martedì 19 gennaio 2016

Commissione Moro: il mistero del Bar Olivetti: l'audizione di Luigi Ciampoli

Audizione del Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma, Luigi Ciampoli.
 
  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma, dottor Luigi Ciampoli, che ringraziamo per la cortese disponibilità con cui ha accolto l'invito a intervenire oggi in Commissione.
  Il dottor Ciampoli, che è accompagnato dal consigliere Lupacchini, ha depositato la requisitoria relativa alle indagini condotte con riferimento al noto caso della presenza in via Fani, al momento della strage, di una motocicletta Honda con due persone armate a bordo che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbero fornito assistenza e protezione al gruppo di fuoco che ha rapito Aldo Moro e ucciso la sua scorta.
  L'inchiesta ha avuto origine dalle dichiarazioni rese all'agenzia ANSA, nello scorso mese di marzo, dall'ispettore della Polizia di Stato in quiescenza – secondo quanto riportato dai mass media –, Enrico Rossi, il quale ha raccontato che quando era in servizio alla DIGOS di Torino, svolgendo indagini sulla lettera anonima dell'ottobre 2009 inviata al quotidiano La Stampa, aveva effettuato una perquisizione il cui esito faceva ipotizzare la possibile presenza, a bordo della motocicletta Honda, di due uomini dei servizi segreti al comando del colonnello Camillo Guglielmi, anch'egli presente nei pressi di via Fani.
  Nei giorni successivi alle dichiarazioni di Rossi emerse che la perquisizione venne eseguita in Piemonte in casa di un fotografo, morto in Toscana nel 2012; che furono trovate alcune armi regolarmente denunciate, una delle quali conservata in una cantina insieme a una copia del quotidiano La Repubblica del marzo 1978 che riferiva del sequestro Moro. L'ipotesi era dunque che il fotografo potesse essere uno dei due agenti dei servizi a bordo dell'Honda.
  Le indagini dell'ispettore Rossi erano state acquisite all'epoca dalla Procura di Torino, trasmesse per competenza alla Procura di Roma e successivamente avocate dalla Procura generale diretta dal dottor Ciampoli.
  Sulle evidenze emerse nel corso di quelle indagini, e sulle conclusioni a cui esse sono pervenute, il dottor Ciampoli potrà fornirci elementi di conoscenza certamente utili ai fini dello svolgimento dell'inchiesta parlamentare. Qualora alcuni elementi dovessero essere tuttora coperti dal vincolo del segreto, ovvero qualora il Procuratore intenda riferirci ulteriori particolari segreti oggetto della sua audizione di stamani presso il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, faccio presente al dottor Ciampoli che potrà richiedere che i lavori della Commissione proseguano in seduta segreta, per poi riprendere in forma pubblica una volta cessate le esigenze di riservatezza.
  Lascio la parola al dottor Ciampoli, ringraziandolo ancora per la sollecitudine e la cortesia.
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Grazie a lei, presidente. Buonasera a tutti e grazie a voi. Ha fatto bene il presidente Fioroni, nella corretta esposizione di introduzione, a individuare e a specificare i limiti dell'indagine che abbiamo inteso intraprendere.
  Il processo nasce da quella notizia fornita all'ANSA e dalle dichiarazioni rese da Enrico Rossi, poliziotto in quiescenza, al giornalista Cucchiarelli dell'ANSA.
  Ciò delimita innanzitutto i limiti dell'indagine sotto il profilo di un'individuazione dell'oggetto specifico, che certamente non è quello di reiterare un'ulteriore inchiesta sull'omicidio Moro bensì l'affermazione, la conferma o meno, della notizia circa la moto Honda passata sul luogo dell'eccidio e considerata e definita come elemento di supporto, se non di ausilio, alle Brigate Rosse quali autrici della strage di via Fani.
  Vi è quindi l'ufficializzazione di un'indagine che ho ritenuto poi necessario avocare, perché sulla base della dichiarazione di Rossi al giornalista Cucchiarelli si era immediatamente gonfiata la notizia, trasformata da una dichiarazione del Rossi che mirava ad affermare di non avere potuto continuare e proseguire le indagini, a un quasi interpretato impedimento a svolgere le indagini e arrivare al risultato di una certezza, che si dava ormai già per acquisita – ma non lo era affatto – di un appoggio della moto Honda con a bordo due soggetti che erano agenti segreti dei servizi deviati italiani.
  Immediatamente la proliferazione di tutte queste indagini e di queste notizie aveva cominciato a creare un clima di «batti e ribatti» giornalistico. A ogni notizia se ne aggiungeva un'altra con ulteriori particolari o particolari smentite.
  Chiesti gli atti alla Procura di Roma, ho riscontrato anche che su una notizia arrivata nel 2010 attraverso una trasmissione di un fascicolo dalla Procura di Torino a quella di Roma, nel 2012 poi vi era stata un'indicazione della Procura di Roma alla Questura di Roma di identificazione del personaggio identificato a Torino in Fissore, e solo nel 2013, a seguito di una mia iniziale richiesta di notizie, vi era stata la coassegnazione dell'indagine al sostituto Procuratore della Repubblica, laddove invece la prima designazione del Procuratore della Repubblica Pignatone era stata nei confronti del Procuratore aggiunto Capaldo.
  A seguito di ulteriore mia richiesta di notizie e di visione degli atti, venivano trasmessi gli atti ma si avvertiva la Procura generale della Corte d'appello di Roma che per altri atti vi erano indagini coperte da segreto istruttorio. C'era una mancanza di condivisione sotto il profilo giuridico, perché la richiesta propedeutica a una avocazione certamente elimina un segreto istruttorio che non può essere opposto al Procuratore generale.
  Ho lasciato passare questa obiezione chiedendo, in conseguenza – provvedendo con un provvedimento ufficiale di avocazione delle indagini – anche di vedere acquisiti e trasmessi al mio ufficio gli ulteriori atti definiti «coperti dal segreto istruttorio». L'atto a cui si fa riferimento è l'interrogatorio per rogatoria di tale Pieczenik, di cui parleremo successivamente.
  Ciò porta innanzitutto, come dicevo, a una precisazione del tipo di indagine che è stata svolta. Con il collega Lupacchini abbiamo mirato a controllare effettivamente ogni singolo particolare che poteva ritenersi sfuggito alle indagini precedenti, anche riferite al processo Moro. Per la verità, il quadro che abbiamo acquisito non era dei più incoraggianti.
  Tanto per fare un esempio, in uno dei primi interrogatori svolti nei confronti del testimone ingegner Marini, abbiamo appreso che aveva subito minacce, tanto che gli organi inquirenti avevano ritenuto opportuno installare un cosiddetto «baracchino» a casa dell'ingegner Marini, cioè un apparecchio che provvede alle intercettazioni delle telefonate in arrivo a un determinato numero. Alla mia domanda, diretta a conoscere in che cosa fossero consistite e si fossero concretate e concretizzate queste minacce, Marini ha risposto che non lo sapeva e, alla mia sorpresa, ha detto: «Non lo so, perché il baracchino sta ancora lì». A distanza di trentasei anni, malgrado ci fossero state sollecitazioni a ritirare l'apparecchio, nessuno si era preoccupato di farlo. Abbiamo provveduto noi ad acquisirlo, sgombrando il campo da tutte quelle che potevano essere minacce dirette a una testimonianza nei processi Moro e rilevando che, invece, si erano riferite ad altri episodi inerenti la vita privata di Marini e non al processo per cui era chiamato a testimoniare.
  Un'ulteriore acquisizione l'abbiamo appresa da Cucchiarelli, il quale ha confermato e ridimensionato secondo la nostra interpretazione la portata delle dichiarazioni di Rossi. Devo dire la verità, anche sotto il profilo dell'audizione successiva che avevamo avuto di Enrico Rossi, agente dalle cui propalazioni era partita tutta la questione, ci siamo trovati di fronte a un riconoscimento da parte di Rossi di un'attenzione che noi avevamo specificamente e cospicuamente prestato alle sue dichiarazioni. Egli si era meravigliato, per contro, che nell'audizione dei due pubblici ministeri della Procura di Roma tale interesse non fosse emerso, tanto che si erano limitati a chiedergli se confermava le dichiarazioni rese al giornalista Cucchiarelli e basta.
  Il nostro interrogatorio è andato oltre, appunto cercando di capire se quelle dichiarazioni, sotto il profilo di scontentezza nei confronti dei suoi organi gerarchici superiori, si fossero concretizzate in qualche manifestazione. Questo ha portato anche a una nostra visita alla Questura di Torino, dove abbiamo acquisito il fascicolo personale di Rossi, ricavando la convinzione, attraverso il riscontro obiettivo di documenti, che il suo pensionamento era stato preceduto da un periodo antecedente di malattia o di permesso per ragioni mediche, e successivamente vi era stato un rientro e un'uscita attraverso la dichiarazione e la scelta delle dimissioni dal suo incarico.
  Le dichiarazioni di Rossi facevano comunque riferimento a un'indagine che riguardava le armi sequestrate a Fissore, non esperita, e poi a una scarsa valutazione degli altri elementi trovati in sede di perquisizione del Fissore. C’è stato un colpo di fortuna nostro, perché, avendo nel 2012 il Tribunale di Torino trasmesso al Tribunale di Alba il fascicolo delle indagini, con la richiesta di distruzione dei reperti, a giugno del 2014, quando ci siamo recati a Torino, per fortuna il Tribunale di Alba non aveva ancora dato luogo all'esecuzione del provvedimento. In tal modo, noi abbiamo immediatamente acquisito le armi, le abbiamo controllate e abbiamo controllato anche l'acquisizione degli ulteriori reperti, consistiti e consistenti nel rinvenimento di un grande articolo, all'indomani della strage Moro, del quotidiano Il Messaggero che si riferiva alla «strage Moro, colpo duro allo Stato», e successivamente di un altro articolo che riguardava la guerra tra gli Stati Uniti e l'Iran, sotto il profilo di un raid aereo degli Stati Uniti che aveva convinto Saddam Hussein a chiedere una tregua dalla guerra in atto.
  Tutte le dichiarazioni citate e anche il rinvenimento descritto ci consentono, allora, di individuare correttamente il ruolo di Fissore, identificato come la persona che probabilmente, nelle indagini di Torino, poteva essere uno dei due occupanti la motocicletta di grossa cilindrata.
  Le testimonianze acquisite nei confronti di Fissore, rese dalla compagna, che era identificata nella lettera con indicazioni precise, e anche degli amici del Fissore nel paese di Levaldigi, ci portano a escludere che Fissore avesse familiarità con le moto, anzi evitava di andare in moto perché aveva paura. Strana affermazione, visto che congiuntamente abbiamo accertato che Fissore era, invece, un appassionato pilota tanto da aver conseguito il brevetto di pilota con un altro super-istruttore dell'aeroporto di Levaldigi, tale Gallo, che si accerterà aver conseguito vari brevetti aeronautici negli Stati Uniti. Gallo ha conseguito un brevetto di primo grado, un brevetto per pilotaggio di aerei a lungo raggio negli Stati Uniti e un ulteriore brevetto per mongolfiere.
  Questo però comporta innanzitutto l'analisi, da parte nostra, a questo punto, delle dichiarazioni contenute nel messaggio anonimo, che sembrano sollecitare un accesso e una perquisizione e un'acquisizione di quello che si sarebbe trovato nella perquisizione nella casa di Fissore a Moncalieri. Avete già sentito i risultati di questa perquisizione. Nella lettera vengono anche forniti elementi di individuazione del soggetto a cui si fa riferimento nella lettera anonima, indicato come il marito di una certa signora impiegata di una ditta discografica di Torino, specializzata nella produzione di musica popolare. La signora, identificata successivamente, ammette di non essere la moglie e ammette una relazione sentimentale avuta con Fissore, all'epoca anche lui impiegato presso quella ditta, e di aver interrotto dopo due o tre anni tale relazione. Nel frattempo, Fissore aveva lasciato successivamente quell'impiego per trasferirsi, riunendosi alla famiglia, a Levaldigi, dove si era dedicato all'arte fotografica aprendo uno studiolo di fotografia. Ciò, quindi, ci porta alla convinzione che Fissore volesse che si scoprisse l'autore della lettera anonima e indica se stesso come la persona che era a bordo di una moto.
  Di conseguenza, appurato che fosse un pilota, abbiamo cominciato a svolgere accertamenti, riscontrando gli orari, sulla presenza di Fissore in Roma la mattina della strage di via Fani. Fissore non risulta esser venuto, da atti ufficiali e anche controllando altri registri di presenza...
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Non è stato possibile...
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Non è stato possibile perché tutto cancellato. Non siamo riusciti, però siamo andati a cercare, sotto il profilo di una presenza nel famoso elenco di Gladio, circa operazioni o incarichi ricevuti in quella sede.
  Non siamo riusciti ad accertare perché i registri a quel punto erano cancellati. Fissore, però, attraverso un'indagine meticolosa sotto il profilo degli orari dei voli e delle partenze dall'aeroporto di Levaldigi, risulta aver preso posto come passeggero in un aereo guidato da Gallo, da Levaldigi a Varese e di ritorno da Varese a Levaldigi alle 17,15 dello stesso giorno, il giorno dell'attentato.
  Questo però non ci dà certezza circa la presenza di Fissore alle otto o alle nove, mentre l'orario è importante per riferirci al colonnello Guglielmi. Il colonnello Guglielmi viene identificato come una persona presente sul posto e dà giustificazione della sua presenza alle nove di mattina per un invito ricevuto dal colonnello D'Ambrosio a casa sua per pranzo. Viste le dichiarazioni del colonnello D'Ambrosio, abbiamo appreso che non soltanto Guglielmi non era stato invitato a pranzo, ma non era assolutamente prevista la sua visita nemmeno a quell'ora. Il colonnello Guglielmi si era presentato a casa sua insalutato ospite e dopo poco, assumendo, con una dichiarazione, che doveva lasciare la sua abitazione perché doveva essere successo a Roma qualcosa di grosso, aveva abbandonato la casa del colonnello D'Ambrosio ed era andato via.
  Noi abbiamo anche provveduto, a questo punto, a ricontrollare, attraverso una ricerca della sua presenza di appartenenza al cosiddetto «Gladio», abbiamo continuato a svolgere le indagini volgendo l'attenzione sulla composizione, sulla struttura e sul modo di atteggiarsi, dei comportamenti e del programma di Gladio.
  Durante queste valutazioni, attraverso anche...
  PAOLO CORSINI. (fuori microfono) È nell'elenco di Gladio, Fissore ?
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. No. Sotto questo profilo rispondo subito: l'elenco di Gladio acquisito è di 622 persone, che sono quasi tutte persone insignificanti sotto un certo profilo di indagini e assolutamente non sospettate o sospettabili di azioni criminali (tranne una o due con qualche precedente penale, ma non di sostanza ulteriore) né di riferimenti di carattere politico-militare a strutture come Gladio.
  È strano che nella struttura Gladio, al di fuori di quell'elenco giudicato da tutti assolutamente non influente, non decisivo, vi è poi una constatazione e una scoperta di una struttura quasi fantasma collegata a Gladio, di cui facevano parte persone alla cui identità, se non in quattro o cinque casi, non siamo riusciti a risalire. Però tale struttura non risultava ufficiale e il ritrovamento dei fascicoli personali vuoti, ma soltanto con il nominativo, è stato giustificato all'epoca soltanto in ragione di una domanda di iscrizione a Gladio che non si era concretizzata mai in ulteriori passi e accertamenti.
  Poi, lo scrupolo di accertare veramente come si fossero svolti i fatti ci ha portato a ricostruire o tentare di ricostruire, sulla base di tutti gli sforzi operati – sia delle acquisizioni processuali sia delle acquisizioni delle Commissioni stragi, sia della ricostruzione operata attraverso il regista Martinelli – la struttura quasi cinematografica dell'incidente.
  Martinelli, con riferimento anche al romanzo Piazza delle Cinque Lune, ha provato a ricostruire la scena del delitto. A un certo momento, nella ricostruzione, nella registrazione e nella ripresa della scena, si è verificato un episodio inconsueto per la procedura di registrazione dei film. Una delle comparse, precisamente quella che interpretava il ruolo del maresciallo Leonardi, seduto a fianco del guidatore dell'automobile del presidente Moro, esce di botto dall'auto e, trasgredendo l'ordine di non fermarsi mai, se non su suggerimento o autorizzazione del regista, comincia a gridare parole in romanesco: «A Martine’ ! Che me vuoi fa’ ammazza’ ? Che sto qui a farmi ammazzare ?». Questo ha fatto capire a Martinelli che evidentemente ciò che stava riprendendo non era perfettamente corretto da un punto di vista di concatenazione causale e logica, perché la configurazione del maresciallo Leonardi, attraverso la ricostruzione dei dati balistici e processuali, era quella di un personaggio che impugnava con la mano sinistra un'arma con il colpo in canna, ma appoggiata sulla coscia sinistra e in posizione leggermente spostata verso l'autista, il che faceva supporre che certamente stessero parlando.
  Questa prima deduzione spiegherebbe perché Leonardi non ha reagito, non ha posto in essere nessuna azione. Leonardi non è stato colpito da sinistra, perché non poteva a quel punto nemmeno vedere da sinistra chi gli sparava e aveva attinto il suo compagno di auto, ma è stato colpito da destra, il che è confermato dalla perizia balistica che ha accertato che la traiettoria del proiettile aveva un andamento destra-sinistra, leggermente alto-basso, e certamente non aveva attinto un corpo in stato di allerta, ma in posizione assolutamente rilassata.
  Questo è confortato da un ulteriore elemento, attraverso il quale, riscontrando l'integrità delle auto, è stato possibile smentire un ulteriore dato invece acclarato sempre, secondo il quale l'auto Fiat 130 del presidente aveva tamponato più volte la Fiat 128 targata CD che, se fosse stata tamponata, avrebbe sicuramente riportato un'ammaccatura del frontespizio dell'auto del presidente, ma soprattutto avrebbe determinato la rottura dei fendinebbia che, riferendosi al vecchio modello, erano all'esterno e non incorporati già nella maschera dell'auto; i fendinebbia invece erano rimasti intatti. Ciò evidenziava che l'automobile si era fermata, quindi il tentativo, che avrebbe determinato un allertamento dei soggetti che occupavano la macchina, di scansare e di divincolarsi non vi era stato, ma perché non avevano avuto tempo di avvertire l'imminenza di un pericolo e di un'azione criminosa di agguato nei loro confronti.
  Ulteriore elemento è quello dell'identificazione della moto Honda. Sotto questo profilo, si erano pure molto affaticati in tentativi di ricostruzione, tanto da individuare per un certo periodo di tempo delle indagini gli occupanti della moto, secondo le dichiarazioni di Morucci, tali Peppo e Peppa, che una volta identificati nella loro vera identità sono stati assolutamente esclusi dalla polizia, ma anche il profilo di un ripensamento, di una revisione e approfondimento della nostra identificazione ha portato sicuramente a escludere non soltanto che fossero aderenti, ma probabilmente Peppo e Peppa erano altri due, che poi furono identificati in un altro episodio, in altra occasione attraverso un omicidio compiuto all'interno del ristorante «Sora Assunta», presso piazza Bologna, dove ci sarebbe stata un'esplosione e un'uccisione di un altro soggetto.
  Non erano, quindi, Peppo e Peppa. Allora chi potevano essere i due ? Non Fissore ? Attenzione, sulla Honda vengono anche indicati i soggetti così descritti: inizialmente, uno che guidava a volto scoperto e dietro uno con il mitra con il volto coperto da un passamontagna. Nella successiva versione cambiano le posizioni dei soggetti. Nelle dichiarazioni dell'ingegner Marini, colui che era sul sellino posteriore aveva sembianze che lo rendevano molto somigliante a Eduardo De Filippo, laddove invece il guidatore aveva il passamontagna che, abbiamo ricostruito, era di colore nero con una riga rossa. Lo stesso passamontagna notato dal figlio del giornalaio di via Fani e indossato da chi, con in braccio un mitra, esplodeva colpi e sparava con una certa abilità e disinvoltura.
  Ciò è quanto è stato accertato sotto il profilo dell'identificazione dei due personaggi della Honda. Queste iniziali dichiarazioni portavano a identificare allora anche il numero degli aderenti alle Brigate Rosse presenti sulla scena. Morucci parla di otto persone, forse dodici. Moretti smentisce con ironia questa dichiarazione di Morucci dicendo che smentiva anche tutta la ricostruzione perché quelle armi non erano assolutamente così efficienti, non erano in dotazione alle Brigate Rosse e la bravura così sventolata delle Brigate Rosse invece era più paragonabile alla figura dei cowboy di media fattura dei film americani.
  Con un riscontro, tra l'altro, che scaturisce da una ricostruzione delle dichiarazioni e delle osservazioni di Franceschini, abbiamo raggiunto certezza di come la presenza dei brigatisti sul luogo dovesse essere di gran lunga superiore a quella indicata. Franceschini indica, in occasione del sequestro Sossi, la presenza di diciotto brigatisti e dalla ricostruzione si apprende immediatamente che il sequestro Sossi non comportava di certo le difficoltà che presentava, invece, l'azione criminosa nei confronti dell'onorevole Moro e della sua scorta.
  L'unico punto di rischio affrontato dalle Brigate Rosse in occasione del sequestro Sossi era la toponomastica della zona, che era stretta, e quindi forse una facilità di uscita da quel vicolo, ma non certamente una presenza in macchina; si trattava quindi della cattura di un uomo a piedi da parte di diciotto persone e non certamente di una scorta, seguita da altra scorta armata, a bordo di macchine in una strada molto larga.
  Quindi, questa è la ricostruzione secondo un'affermazione successiva, poi comunicata dalla suora assistente spirituale di Morucci nel carcere al Presidente Cossiga, che indicava a questo punto: «Ecco, Presidente, per lei solo questa è l'indicazione dei nomi degli otto presenti alla strage di via Fani». Questa notizia è rimasta un momento nella disponibilità del Presidente e successivamente è stata comunicata alla Commissione stragi, ma non si capisce perché dopo anche lì sia rimasta lettera morta, senza ulteriore acquisizione o approfondimento.
  Invece, secondo una ricostruzione che parte dalla conta dei bossoli esplosi, rapportandoli anche alla dichiarazione dei brigatisti (secondo cui si era inceppata l'arma di Fiore, mentre l'arma di Morucci si era inceppata), era stata successivamente sostituita e si era di nuovo inceppata, risulta che l'asserita scarsa efficienza delle armi non è compatibile con i numerosi proiettili reperiti, la cui struttura e la cui combinazione non era accostata, accostabile o riconducibile a nessuna delle armi ufficiali, di quelle cioè catalogate come elemento di dotazione delle forze dell'ordine, ma era di quelle libere, evidentemente, però non soggette a controllo.
  Tutto questo ha portato successivamente, nella ricostruzione della scena, ad approfondire anche la questione delle persone presenti, con l'individuazione non soltanto del colonnello Guglielmi, ma anche dell'uomo con il cappotto cammello, che è apparso essere invece il signor Barbaro, che si comportava come una persona molto esperta del luogo.
  Barbaro era il titolare di una società, di un'azienda situata su un bar molto frequentato e quindi molto avviato di via Fani; il bar nel quale sostavano la mattina gli agenti della scorta di Moro per prendere il caffè. Lo strano di questa ricostruzione, di questo elemento, è che il bar a cui mi riferisco era stato chiuso inopinatamente, malgrado il fiorente commercio delle vivande, due anni circa prima della strage di Moro, però le strutture del bar, quindi le fioriere, le strutture di decorazione erano rimaste inalterate e lasciate fuori e, così come era stato chiuso inopinatamente circa due anni prima, qualche giorno dopo la strage inopinatamente aveva riaperto. Particolare degno di nota: la conduzione del locale era identica a quella precedente. Nessuna spiegazione è stata data mai del perché era stato chiuso prima e del perché si era riaperto dopo. Sopra a questo locale, che era chiuso al momento della strage di Moro, c'era il locale della società di Barbaro, il cui collaboratore da noi sentito ci ha precisato che in quei locali c'era anche disinteresse per un'attività commerciale, che era quella di fornitura di tre o quattro grossi enti: il Policlinico, il Gemelli, la Banca d'Italia e Palazzo Giustiniani. Questo è importante. Questi erano i loro clienti, ma non vi era grande interesse allo svolgimento dell'attività commerciale. Frequentemente si vedevano, comparivano e frequentavano quel luogo, quei luoghi, quelle stanze, delle persone non identificate, di cui il collaboratore non sapeva nemmeno l'identità; si riunivano o tra di loro in una stanza, o anche con il direttore, stavano un poco lì a parlare, dopodiché andavano via.
  Contestualmente a questa individuazione abbiamo appreso, sempre per bocca del suo collaboratore, che il signor Barbaro si era anche preoccupato nello stesso periodo di aprire una nuova sede della ditta in via Fusco, a Monte Mario, in un luogo panoramico che affacciava su via Pineta Sacchetti, in linea d'aria due chilometri di distanza, con vista sulla sede di quella che oggi si chiama AISE, cioè i servizi.
  Ulteriore particolare, a mio avviso, molto importante è quello della parentela di Barbaro, che risulta essere il cognato del generale Stocchi Pastore.

  PRESIDENTE. Barbaro è defunto ?

  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Barbaro mi pare che non ci sia più.

  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Non l'abbiamo trovato.

  PAOLO BOLOGNESI. Scusi, ma cosa forniva ?

  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Forniva materiali per l'edilizia.

  PAOLO BOLOGNESI. Era la copertura ?

  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. No, la copertura era questa: forniva materiali per l'edilizia, cemento per esempio, il che, dato il commercio mondiale del cemento, è un ulteriore punto interrogativo. Nel commercio internazionale, il cemento è come l'oro, è molto importante e rilevante.
  Le forniture...
  ENRICO BUEMI. Solo per capire: le quantità di questo commercio ?

  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Non erano significative. Erano relative a grossi enti, quelli che vi abbiamo detto, ma non erano significative. Erano attività di copertura, evidentemente, per tutto il resto.

  PRESIDENTE. Su Barbaro la risposta sostanzialmente è: «Non l'abbiamo trovato, è scomparso, è deceduto». Capiremo poi.

  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Vedremo.

  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Vedremo. Le indicazioni circa la struttura Gladio trovano riscontro nella ricostruzione del generale Maletti e anche nelle dichiarazioni del capitano Mura, sotto il profilo di una struttura che affiancava, doveva essere lì.

  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Forse c’è da chiarire qualcosa su Stocchi Pastore: era il comandante di Capo Marrargiu. C’è da tener presente una serie di cose, sotto questo profilo, perché l'esposizione che è stata fatta ha toccato puntualmente tutte le vicende e i personaggi, ma alcuni personaggi hanno una rilevanza non tanto in una visione d'assieme, quanto singolarmente riguardati, nella loro specificità.
  Barbaro viene descritto dall'ingegner Marini, che è stato precedentemente menzionato, quello a cui era stato sparato dalla persona in moto, come colui che intervenne sul luogo dell'eccidio, coprì con un giornale il corpo del povero Zizzi, e contemporaneamente aveva in mano una paletta. Così lo descrive Marini. Anni dopo, i due vengono intervistati per la trasmissione Anno zero o Samarcanda, non ricordo con precisione, di Santoro. Successivamente vengono intervistati nuovamente dal TG3, sia Marini sia Barbaro. Questi non nega di essere stato presente sul posto, ma nega di aver avuto una paletta. D'altra parte, però, non può negare d'aver preso una serie d'iniziative che dimostrano la sua presenza fattiva nel regolare la situazione dopo che era avvenuta la strage. Soprattutto, nell'intervista in questione, chiama in causa un soggetto che nessuno ha mai individuato e che probabilmente non è mai esistito, che sarebbe arrivato a bordo di una Alfetta, inveendo e spintonandolo, rompendogli un dito addirittura, situazione assolutamente fantasiosa almeno per gli accertamenti che vennero immediatamente condotti anche sulle persone che furono trovate presenti in via Fani.
  Il problema del dipendente collaboratore...
  PRESIDENTE. È vivo ? Lo avete sentito ?
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Sì, lo abbiamo ascoltato.
  PRESIDENTE. Come avete ascoltato Marini.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Come abbiamo ascoltato Marini.
  GERO GRASSI. Chi Marini ?
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Marini Alessandro, un ingegnere, era colui che si trovava di fronte...
  GERO GRASSI. Siccome c’è anche il pubblico ministero Marini nella vicenda, chiedevo...
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Ecco, il pm Marini interrogò l'ingegner Marini.
  PRESIDENTE. Marini ha confermato che gli spararono quelli dell'Honda ?
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Perbacco ! Tra l'altro, su questo punto, e Marini lo ha precisato proprio davanti alla Commissione stragi più volte, c’è la sentenza passata in giudicato di condanna, nel primo processo Moro, di coloro che spararono contro Marini, cioè delle persone individuate come autori. La condanna è in concorso, quindi colpisce le nove o tredici persone che sono state indicate in due rate da Morucci, ma in realtà c’è comunque il passaggio in giudicato di una condanna per tentato omicidio nei confronti di Marini. E il tentato omicidio era costituito per l'appunto dall'essere stato il Marini oggetto di colpi d'arma da fuoco da parte di chi si trovava a bordo della moto sul sellino posteriore.
  L'altra cosa è che Barbaro, oltre a quell'atteggiamento autoritario sul posto eccetera, ha una parentela non con un personaggio qualsiasi, ma con colui che dirigeva Capo Marrargiu. Soprattutto, c’è una precisazione ulteriore da fare, che è stata data per acquisita, ma forse è bene ribadirla perché resti a verbale. Capo Marrargiu non è la sede di addestramento di Gladio, ma è la sede di addestramento di una serie di corpi, più o meno ben individuati, più o meno appariscenti.
  Ora, il Procuratore generale accennava alla vicenda degli appunti di Maletti. Maletti teneva un'agenda, di cui tra l'altro dovrebbe esistere copia agli atti della Commissione stragi, nella quale appuntava le sue conversazioni con il generale Miceli. Nel 1974, cioè nel periodo in cui Guglielmi apparteneva al servizio e operava alle dipendenze di Maletti, vi è una serie di avvicendamenti che viene disposta dal generale Miceli, di cui nella sua agenda Maletti prende atto. Tra le persone che dovevano essere avvicendate c'erano il comandante del reparto che si occupava degli addestramenti speciali e lo stesso Guglielmi, tanto che, essendo stato spostato il comandante degli addestramenti speciali, il Maletti annotava accanto al nome di Guglielmi «Dove ?», evidentemente a dimostrare questa sua attività.
  Dopodiché, c’è un'audizione, sempre davanti alla Commissione stragi, di due magistrati della Procura della Repubblica militare di Padova, coloro che per primi svolsero gli accertamenti su Gladio – uno si chiamava Sergio Dini, l'altro Benedetto Roberti – i quali evidenziano come in questo campo si addestrassero dei paracadutisti. Tali paracadutisti compaiono più volte, quantomeno come attività qualificante, in vari attentati delle Brigate Rosse, tra cui il sequestro Sossi.
  Nel sequestro Sossi vi è un paracadutista – tal Marra – il quale viene puntualmente descritto come uomo abituato ad uso di armi ed esplosivi. Pur non indicandolo e usando tutta la cautela – Franceschini sostiene di non voler dire che fosse la stessa persona che si trovava in via Fani – aveva, però, caratteristiche molto simili a quelle del tiratore scelto che viene descritto da più persone che furono presenti – tra queste ci sono Lalli il benzinaio, il giornalista e lo stesso ingegner Marini – e che vedono quest'uomo che spara molti colpi. I molti colpi sparati risultano dalla perizia balistica, perché una gran parte dei colpi vengono esplosi dalla stessa arma.
  Un ulteriore elemento che ritengo possa essere posto in evidenza, sempre per chiudere il capitolo relativo all'attentato nella sua ricostruzione storica...
  ALFREDO BAZOLI. Posso chiedere un chiarimento ? Lei ha detto che un paracadutista è stato presente durante il sequestro Sossi ?
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Sì, ma era un paracadutista dalle caratteristiche molto strane.
  ALFREDO BAZOLI. Questo è accertato ?
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Mi spiego. Questo paracadutista, di cui parla Franceschini...
  GERO GRASSI. Era tra i rapitori ?
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Era tra i rapitori, naturalmente, ma non venne identificato. Franceschini è molto preciso sul punto.
  Vi fu la confessione di uno dei partecipanti, Alfredo Bonavita, il quale fornisce i nominativi di tutti coloro...
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Marra è indicato come una persona che non...
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Sì, da Franceschini, mentre Bonavita, che è il primo pentito – gli altri sono dissociati o irriducibili, ragion per cui le loro dichiarazioni sono estraibili o dagli atti della Commissione stragi o addirittura da memorie da loro stessi pubblicate, mentre Bonavita è un pentito che ha riversato a verbale le proprie propalazioni – stranamente, fornisce i nomi di tutti coloro che parteciparono al sequestro Sossi, ma mette come operativo nel sequestro Moretti, che invece era stato escluso dall'operazione.
  Bonavita non poteva ignorare questa circostanza, mentre doveva sapere chi aveva operato a fianco a lui. Franceschini individua quest'uomo, indicato erroneamente – poi bisognerà vedere perché ci sia stata questa indicazione erronea da parte di Bonavita – come Moretti, che invece a quell'operazione fu estraneo...
  In merito c’è stata un'indagine condotta dalla Commissione stragi e si è elaborata la figura dall'agente destabilizzante proprio a proposito di questi soggetti che venivano infiltrati all'interno dell'organizzazione e che molto spesso furono coloro che deviarono in senso peggiorativo le decisioni già drastiche e sanguinose dell'organizzazione criminale.
  GERO GRASSI. Questa è una versione in bonis, perché Franceschini dice che era un infiltrato del generale Dalla Chiesa e che fu l'unico dei diciannove che chiedeva di uccidere il giudice Sossi. Lo dice alla Commissione stragi.
  PRESIDENTE. Il consigliere Lupacchini ha detto sostanzialmente la stessa cosa con i riscontri effettuati.
  GERO GRASSI. Franceschini, però parla di Marra.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Visto che si chiama in causa Dalla Chiesa, vorrei essere preciso su questo punto. Franceschini – probabilmente dipende dai miei limiti culturali il fatto che io non riesca a leggere le cose per quello che dicono – non si riferisce a Dalla Chiesa, bensì al gruppo di Federico Umberto D'Amato, che è cosa diversa da Dalla Chiesa.
  A questo punto la storia diventa un tantino da controllare. Un conto è l'Ufficio affari riservati di Federico Umberto D'Amato, un conto è il gruppo di Dalla Chiesa, fermo restando che comunque vi sono elementi per ritenere che...
  Mi scusi, mi stavo confondendo, perché noi non l'abbiamo preso in considerazione nelle indagini, ma l'infiltrato di Dalla Chiesa era «Frate Mitra», cioè Girotto, che è persona diversa da Marra. Gli infiltrati furono più d'uno e furono diversi.
  Franceschini parla di Marra e lo colloca come dipendente del Ministero dell'interno, come persona dipendente dal Ministero dell'interno...
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Non fornisce, però, notizie più precise, anzi dice che non sa nemmeno dove sia sparito e non capisce perché non sia stato incriminato al momento opportuno.
  GERO GRASSI. Chiedo scusa, ma Franceschini, interrogato dal magistrato, spiega al magistrato perché Marra non sia stato mai arrestato e fornisce la motivazione che ho riportato io. Io non sono in grado di dire se sia vera o falsa. Aggiunge che un pescivendolo di Quarto Oggiaro è quello che voleva che Sossi fosse ucciso. Dopodiché, subentra Girotto il quale conferma che Dalla Chiesa aveva un infiltrato nelle Brigate Rosse.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. È tutto vero quello che lei dice, ma il riferimento a Dalla Chiesa è, a mio avviso, per quello che ho letto io, fuorviante, perché il soggetto di riferimento è il commissario Musocco, non un uomo di Dalla Chiesa.
  Che poi Dalla Chiesa avesse i suoi infiltrati è un altro discorso, ma questa è una situazione verificabile. Ovviamente, si potranno mettere a confronto le varie dichiarazioni rese in Commissione stragi e scritte da Franceschini nel suo libro – anche lui scrive un libro di memorie – nonché il rapporto del capitano Giraudo a cui lei si riferisce sul pescivendolo per la Commissione stragi, che viene poi passato all'autorità giudiziaria milanese che indaga sull'attentato a Sossi. L'indagine comincia a Torino e poi passa a Milano.
  Si tratta di soggetti diversi, con riferimenti diversi, e comunque questo riferimento è sintomatico di un'infiltrazione delle Brigate Rosse da parte di soggetti istituzionali o para-istituzionali.
  PAOLO CORSINI. Giraudo è il carabiniere dei ROS ?
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Giraudo è il carabiniere dei ROS che svolge un'indagine e al quale si appoggia Franceschini sotto il profilo del riscontro delle dichiarazioni che fa. Questo tanto per la cronaca.
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Non bisogna dimenticare che comunque il generale Dalla Chiesa in due occasioni, dichiarando di avere infiltrati, si era preoccupato di avvertire, e anzi aveva sollecitato ulteriori approfondimenti d'indagine proprio sotto questo profilo, della presenza di una struttura oscura, non certa, che aveva cominciato a minacciare e che aveva prospettato di compiere un'azione aggressiva nei confronti di un importante uomo politico italiano. Di questo avvertiva Dalla Chiesa.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Sulla fonte Grifone aggiungerei ulteriormente che l'informazione di Dalla Chiesa era piuttosto precisa perché indicava un compagno muratore – non un fratello muratore, ma un compagno muratore – che sarebbe dovuto venire a Roma a realizzare una paratia all'interno di un appartamento, evidentemente a creare una struttura, la cosiddetta «prigione del popolo», predisposta al fine del sequestro di questa persona.
  Contemporaneamente c’è anche Il Male che ci mette del suo, ossia il settimanale satirico su cui si legge la mano a vari personaggi, tra cui anche Moro – probabilmente, l'argomento è suggestivo, ma valeva la pena comunque di registrarlo – e praticamente si vede nel suo futuro una carcerazione e una brutta fine, tanto per completare il quadro dei segnali che si avevano.
  Questo a tacere di Arconte, che è stato ormai dichiarato ufficialmente non credibile in varie sentenze che l'hanno riguardato sulla vicenda di Beirut e del fonogramma. È meglio non prenderlo in considerazione proprio per questo motivo.
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Una precisazione ulteriore e anche importante sotto il profilo di cui ho parlato all'inizio a proposito di Steven Pieczenik, l'anglo-polacco residente in America, che passava al tempo di Carter come uno dei massimi esperti in tema di sequestro. La sua fama si basava sull'essere riuscito a scongiurare, o comunque a condurre a lieto fine, il sequestro di alcuni cittadini americani in territorio libanese.
  Pieczenik viene chiamato, viene richiesto e viene inviato da Carter in Italia su sollecitazione di Cossiga, il quale chiede di avvalersi di un esperto americano.
  Le dichiarazioni rese successivamente da Pieczenik – diciamo dal cittadino americano, così evitiamo pronunce non abituali per noi – lasciano molto perplessi sotto un profilo sia di attendibilità, sia di ulteriore approfondimento che non fu fatto. Sono dichiarazioni che non sono state a suo tempo approfondite. Noi abbiamo acquisito le dichiarazioni del cittadino americano nella forma integrale. Sulle sue dichiarazioni fu organizzata un'intervista resa a Minoli nella trasmissione RAI Storia. Noi abbiamo acquisito non soltanto il CD della trasmissione, ma anche il CD del girato completo. La visione e l'approfondimento di quelle dichiarazioni descrivono un personaggio preoccupato di un'autoreferenzialità esasperata, quasi schizofrenica. Dichiara, infatti, di essere venuto in Italia per dirigere e di essersi formato il convincimento, dopo un iniziale programma di riuscire a liberare l'ostaggio, che la cosa migliore – questa era la sua valutazione – fosse quella di determinare l'uccisione di Moro.
  Lui si dichiara...
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. «Nous avons tué Aldo Moro».
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Esatto.
  Successivamente, egli approfondisce quelle dichiarazioni dicendo che la sua tattica, così come quella adottata a suo tempo in Libano, gli suggeriva di mettere alle strette le Brigate Rosse, tanto da far compiere loro questa uccisione, che le avrebbe destabilizzate. Ciò, secondo Pieczenik, avrebbe condotto innanzitutto le Brigate Rosse ad abbandonare un tentativo di accordo per la liberazione dell'ostaggio e successivamente a rendere inevitabile, secondo la loro valutazione, ma spaccando all'interno le Brigate Rosse, arrivare all'omicidio del presidente Moro. Questo, secondo Pieczenik, fu un successo e, nel momento in cui si rese conto che questa realizzazione dell'evento era possibile, abbandonò l'Italia.
  Non so cosa abbia dichiarato alla Procura di Roma, ma noi abbiamo acquisito quelle dichiarazioni, peraltro confermate anche in un'audizione americana; io le ritengo quelle più attendibili. Tuttavia, esse ci hanno determinato a richiedere alla Procura di Roma un approfondimento importante e ulteriore ai fini della configurazione di reati nei confronti di Pieczenik.
  PRESIDENTE. Il concorso in omicidio.
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Addirittura sarebbe stato ispiratore di un omicidio.
  Questo è importante, ma c’è una questione importante che ci è sfuggita sinora. Consentitemi di ricordarla in conclusione.
  Quando abbiamo sentito il regista Martinelli, ci ha dichiarato che in uno dei suoi viaggi frequenti anche in Toscana era stato raggiunto da una telefonata da parte della segreteria di Gelli. Con questa telefonata Gelli chiedeva a Martinelli, visto che veniva spesso in Toscana, perché non prendesse in considerazione la possibilità di andare a fargli una visita a Villa Wanda. Martinelli ebbe ad accettare l'invito e si rese conto che la preoccupazione di Gelli era quella, attraverso la formulazione di domande nei suoi confronti, di accertare che cosa realmente Martinelli fosse riuscito ad acclarare nella ricostruzione degli eventi, nell'individuazione della scrittura del libro e anche della realizzazione cinematografica; che cosa sapesse Martinelli del dossier Moro, delle famose confessioni di Moro, e chi altri potesse conoscere queste sue valutazioni. Martinelli ha cercato di glissare un po’ su queste risposte e ha, a sua volta, rilanciato lui – come ci ha raccontato – due domande nei confronti di Gelli. La prima domanda rivolta a Gelli è stata come motivasse la frase che la mattina del 16 marzo ebbe a pronunciare, mentre stava parlando al telefono, con altre persone all'Hotel Excelsior, al termine della conversazione telefonica: «Il più è stato fatto. Ora attendiamo gli eventi».
  Alla seconda domanda, ossia come Gelli motivasse sotto il profilo dell'uccisione di Moro e anche perché avesse operato quella valutazione – Martinelli chiese che cosa conoscesse lui del dossier Moro – Gelli rispose: «Che vuole, dottore, la storia si scrive dopo cent'anni. Abbia pazienza».
  Questo porta a una conclusione, sotto il profilo di una nostra comune convinzione, ossia che l'uccisione del presidente Moro, con la scorta e con la moto e tutto, non fu un omicidio legato solo alle Brigate Rosse, che avevano tutto l'interesse dopo a ridimensionare la loro portata. All'inizio hanno pompato questa notizia per acquisire importanza. Successivamente hanno ritenuto di cercare di sminuirla, forse raggiungendo più la realtà nella seconda ipotesi che nella prima.
  Sul palcoscenico di via Fani non erano presenti soltanto le Brigate Rosse e agenti dei servizi deviati italiani, ma erano presenti anche servizi di altri Paesi interessati, se non a determinare un processo di destabilizzazione dello Stato italiano, quantomeno a creare del caos attraverso il quale quella che, purtroppo, sta diventando sempre di più...
  PAOLO CORSINI. Mi scusi, questa è una supposizione sua o ci sono elementi che confermano quello che sta dicendo ? Al momento lei non ha fornito elementi per suffragare questa sua valutazione.
  A proposito della valutazione della presenza di servizi segreti stranieri, sulla base di che cosa lei fa questa affermazione ?
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Sul profilo delle segnalazioni a cui si è riferito lei. Sono agli atti della Commissione stragi, magari acquisite, ma non approfondite. C'era il Mossad, c'erano altre dichiarazioni. Quando il cittadino americano fa quelle dichiarazioni, io credo che esse autorizzino determinate valutazioni, che non sono mie elucubrazioni, ma sono conseguenza logica sotto un profilo di ragionamento. Quando successivamente mi riferisco ad altri fattori che sono stati segnalati nella Commissione stragi da varie fonti, anche dei servizi stranieri, quando mi riferisco a dichiarazioni fatte in Francia nei confronti del giornalista Amara, non mi riferisco soltanto a fatti italiani, ma anche a interessi di varie nazioni. Non mi riferisco soltanto, per quanto riguarda l'America, a dichiarazioni fatte dal soggetto, ma anche ad atti ufficiali della Repubblica, perché è lo Stato italiano che ha chiesto la presenza e l'aiuto di cittadini stranieri. Non posso credere che questi aiuti si siano limitati solo all'interferenza da parte di un soggetto.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Proprio per evitare obiezioni e per chiarire il punto, bisogna distinguere due momenti dell'intervento degli americani nel sequestro Moro.
  In una prima fase, appena avvenuto il sequestro, interviene immediatamente la richiesta di un supporto tecnico-investigativo da parte americana e non arriva nessuno. Questo fino al 29 marzo 1978. Il 29 marzo viene diffusa la lettera che inizia con le parole «Caro Francesco», con cui Moro si rivolge a Cossiga, allora Ministro dell'interno, ovviamente sollecitando un intervento di qualche tipo che ne agevolasse la liberazione. Nelle ultime due righe di quella nota Moro usa la famosa espressione «nella situazione in cui mi trovo potrei incorrere nella necessità di fare dichiarazioni pericolose e spiacevoli». Solo in quel momento, quando si parla delle dichiarazioni pericolose e spiacevoli, anche in considerazione del contestuale comunicato n. 3 delle Brigate Rosse, nel quale si dice che il prigioniero sta collaborando e sta riferendo una serie di fatti che indubbiamente verranno portati a conoscenza del proletariato perché tutto si deve sapere, c’è l'attivazione di Pieczenik e, quindi, il suo intervento.
  Pieczenik viene in Italia il 30 marzo, non casualmente, e prende alloggio – questo potrebbe essere un fatto più suggestivo che altro, ma comunque è un dato di fatto – all'Hotel Excelsior. Sarà forse per la vicinanza con l'ambasciata, ma all'Hotel Excelsior teneva corte Licio Gelli. Questo è un aspetto.
  L'altro aspetto è quello relativo alla sua assunzione di responsabilità. Esattamente il procuratore generale ha esposto il rischio di un'eccessiva autoreferenzialità del Pieczenik nelle dichiarazioni più recenti, che potrebbero sostanzialmente portare a sminuirne il valore dal punto di vista probatorio: è un pazzo furioso, che si attribuisce determinate colpe e meriti per far esaltare una propria posizione. Tutto questo, però, trova una smentita e, al tempo stesso, una conferma nel fatto che nel 1996 l'allora Ministro dell'interno Napolitano per la prima volta produce alla Commissione stragi un documento, elaborato all'epoca del sequestro Moro dal Comitato di crisi, relativo al parere che all'interno del Comitato di crisi il Pieczenik rivolge a chi sta operando per la risoluzione del sequestro. In questo documento vengono esposte, sia pure con tutta l'eleganza e il garbo di un documento ufficiale, le linee di condotta che dovranno portare a quella che è una soluzione necessaria, ossia l'uccisione dell'ostaggio.
  Questo perché ? Noi abbiamo proceduto a verificare il succedersi dei comunicati delle Brigate Rosse e della comparsa di alcune lettere di Moro durante il sequestro. Ciò ha a evidenziare che subito dopo l'intervento di Pieczenik, e precisamente il 15 aprile 1978, interviene il comunicato n. 5, che era stato preceduto da un comunicato n. 4 nel quale si ribadiva che il proletariato doveva conoscere tutto e che il prigioniero era sempre collaborativo e riferiva. Si arriva al comunicato n. 5, in cui in sostanza c’è un testacoda delle Brigate Rosse, le quali in pratica sostengono che il prigioniero ha riferito tutto quanto sulla Democrazia Cristiana il proletariato già sapeva. Da questo momento non sarebbero venute meno al loro proposito iniziale di far conoscere tutto, ma lo avrebbero fatto conoscere attraverso i mezzi e i canali rivoluzionari, senza precisare quali siano questi canali e soprattutto il livello di conoscenza.
  Questo, però, è un discorso che, ovviamente, va a innestarsi nella vicenda più complessiva, che esulava dalla nostra indagine, relativa al memoriale, alla comparsa successiva, alle censure, alle autocensure e comunque al fatto che non si siano trovati il manoscritto e le registrazioni che sicuramente c'erano state.
  A prescindere da questo, che cosa diceva il documento che Pieczenik aveva elaborato per il Ministero dell'interno e che poi...
  PRESIDENTE. Il Procuratore generale ha fatto riferimento al materiale acquisito dalla trasmissione di Minoli, cioè all'intervista di Pieczenik, che parla di una fase successiva. Lei adesso parla, invece, del documento scritto dal consigliere con Moro prigioniero. Lo dico per capire il contesto dell'osservazione che ha fatto prima.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Ne stavo parlando proprio per evitare l'obiezione, ossia che si dicesse che questo è un pazzo furioso che all'improvviso, dopo dieci anni, si sveglia e racconta una sua storia per autoesaltarsi, senza rendersi conto magari che in questo modo si autoincrimina.
  Il documento, in sostanza, prevedeva – come dicevo, pur con tutta la desiderabile cautela che si mette in queste situazioni – una triplice prospettiva.
  La prima era di recuperare quanto Moro aveva dichiarato e il materiale su cui queste dichiarazioni erano incorporate, che si trattasse di videoregistrazioni, audioregistrazioni, materiali scritti o altro.
   La seconda era la morte di Moro. Non era sufficiente che sparissero quei materiali perché, vivente lui, non potessero riemergere le dichiarazioni, con tutta la portata devastante – e qui rispondo alla questione del rilievo internazionale – che avrebbero potuto avere. Teniamo conto che il sequestro non avviene in un momento qualsiasi, ma in un momento in cui è viva e pulsante la guerra fredda, con tutto quello che significa.
  La terza fase era quella di garantirsi il silenzio delle Brigate Rosse, in sostanza attraverso la prospettazione di una trattativa che le mettesse nell'angolo e che facesse vedere loro la soluzione finale, cioè la morte di Moro, come soluzione obbligata per non perdere la faccia rispetto a un fallimento che si era determinato e a cui le trattative portavano.
  Peraltro, la preoccupazione più grossa è quella che le trattative parallele non creassero problemi. Infatti, nel frattempo, ci sono l'intervento della malavita, che viene «stoppato», e quello del Vaticano, che viene portato a un annacquamento finale che è quasi una marcia indietro, e poi c’è la vicenda, mai chiarita, di cosa successe la mattina del 9 maggio, quando, a un certo punto, almeno stando ai verbali pubblicati da Giovagnoli sulla riunione della direzione della Democrazia Cristiana, sembrava quasi che Fanfani dovesse annunciare la liberazione dell'ostaggio, mentre in realtà se ne consumava l'esecuzione.
  Questo è il quadro, tanto per chiarire. Uno non si sveglia la mattina e dice che c'era un problema internazionale...
  PRESIDENTE. Il procuratore ha fatto riferimento prima all'interrogatorio per rogatoria fatto dai giudici americani su mandato della procura. Voi avete potuto vederlo ?
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. No, come ho detto all'inizio, la Procura non mi ha trasmesso...
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Non sappiamo neppure se sia stato sentito come imputato, perché contemporaneamente, ma questa è una cosa che non abbiamo potuto verificare per questo motivo, sentito come testimone in rogatoria, interviene poi un'ordinanza di custodia cautelare, o una richiesta di ordinanza. Quindi, in sostanza quell'audizione come testimone perde valore.
  Pieczenik è l'unico soggetto sicuramente vivente. Degli altri qualcuno è morto e qualcuno è sparito dai radar, però potrebbe anche essere ritrovato prima o poi.
  PAOLO CORSINI. Mi pare che il polacco americano abbia rilasciato un'intervista un anno e mezzo fa.
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Rispondendo a una domanda, un ulteriore elemento deduttivo è proprio il riferimento al polacco-americano, come l'ha chiamato lei, che, stranamente, dopo tutte queste dichiarazioni, che certamente non rappresentano la presidenza americana sotto un profilo favorevole, non subisce alcun attacco, alcuna reprimenda, assolutamente niente. Non dico che dovrebbero estradarlo in Italia, perché questo non è mai successo nemmeno in caso di autori acclarati di stragi, da parte degli americani, ma non abbiamo alcun riscontro di notizie.
  PAOLO CORSINI. Sotto il piano fattuale – non sotto il piano deduttivo, logico o di valutazione politica, ma sotto il piano di un riscontro fattuale – è dimostrata la presenza di agenti di servizi di altri Paesi la mattina in via Fani ?
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. È dimostrata la presenza di altre persone.
  PAOLO CORSINI. Benissimo. Io facevo parte della vecchia Commissione Pellegrino. Per quanto adesso la mia memoria possa avere una défaillance, non mi pare di ricordare che nel corso dei lavori di quella Commissione noi avessimo acclarato questo dato in termini di fattività.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Nessuno ha parlato di presenza all'evento, in funzione operativa o anche semplicemente di assistenza, di qualcuno, quasi stesse preparando uno stage, come poteva capitare a Guglielmi. Essendo docente presso Capo Marrargiu di tecnica dell'imboscata, ovviamente poteva essere lì per uno stage di specializzazione. Tutto può succedere, per l'amor di Dio, ma nessuno ha parlato di presenza di servizi stranieri.
  Per precisione, tanto per completare il quadro, anche perché c’è un provvedimento scritto nel quale il procuratore si è assunto la responsabilità di quello che dice, sulla base sicuramente di un'induzione, ma fondata su fatti – purtroppo, tutta la nostra vita è fatta di deduzioni e di induzioni, perché nessuno ha la visione sincronica del mondo che hanno gli angeli e le anime assunte in patria; speriamo di avere questa visione il più tardi possibile – resta il fatto del silenzio dei brigatisti, pentiti, irriducibili o semplicemente dissociati, sulle presenze al di là dei nove o dodici in via Fani.
  Considerate anche le dichiarazioni di Morabito da una parte e i documenti che ne sono emersi successivamente dall'altra, possono essere tanto personaggi dei servizi, quanto personaggi della malavita – si fece il nome di Nirta e il nome di un killer catanese – o brigatisti o appartenenti ad articolazioni del partito armato diverse dalle Brigate Rosse.
  Sono tutte ipotesi legittimate dalle dichiarazioni che ognuno ha fatto. Ovviamente, non si può prendere posizione e dire se fossero questi, questi altri o questi altri ancora. Siamo nella deduzione, ma nessuno finora ha detto che ci fossero uomini di servizi stranieri in via Fani.
  Una cosa, però, si è detta, tra le righe del provvedimento, e non è stata detta nel provvedimento per la prima volta. È la presenza di proiettili di un determinato tipo utilizzati nell'agguato, che, come diceva il procuratore generale prima, non sono, per le loro caratteristiche – il fondello, la mancanza di una data, la colorazione, l'utilizzazione di determinate vernici – riconducibili a enti statali o parastatali di sicurezza, bensì a entità che non hanno bisogno di questo tipo di identificazione delle armi e, quindi, delle munizioni che detengono.
  L'unico elemento straniero che può essere stato presente sul posto comunque accertato è un caricatore che venne perso da una qualche arma e che normalmente, si dice, viene montato in armamento estero. È poco per dire che ci fossero elementi di servizi stranieri o appartenenti a Stati stranieri. Si lasciano, quindi, aperte tutte le ipotesi e non se ne sposa nessuna in particolare.
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Più che affermare, noi abbiamo guardato a escludere certezze che sono state contrabbandate – perdonatemi – anche da articoli giornalistici, ma che non sono assolutamente certezze.
  Una di queste correzioni va fatta all'affermazione: «Al comando del generale Guglielmi». Dove sta questo comando ? non è il condottiero che ha orchestrato e condotto tutti. Peraltro, l'iniziale individuazione o la ritenuta identificazione di Peppo e Peppa fa riferimento ad altri gruppi terroristici italiani, che le stesse Brigate Rosse non hanno saputo escludere certamente. Questo è il discorso.
  Noi abbiamo ritenuto che ci fosse la presenza. D'altra parte – anche questo è un riferimento all'argomento – purtroppo, l'Italia, ma questo è un po’ nella storia, è stata sempre, come ho detto stamattina al Copasir, il bel campo di calcio su cui si sono venute a scontrare anche squadre estere. Questo lo sapete voi meglio di me. Lo dico senza fare affermazioni e identificare di quali nazionali si tratti, perché non lo so.
  PRESIDENTE. Noi ringraziamo il procuratore per l'esposizione che ha fatto e aggiorniamo la seduta a domani alle 16.30, perché ci sono già un'infinità di iscritti.
  Darei la parola per una domanda, perché era già previsto all'inizio, all'onorevole Galli, che non potrà essere presente. È una domanda telegrafica. Per il resto, aggiorniamo tutto a domani alle 16.30.
  CARLO GALLI. La ringrazio, signor presidente. È una domanda che si riferisce al documento Pieczenik, per il quale c’è una triplice prospettiva, come è stato detto. La prima era recuperare le dichiarazioni rese da Aldo Moro. La seconda era di consentire e incentivare l'uccisione di Aldo Moro. Fin qui siamo perfettamente all'interno di una linea di ricostruzione che è stata portata a noi ieri sera dal senatore Pellegrino, con la stessa interpretazione e con lo stesso momento di svolta, nel comunicato n. 5, secondo lei, nel n. 6 secondo il senatore, ma comunque nella data del 15 aprile.
  La terza prospettiva del documento era ottenere il silenzio delle BR attraverso una trattativa – se capisco bene: è questa la domanda – in modo tale che esse capissero che, per non perdere la faccia, dovevano uccidere Aldo Moro.
  Questo volevo capire.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. No. Stiamo sovrapponendo due momenti diversi. Uno riguarda il far capire alle Brigate Rosse che avrebbero perso la faccia se non avessero portato a compimento l'opera, anche perché bisogna tener conto di ciò che storicamente era avvenuto: non c'era stata una sollevazione di consenso popolare, anzi, addirittura si comincia qui a parlare di sconfitta.
  La stessa rottura interna alle Brigate Rosse, determinatasi tra il gruppo di coloro che reprimevano la «diarrea logorroica» e di coloro che parlavano di umanitarismo nel tentare la trattativa da parte di Piperno... e certi silenzi che poi si determinano sulla partecipazione di altri soggetti, riguarda le prime due fasi.
  La terza fase non sappiamo come avesse in animo di perseguirla. Tutte le ipotesi sono aperte, ma sono soltanto ipotesi. Noi non abbiamo formulato ipotesi. Noi ci siamo limitati a guardare quello che lui preconizzava, dove ci sono i riscontri. Sono i punti uno e due. Il terzo caso, il silenzio delle Brigate Rosse, che comunque viene a essere realizzato, perché le Brigate Rosse tacciono, non sappiamo come sia stato conseguito.
  CARLO GALLI. È stato conseguito, però.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Nel documento n. 6, o n. 5 – non so quale sia – del 15 aprile...
  PRESIDENTE. È il comunicato n. 6.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Nel documento del 15 aprile, a cui seguiranno le vicende del 18 – non le dimentichiamo – con la scoperta del covo di via Gradoli, il falso documento n. 7, Chichiarelli e compagnia, indubbiamente in quel momento qualcosa si è verificato, se le Brigate Rosse, pur mantenendo fermo il punto da un'ottica di principio, di fatto...
  PRESIDENTE. Per chiarezza, per le domande di domani, mi sembra di aver capito – lo preciso così i colleghi domani potranno approfondire – che il procuratore generale abbia detto che hanno proceduto a un'archiviazione per quanto riguarda alcune notizie di stampa...
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. C’è stata l'archiviazione sulla moto Honda, sui personaggi sotto il profilo di una certezza di identificazione della moto Honda, e un'identificazione di elementi intorno ai quali bisogna aprire un'inchiesta di carattere penale per quanto riguarda il polacco americano. Questo consente in via finale...
  PRESIDENTE. Viene trasmessa, però, alla Procura della Repubblica di Roma competente, perché la Procura generale aveva avocato. Viene trasmessa chiedendo di vedere se ci siano riscontri penali. È il massimo che potesse fare la Procura generale.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. L'oggetto dell'avocazione è quello.
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Mi consente ancora una precisazione ? L'ho già detto prima. Noi ci siamo mossi sotto il profilo di una notizia che nasce da un esposto anonimo, su cui si era ricamato. Noi abbiamo centrato le notizie che cercavano di essere passate e che erano enfatizzate dalla stampa. Le nostre non sono affermazioni di certezza e di sicurezza. Quello è un periodo costellato di morti, peraltro, per cui ci siamo trovati, a distanza di trentasei anni, di fronte a tanti morti che ci hanno impedito di approfondire.
  OTELLO LUPACCHINI, Sostituto procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. L'unico vivo al momento in cui si poteva sentire, Fissore, si è aspettato che morisse.
  LUIGI CIAMPOLI, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma. Esatto. Non abbiamo acquisito, quindi, certezze, anzi, ci è andata bene con alcuni, che a distanza ancora, sia pure in età avanzata, sono venuti ugualmente a testimoniare. Noi non abbiamo certezze. Offriamo una smentita ad alcune affermazioni fatte dalla stampa che avevano enfatizzato o avevano diretto...
  Vi ho detto che una delle affermazioni che avrebbe avuto anche un'efficacia ulteriore e destabilizzante, e questa è una coscienza sociale nostra, di uomini delle istituzioni, riguarda l'affermazione «al comando del Generale Guglielmi». Non c’è alcun comando. Giustamente, una volta tanto il legislatore ha cancellato, ha modificato la vecchia struttura, proprio cercando di offrire alla popolazione e alla società elementi di certezza e di sicurezza, da ultimo con la legge del 2012, che ha incorporato sotto la Procura generale di Roma l'accertamento sulla legittimità di tutte le intercettazioni preventive.
  Questo mi porta a poter parlare anche di quella che oggi è diventata l'usanza di accostare sempre alla citazione dei servizi segreti anche l'aggettivo «deviati». Pare che non esistano più in Italia servizi segreti, ma esistano solo quelli deviati.
  Oggi invece io ritengo – questo lo posso dire con convinzione e con riscontro – che ci siano, grazie a Dio, servizi capaci. Questo lo dico per ragioni di fatto, per via di una collaborazione estrema che abbiamo avuto dai servizi, dal DIS, sotto il profilo della ricostruzione della carriera di Guglielmi e anche di altri.
  PRESIDENTE. Ringrazio gli auditi e rinvio il seguito dell'audizione a domani alle 16.30.
La seduta termina alle 15.55.

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