ed elicotteri dell’aeronautica, guidato dal generale in pensione Khalifa Haftar. L’attacco era diretto contro i gruppi armati e le milizie in vario modo ispirati all’integralismo islamico. Il generale Haftar, che nel 1969 aveva partecipato al colpo di Stato militare che aveva portato al potere Gheddafi, per poi distaccarsi dal regime e rifugiarsi per un ventennio negli Stati Uniti, era tornato in Libia proprio all’inizio della rivolta contro Gheddafi, per assumere la carica di capo delle forze di terra impegnate, sotto la direzione del Consiglio nazionale di transizione, nella lotta armata contro il colonnello.
Haftar caratterizzava la propria leadership per la capacità di aggregare numerosi ufficiali che avevano abbandonato Gheddafi, e che dopo la sua caduta, però, le nuove autorità avrebbero fortemente marginalizzato: sarebbero ora proprio queste forze il nerbo delle truppe che agli ordini di Haftar hanno ingaggiato una durissima lotta contro la deriva integralista della Libia.
Lo scatenarsi dei nuovi combattimenti provocava il 16 maggio la chiusura dell’ambasciata algerina a Tripoli. Il protrarsi degli scontri a Bengasi portava il totale delle vittime, dopo due giorni, a ottanta morti: nel contempo il governo di Tripoli lanciava l’allarme per un presunto colpo di Stato in atto, tramite un comunicato congiunto del governo, del parlamento e delle forze armate, principalmente incentrato a definire illegittima l’azione militare guidata da Haftar nell’est del paese -in relazione alla quale veniva anche dichiarata una zona di esclusione aerea su Bengasi, per impedire l’azione dei velivoli in possesso delle forze guidate da Haftar.
Nella giornata del 18 maggio l’escalation della violenza portava i combattimenti fin dentro la sede del parlamento di Tripoli, con una precipitosa fuga dei deputati e dei dipendenti dell’istituzione: il presidente del Congresso nazionale generale attribuiva anche quest’attacco al parlamento alle milizie guidate da Haftar. Per la verità emergeva subito dopo che l’azione armata contro il parlamento era stata messa in atto dalla milizia di Zintan, che tuttavia anch’essa sin dall’inizio dei combattimenti contro Gheddafi si era caratterizzata per il forte orientamento anti-integralista.
La drammaticità degli sviluppi della situazione libica provocava l’intervento del Ministro degli esteri italiano Mogherini, con un appello alla Comunità internazionale a mettere finalmente in campo tutti gli strumenti diplomatici per scongiurare in Libia l’esplosione di un conflitto senza più ritorno. Il giorno dopo, il 19 maggio, anche il Presidente del consiglio Matteo Renzi richiamava sull’assoluta priorità del problema libico, che solo a livello internazionale potrà trovare una sua soluzione, auspicando anzitutto il coinvolgimento delle Nazioni Unite e dell’Unione europea.
Mentre le nostre autorità diplomatiche prospettavano ai connazionali presenti in Libia ipotesi di un temporaneo rientro in Italia, l’Arabia Saudita disponeva la chiusura della sua ambasciata Tripoli. Il giorno dopo il Presidente del consiglio tornava sull’argomento della Libia, mettendo in evidenza come l’Italia non sia in grado di affrontare da sola il flusso di migranti, prevedibilmente accresciuto dal caos sempre più imperante nel paese nordafricano. Matteo Renzi criticava l’assenza dell’Unione europea dall’operazione Mare Nostrum per il soccorso dei migranti nel Mediterraneo, ma anche la mancanza di una politica europea unitaria nei confronti della situazione libica, sostenendo che la questione doveva essere portata all’attenzione del Consiglio europeo del 27 maggio e del Vertice G7 di inizio giugno. Anche le Nazioni Unite venivano accusate da Matteo Renzi di non essere sufficientemente presenti in Libia, dove invece sarebbe auspicabile aprire campi profughi gestiti dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati sulle coste, prima della partenza per l’Italia.
La giornata relativamente tranquilla del 19 maggio consentiva l’emersione di un legame conclamato tra la milizia di Zintan e le truppe guidate da Haftar: congiuntamente decretavano la sospensione del Congresso nazionale generale, e conseguentemente, poche ore dopo, il governo libico disponeva il congelamento delle attività del parlamento fino a nuove elezioni, bloccando pertanto anche i tentativi di elezione di un nuovo premier - evidentemente la nomina di Ahmed Mitig solo alcuni giorni prima era ormai considerata tramontata.
La forza del gruppo paramilitare di Haftar veniva accresciuta quando il capo delle forze speciali libiche Khamada si dichiarava pronto a combattere con i suoi uomini contro il terrorismo e ad affiancare soldati e ufficiali riuniti attorno a Haftar, che in tal modo vedevano aumentare la propria dotazione di aerei, elicotteri e artiglieria pesante. Intanto due basi aeree nella parte orientale del paese, quella di Tobruk e quella di Benina (nei pressi di Bengasi), erano anch’esse passate nelle file del generale.
Il 20 maggio tutte le forze militari di Tobruk si schieravano con l’operazione guidata da Haftar, che incassava anche il consenso dell’ex primo ministro Ali Zeidan. Peraltro iniziavano anche le reazioni di parte islamista contro Haftar, in particolare con minacce di rappresaglia da parte della milizia Ansar al-Sharia. A Tripoli intanto la Commissione elettorale annunciava l’elezione del nuovo parlamento per il 25 giugno. Di fronte alla situazione libica gli Stati Uniti, che già avevano rafforzato la presenza dei marines a Sigonella, raddoppiavano il numero di aerei nella base siciliana e predisponevano piani per l’evacuazione del proprio personale a Tripoli.
Il 21 maggio, mentre riprendevano conflitti a fuoco in varie zone del paese, con il coinvolgimento anche di civili - un ingegnere cinese perdeva la vita a Bengasi - il generale Haftar richiedeva con forza al Consiglio superiore della magistratura libico la formazione di un Consiglio di presidenza incaricato di guidare la transizione fino a nuove elezioni politiche.
Sul piano internazionale il 22 maggio il vertice del Dialogo mediterraneo 5+5, riunito a Lisbona, richiamava sulla drammaticità della crisi libica, che richiede interventi immediati: inimmaginabile quello di tipo militare, ciò che si prospetta indispensabile è invece il lavoro comune delle parti in causa, con il sostegno della Comunità internazionale, per avviare la ricostruzione democratica del paese. I rappresentanti di Libia, Portogallo, Spagna, Francia, Malta, Marocco, Mauritania, Algeria, Tunisia hanno concordato con questa posizione, decisamente sostenuta dall’Italia.
Ulteriore conferma del caos libico veniva fornita il 25 maggio, quando il parlamento sospeso appena una settimana prima votava la fiducia al nuovo governo - che prestava giuramento il giorno seguente – guidato da Ahmed Mitig e composto da 18 ministri. Già il 27 maggio l’abitazione di Mitig a Tripoli veniva fatta oggetto di un attacco armato che fortunatamente non provocava vittime né feriti, mentre fra i tre assalitori uno veniva ucciso e gli altri due feriti e poi arrestati. La reazione al nuovo esecutivo guidato da Mitig da parte degli autonomisti della Libia orientale non si faceva attendere, ed era naturalmente nel senso di non riconoscere la nuova compagine di governo.
Il 28 maggio, dopo il bombardamento di un campo di estremisti islamici alla periferia di Bengasi da parte delle truppe del generale Haftar, il Dipartimento di Stato USA lanciava un perentorio allarme ai propri compatrioti a lasciare immediatamente la Libia, mentre una nave d’assalto americana giungeva al largo delle coste di Tripoli, pronta a fornire assistenza in caso di precipitosa evacuazione degli americani dalla Libia, con a bordo un migliaio di marines e numerosi elicotteri.
Le fazioni integraliste non hanno peraltro tardato a ripresentarsi con atti sanguinosi, rivolti contro due giornalisti: il 26 maggio veniva ucciso a Bengasi Meftah Bouzid, un reporter conosciuto per le sue posizioni fortemente contrarie agli islamisti, mentre il 30 si rinveniva nel sud del paese il corpo della giornalista televisiva Nassib Karnafa, rapita il giorno precedente e sgozzata – chiaro segno della matrice integralista dell’atto criminale.