venerdì 5 febbraio 2016

Commissione Moro: audizione di Ansoino Andreassi (21 gennaio 2016)



PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del dottor Ansoino Andreassi, che ringraziamo per la cortese disponibilità – anche considerando il ritardo che abbiamo accumulato a seguito dei lavori del Senato – con cui ha accolto il nostro invito a interagire oggi nella seduta della Commissione.
  L'audizione del dottor Andreassi, che ringraziamo, è stata deliberata nell'ambito del filone d'indagine sulla scuola di lingue Hypérion e fa seguito alle audizioni di Duccio Berio del 28 ottobre 2015, di Pietro Calogero dell'11 novembre 2015 e di Paolo Graldi del 2 dicembre 2015.
  Il dottor Andreassi, durante le settimane del sequestro Moro, dirigeva – mi corregga se sbaglio – il commissariato di Montesacro, a Roma. All'inizio del giugno del 1978 fu trasferito alla DIGOS di Roma, dove rimase fino al gennaio 1984. Ha seguìto varie indagini, anche in contatto con organi di polizia di altri Paesi europei, relative al sequestro e all'assassinio di Aldo Moro e alla strage della sua scorta.
  In particolare, si è recato in Gran Bretagna nel corso del 1979, affiancando nella missione a Londra il dottor Luigi De Sena per indagini su una sede di Hypérion, e in Germania a gennaio 1980 per approfondire l'ipotesi di collaborazione tra le BR e la RAF.
  Ricordo che il dottor Andreassi è stato ascoltato dalla Commissione stragi in tre audizioni – il 1o dicembre 1999, il 24 maggio 2000 e il 17 gennaio 2001 – che non avevano però ad oggetto specifico il caso Moro, anche se nella prima di esse vi si fece ampio cenno. Inoltre, nello scorso autunno, per incarico della nostra Commissione, il dottor Siddi e i suoi collaboratori lo hanno ascoltato due volte (verbali di sommarie informazioni del 12 ottobre e del 3 dicembre 2015).
  La Commissione è interessata in primo luogo ad approfondire alcuni aspetti riguardanti le indagini condotte dal dottor Andreassi in riferimento alla scuola di lingue Hypérion, ma la sua presenza oggi consentirà di acquisire anche elementi di informazione su altri aspetti delle indagini sul caso Moro delle quali egli si è occupato.
  Chiedo, quindi, al dottor Andreassi di soffermarsi anzitutto sull'attività da lui svolta direttamente riguardo a Hypérion e su quanto può riferirci delle indagini condotte dal dottor De Sena, illustrandone le modalità di svolgimento e i risultati. A tal proposito, ricordo che il dottor Calogero ha affermato che «era chiaro che Hypérion era la struttura superprotetta di un servizio di informazione di carattere internazionale, con compiti di supervisione e di controllo su gruppi che praticavano la lotta armata» (libro-intervista Terrore rosso, pubblicato nel 2010). Tale affermazione corrisponde alle evidenze investigative che ha potuto acquisire direttamente ?
  Aggiungo due serie di quesiti specifici, la prima relativa al filone di indagine su Hypérion, la seconda invece ad altri aspetti dell'indagine sul caso Moro. Alcuni quesiti le sono già stati in parte rivolti in sede di assunzione di sommarie informazioni, ma vorremmo che esponesse anche in questa sede le sue risposte, rendendoci perfettamente conto che parliamo di eventi datati ormai decenni fa.
  Riguardo alla missione a Londra per indagare sulla locale sede di Hypérion, il dottor Calogero, nel corso della sua audizione dello scorso 11 novembre, l'ha ricordata così: «De Sena e Andreassi sono andati a Londra e sono stati affidati, per la verità, a un sergente o a un brigadiere, uno di basso profilo, peraltro molto disponibile. Questo già li aveva messi in sospetto. Questo ufficio speciale di Scotland Yard ne aveva preso atto e aveva loro affidato questo collaboratore per il supporto necessario a individuare l'indirizzo dell'Hypérion londinese, che non si era riusciti a identificare attraverso le intercettazioni. Al secondo giorno De Sena rientra in albergo verso sera, secondo me era dopo l'ora di cena. È una cosa che non dimenticherò mai: De Sena era molto agitato e direi spaventato. Mi disse: »Queste sono le cose«. Lui stesso mi telefonò chiedendo che cosa fare. Abbiamo convenuto che fosse, o che potesse essere un avvertimento, cioè la volontà di non collaborare, perché nulla era stato asportato. La stanza era a soqquadro in modo indescrivibile, ma nulla era stato asportato. Allora gli dissi: »Luigi, torna immediatamente, perché c’è un limite a tutto. Non possiamo rischiare. Abbandoniamo«. Così fu abbandonato il troncone londinese di Hypérion».
  Una descrizione sostanzialmente analoga era stata fornita da Calogero nel citato libro-intervista Terrore rosso, alle pagine 150-151. Quali sono, dottor Andreassi, i suoi ricordi di quella missione a Londra ? Corrispondono a quelli del dottor Calogero o se ne discostano e, in casi affermativi, quali sono i motivi di discordanza ?
  Dov’è conservata, secondo quanto le è noto, la documentazione comunque relativa a quella missione, che noi non abbiamo rinvenuto ?
  Riguardo alle indagini, invece, svolte in Francia, il dottor Calogero ha ricordato, nel corso della citata audizione, che secondo quanto gli aveva riferito De Sena «i funzionari francesi collaboravano perché si erano resi conto che noi lavoravamo bene e avevano stima della nostra capacità di tenere i segreti».
  Secondo Calogero e anche secondo De Sena – dichiarazione resa al giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni il 26 febbraio del 1983 – però, l'indagine svolta in Francia, in contatto con la Direzione centrale delle informazioni generali della polizia francese, subì un arresto, dopo pochi mesi, in seguito a rivelazioni contenute in articoli dellai stampa italiana del 24 aprile 1979, che contenevano notizie sulle indagini in corso e che fecero venir meno la collaborazione da parte francese.
  Lei quali ricordi ha delle indagini di De Sena in Francia e della collaborazione prestata dalle autorità francesi ? Ritiene che gli articoli di stampa come quello di Paolo Graldi abbiano avuto un'influenza decisiva o che la collaborazione dei servizi francesi sia stata in qualche modo limitata sin dall'inizio ? Secondo lei, da quali fonti poté derivare la fuga di notizie ?
 Sempre nel corso della sua audizione, il dottor Calogero ha ribadito un'affermazione già presente nel citato libro-intervista, secondo cui in una villa in Normandia usata da persone legate a Hypérion le intercettazioni erano tecnicamente impedite: «La villa è protetta, anzi superprotetta, da un triplice – credo che sia questa l'espressione che è stata usata da De Sena – anello concentrico di sensori molto sofisticati».
  Tale affermazione è stata smentita in audizione da Duccio Berio, nelle risposte scritte di Giovanni Mulinaris ai quesiti che gli avevamo inviato. Lei è a conoscenza della presenza di particolari protezioni tecnologicamente sofisticate attorno alla villa normanna in uso a Hypérion ? Il dottor De Sena gliene ha mai parlato ? Ha qualche elemento in proposito ?
  Adesso le pongo, invece, alcuni quesiti – una prima parte adesso, una seconda parte successivamente – relativi alla vicenda Moro.
  Secondo la sua esperienza come commissario di un quartiere romano durante il periodo del sequestro e come funzionario della DIGOS a partire dal mese di giugno 1978, come può definire il grado di preparazione e di efficienza delle forze di polizia in quel periodo ?
  Quali elementi ha potuto acquisire, nel corso delle sue indagini svolte in momenti successivi al sequestro, riguardo alla collaborazione di terroristi stranieri con le BR all'epoca del sequestro Moro e, come le ha chiesto già il dottor Siddi, della RAF in particolare ?
  In un suo appunto del 6 luglio del 1979 si segnalava che da fonti confidenziali diverse – questa è una cosa a cui noi annettiamo molta importanza per un altro filone delle nostre indagini – era stato segnalato che «Bozzi Luciana, comproprietaria dell'appartamento di via Gradoli 96, dove venne scoperto un covo delle Brigate Rosse, »conoscerebbe molto bene« Conforto Giuliana, insieme alla quale frequentò nel 1969 il Centro ricerche nucleari della Casaccia». Nel corso della sua deposizione dell'11 novembre 1982 al processo Moro, alla domanda: «Lei può rivelare queste fonti confidenziali o no ?» rispose allora «No», e questo lo comprendiamo bene. Oggi, a distanza di trentacinque anni, credo ci possa aiutare a capire quali erano quelle fonti confidenziali, anche perché per noi sarebbe estremamente importante comprendere se i legami tra la Bozzi di via Gradoli e la Conforto nella cui casa furono arrestati Morucci e Faranda possono aiutarci a sapere qualcosa di più.
  In quella stessa deposizione al processo Moro, riguardo al contenuto di quell'appunto, lei dichiarò: «Proseguimmo per qualche tempo le indagini senza formalizzarle – non ce n'era neanche l'obbligo – e senza arrivare a risultati apprezzabili, o quanto meno ufficializzabili». Può illustrare più ampiamente questo punto e dirci se, al di là del renderle ufficializzabili, avevate trovato qualcosa di consistente oppure no ?
  Il senatore Gotor ha segnalato, lo scorso 26 ottobre, che il 28 aprile 1977, quando fu scoperto a Roma un covo in via di Porta Tiburtina 36, venne arrestato Luigi Rosati, ex marito di Adriana Faranda. Si scoprì che sullo stesso pianerottolo di Rosati, ex marito della Faranda, aveva una casa Anna Maria Conforto, sorella di Giorgio e zia di Giuliana. Il senatore Gotor, ovviamente, chiede se fossero mai stati approfonditi – se lei ne è a conoscenza – i legami tra Bozzi, Conforto Giuliana, Conforto Anna Maria, Conforto Giorgio, Rosati, Faranda, Morucci e Piperno. Questo è un filone per noi estremamente rilevante: le conoscenze, le amicizie, i rapporti di questi signori con questi personaggi e con l'ambiente politico.
  Faccio infine presente al dottor Andreassi che ove, nel corso della sua audizione, lo ritenga necessario, i lavori della Commissione potranno proseguire in seduta segreta; ciò qualora ci fossero nomi o rivelazioni che debbono essere ancora oggi mantenute segrete.
  La ringrazio nuovamente e le do la parola.
  ANSOINO ANDREASSI. Incomincerei, presidente, da Montesacro, perché in quel periodo ero stato appena trasferito a Roma da Padova, dove ero al Servizio antiterrorismo di Santillo e dirigevo il Nucleo.
  Ricostruiamo brevemente quei passaggi. Nel 1977 ero al Nucleo SDS (Servizio di sicurezza) di Santillo a Padova. Quando interviene la legge 801 di riforma dei servizi, i nuclei vengono sciolti. Per meglio dire, il passaggio è questo: Cossiga, che era Ministro dell'interno, approfitta – in senso positivo – della riforma dei servizi per ristrutturare l'antiterrorismo della Polizia, per dare un'interfaccia ai nuovi servizi con una nuova struttura di polizia.
  Quindi, l'SDS di Santillo viene sciolto e viene creato il sistema Ucigos-Digos, per farla breve. Bisognerebbe partire ancora più da lontano. Nel 1974 c'erano ancora gli Affari riservati; dopo la strage di piazza Fontana a Milano e poi con la strage di piazza della Loggia a Brescia si incomincia a capire che quel sistema non funziona più. Gli Affari riservati non erano lo strumento adatto per fronteggiare un fenomeno del tutto nuovo, al quale non erano abituati. Gli Affari riservati era polizia politica, ma c'era bisogno di una polizia di sicurezza.
  In quegli anni si verifica il passaggio, secondo me importantissimo, dalla polizia politica alla polizia di sicurezza, cioè il passaggio da una polizia attenta alle esigenze del Governo (prima del regime, quando c'era il regime, poi del Governo) per dare invece alla collettività un servizio di sicurezza che tutelasse i cittadini e lo Stato allo stesso tempo.
  Quando Cossiga crea l'Ucigos e la Digos pensa giustamente di accorpare in un'unica struttura il momento informativo e il momento di polizia giudiziaria. Ci sono delle parole che sono estremamente significative nel decreto Cossiga, mi dispiace di non averlo portato. Il senso era quello di dare una polizia di sicurezza in difesa dello Stato. C’è, a un certo punto, l'espressione «in difesa della sicurezza dello Stato». Dunque, una struttura che fosse allo stesso tempo informativa e operativa, e che avesse la sua punta di diamante, quanto all'operatività, in un'unità speciale che poi venne chiamata «NOCS».
  Allora, i Nuclei SDS di Santillo vengono sciolti e io mi trovo trasferito a Roma perché avevo chiesto in precedenza, quando fosse stato possibile, di venire a lavorare nella capitale. Arrivo a Roma praticamente subito dopo il sequestro Moro e vengo assegnato in sottordine al commissariato di Montesacro.
  Vi spiego brevemente qual era la situazione. La situazione era come quella di chi ha dei lavori in casa e si vede arrivare addosso una valanga. Noi ci stavamo organizzando, stavamo cercando di mettere a punto il sistema disegnato dal decreto Cossiga, quando ci piomba addosso il sequestro Moro. Potete immaginare quale sia stato l'impatto e quale sia stato inizialmente il disorientamento.
   I commissariati distaccati venivano utilizzati per le cosiddette perquisizioni a blocchi di edifici. Si perquisivano – chi ha l'età per ricordarselo ha ben presente che cosa avveniva nella città – interi quartieri, andando così, alla cieca, senza nessuna indicazione specifica, a testimonianza del clima di disorientamento di cui parlavo prima. A questo bisogna aggiungere la valanga di segnalazioni che ci piovevano addosso, alle quali bisognava pure dare una risposta.
  In questa situazione, dove non c'erano notizie attendibili sulla strutturazione della colonna romana delle Brigate Rosse e dove si era costretti un po’ a correre appresso a tutte le segnalazioni, per lo più infondate, che ci venivano propinate, noi pensammo che se volevamo concludere qualche cosa dovevamo uscire da questo circuito e cominciare a ragionare non sul singolo episodio compiuto dalle BR, per quanto grave potesse essere, ma puntare alla struttura, cioè disarticolare la struttura.
  Non si trattava di delitti commessi isolatamente e da persone diverse; si trattava di delitti commessi da un'organizzazione terroristica chiamata Brigate Rosse che, se non fosse stata disarticolata, avrebbe potuto portare a fondo l'attacco al cuore dello Stato. E l'aveva portato già ben avanti con il sequestro Moro.
  Allora decidemmo di cominciare a camminare con i piedi per terra, a capire come si muovevano le Brigate Rosse – perché nessuno ce l'aveva insegnato, l'abbiamo imparato da soli – a leggerne i documenti e a entrare dentro le logiche dell'organizzazione BR.
  In questo, lo strumento più utile che avevamo a disposizione erano i reperti del covo di via Gradoli. Su quelli noi abbiamo incominciato a lavorare.
   Ora, tra le molte domande che lei mi ha fatto c’è quella su Luciana Bozzi, sulle fonti confidenziali diverse. Ecco, bisognerebbe andare a ripescare il rapporto presso la Questura di Roma, dove credo sia ancora, perché bisogna vedere gli allegati alla segnalazione che io feci all'autorità giudiziaria. Dagli allegati si può capire quali erano quelle fonti diverse. Una senz'altro doveva essere una fonte dei servizi, credo il SISMI; l'altra era una cosa effettivamente diversa perché non proveniva da quel circuito. Non erano, cioè, una segnalazione SISMI e una SISDE, ma una veniva dai servizi e l'altra veniva da altra fonte.
  PRESIDENTE. Da fonte estranea agli apparati.
  ANSOINO ANDREASSI. Da fonte estranea ai servizi di sicurezza, ma, se ricordo bene, interna all'amministrazione. Ho un vago ricordo, ma potrei essere smentito dalla consultazione degli atti, che si tratti di una segnalazione pervenuta dalla Questura di Genova.
  PRESIDENTE. Disponiamo l'acquisizione dei documenti dalla Questura.
  ANSOINO ANDREASSI. Posso andare avanti, se lei ritiene, sul quadro generale.
  PRESIDENTE. Su questo punto che lei ha toccato, sulla vicenda di Luciana Bozzi e i rapporti con la famiglia Conforto, al di là delle fonti che potremmo vedere, lei ricorda più nulla di qualcosa che scoprì, trovò ?
  ANSOINO ANDREASSI. No, non ricordo che ci siano stati seguiti apprezzabili.
   Noi lavoravamo in stretto contatto con l'Ufficio istruzione del Tribunale di Roma, cioè con Gallucci, Imposimato, Priore, Francesco Amato, Claudio D'Angelo eccetera. Ogni passo che facevamo...
  PRESIDENTE. ... era concordato con loro.
  ANSOINO ANDREASSI. ... era concordato con loro. Adesso non ricordo quali disposizioni dettero dopo aver ricevuto quella segnalazione. Se le hanno date noi senz'altro le abbiamo eseguite, ma non mi risulta che siano stati poi trovati elementi tali da dire...
  PRESIDENTE. Il quadro che emerge è che i rapporti tra Bozzi e Conforto... C’è sempre un nesso statisticamente rilevante che dove ci sono le proprietà di questi signori sempre spunta qualcuno che poi lì viene arrestato o che è lì di passaggio. Questo era il motivo della domanda. Vada avanti, dottor Andreassi.
  ANSOINO ANDREASSI. Il Centro nucleare della Casaccia raccoglieva in effetti la Bozzi, la Conforto e credo pure Piperno. Piperno fa parte di quel gruppo di laureati in fisica che lavoravano alla Casaccia. La Conforto poi la ritroviamo proprietaria o comunque inquilina dell'alloggio dove furono arrestati Morucci e la Faranda.
  PRESIDENTE. E la zia vicina di casa dove furono arrestati quegli altri, come dice Gotor. Questo l'abbiamo capito.
  ANSOINO ANDREASSI. Poi ricorderete che sul padre della Conforto arrivarono notizie molto dettagliate da parte del SISMI, che lo indicava come un ex collaboratore del KGB e tutte queste storie, che credo siano ampiamente acquisite agli atti.
GERO GRASSI. Dossier Mitrokhin.
  ANSOINO ANDREASSI. Mi aiuti un po’ lei nell'ordine delle domande, altrimenti...
  PRESIDENTE. La guido io nelle tante domande fatte.
  Adesso finiamo questo secondo filone. Nel ricordare che avevate i lavori in corso ed è arrivata la frana è stato chiarissimo rispetto allo stato in cui si era.
  Ci può ricordare la vicenda dei rapporti BR-RAF o terrorismo internazionale, e perché quella pista non è stata seguita più di tanto ?
  ANSOINO ANDREASSI. Dunque, io sono stato interrogato dal dottor Siddi su questo punto e ho detto che subito dopo il sequestro Moro facemmo una prima missione esplorativa in Germania, al BKA (Bundeskriminalamt), con – se ricordo bene – Imposimato e Priore, portando lì tutti gli elementi che noi ritenevamo di dover sottoporre ai tedeschi perché potevano...
  PRESIDENTE. ...darci qualche indicazione.
  ANSOINO ANDREASSI. ... darci qualche spunto, qualche indicazione.
  A questa prima missione ne seguirono tante altre. Una, in particolare, che risale al 1980, è quella successiva alla scoperta fatta in Germania che Elisabeth von Dyck, una terrorista della RAF rimasta uccisa in un conflitto a fuoco con la polizia, era in possesso di una carta d'identità che proveniva... dallo stesso stock dei documenti trovati in via Gradoli. La carta d'identità era intestata a una cittadina italiana, con fotografia ovviamente autentica di Elisabeth von Dyck e invece generalità e residenza in Italia.
   La stessa cosa era accaduta per un secondo terrorista della RAF, credo arrestato nella stessa circostanza, che era Rolf Heissler. Quando i tedeschi ci dissero questo, noi ovviamente li informammo puntualmente dell'origine di quei documenti e facemmo una rogatoria in Germania per interrogare Rolf Heissler e per discutere con i colleghi tedeschi sugli elementi che venivano fuori.
  In quella circostanza, noi insistemmo molto sul fatto, che ci sembrava oltremodo significativo, di una permanenza di terroristi tedeschi della RAF in Italia. Il fatto che viaggiassero o fossero in possesso di documenti intestati a cittadini italiani presupponeva non solo che si fossero mossi in Italia, ma che si fossero mossi con una certa frequenza e con una certa disinvoltura, dato che chi ha un documento rilasciato dalle autorità italiane, una carta d'identità italianasi presuppone che sappia anche perfettamente la lingua. Allora insistemmo particolarmente su questo punto, ma nel corso del tempo noi non avemmo nessun riscontro positivo su questo filone. Anzi, i tedeschi dissero subito – cioè quando andammo a fare questa rogatoria in Germania, nel carcere di Straubing – che non ritenevano possibile che BR e RAF avessero fatto mai un'azione in comune.
  PRESIDENTE. Noi abbiamo trovato tracce di collaborazioni, di incontri, anche con arrabbiature perché il loro traduttore che non era in grado di tradurre in maniera corretta. Forse potrà per questo essere utile la nuova collaborazione che abbiamo avviato con le autorità tedesche, poiché noi non abbiamo trovato tracce né di risposta né di rogatoria. Voi le avrete sicuramente chieste, ma non le hanno mandate.
  ANSOINO ANDREASSI. Il fatto è che rapporti tra BR e RAF senza dubbio c'erano, e questo risulta da tante cose. Risulta anche, da ultimo – intendo riferirmi all'ultima fase ormai declinante delle Brigate Rosse – laddove dopo l'attentato Ruffilli, a Forlì, vennero scoperti dei covi a Milano, in via Dogali, dove c'era un patto di azione BR-RAF, concluso in quell'epoca, nel 1988. Prima del 1988, però, tra il 1984 e il 1986, c'era stata – molti l'hanno dimenticato – un'ondata di attentati in tutta Europa all'insegna dell'antimperialismo. A quella campagna antimperialista avevano partecipato le BR, la RAF, Action Directe, le Cellule Comuniste Combattenti belghe, le Forze Popolari 25 aprile portoghesi, la 17 Novembre greca, con attentati da far drizzare i capelli in testa e di cui purtroppo si è persa memoria.
  Me ne sono segnati alcuni perché ieri sera mi è venuta in mente questa storia. Ammazzarono tra il 1985 e il 1986 in Francia Audran e tentarono di uccidere Blandin. Il primo era un ingegnere, l'altro credo fosse un funzionario dello Stato. Si occupavano di armamenti. Poi ammazzarono Besse, che era il presidentedella Renault. In Germania ammazzarono Zimmermann, Beckurts, che era un dirigente della Siemens, e Braunmühl.
  Quindi, c'era questa condivisione...
 PRESIDENTE. Di obiettivi e di fini.
  ANSOINO ANDREASSI. Di obiettivi e di strategie, ma ognuno faceva gli attentati per conto suo. Non ci sono state azioni fatte in comune, neppure durante la forte offensiva antimperialista di quella stagione.
  Tutto sommato, il parere che ci dettero a caldo due colleghi tedeschi, uno dei quali è stato con noi per diversi mesi, forse per un anno intero, Ralf Kleine, era giusto. Secondo me, era appropriato.

  PRESIDENTE. Cioè l'idea era che si scambiavano opinioni, conversavano, ma ognuno faceva per sé.
  ANSOINO ANDREASSI. Ognuno faceva per sé. Condividevano le stesse strategie anti-NATO, antimperialiste, anticapitaliste, o quello che vuole lei, ma ognuno li attentati li faceva per conto suo. Magari c'erano delle rivendicazioni in cui ognuno rendeva onore agli altri, perché qualche attentato fatto, per esempio...
  PRESIDENTE. Qualche attentato a rivendicazione congiunta c’è stato.
  ANSOINO ANDREASSI. Forse, qualche volta... Una volta sola, forse. Adesso mi coglie impreparato.
  PRESIDENTE. Mi viene in mente adesso perché l'ho letto in questi giorni.
  ANSOINO ANDREASSI. Comunque, per esempio, in Francia potevano fare azioni firmando «Commando Elisabeth von Dyck», come...
  PRESIDENTE. Atto di riconoscimento.
  ANSOINO ANDREASSI. Come atto di riconoscimento del valore di un combattente.
  PRESIDENTE. Bene. Passerei alle altre domande, se lei è d'accordo, ossia a quelle che riguardano, invece, la vicenda Hypérion.
  Nella sua missione a Londra con De Sena lei si ritrova in quella ricostruzione della stanza a soqquadro e del rapido ritorno perché non era gradita la presenza?

  ANSOINO ANDREASSI. Dunque, non ricordo se entrai nella stanza o meno. Probabilmente entrai nella stanza, perché De Sena mi chiamò e mi disse: «Qui qualcuno è entrato e ha rovistato tra le mie cose». Se ben ricordo, indicò una «ventiquattrore» che non era più al suo posto.
  Dopodiché, riversammo tutte le notizie che potevano essere utili a individuare la sede dell'Hypérion alla Special Branch e poi ce ne andammo, perché non potevamo certo pretendere che facessero gli accertamenti insieme a noi, a tamburo battente.
  Conoscevo bene gli inglesi. Conosco bene gli inglesi perché, tra l'altro, feci un corso abbastanza lungo nella loro scuola di Bramshill e sapevo bene che, se non erano direttamente interessati a una questione, certamente non si sarebbero sprecati. Il terrorismo rosso loro non l'avevano, ragion per cui davo per scontato che non si sbracciassero ad approfondire gli accertamenti che noi chiedevamo.
  Quanto all'atteggiamento di De Sena, fu di sorpresa e di irritazione allo stesso tempo, direi.
  La missione finì perché doveva finire.
  PRESIDENTE. Quindi, non finì perché... Noi abbiamo avuto la netta sensazione che De Sena trasse la conclusione di finirla perché di fatto registrò che c'era un clima di non gradimento della presenza.
  ANSOINO ANDREASSI. Certamente contribuì anche questo, ma comunque non era previsto che la missione si prolungasse più di tanto. La sensazione con la quale ce ne andammo era, da parte mia, che agli inglesi non gliene importasse niente. Da parte di De Sena forse l'interpretazione era più maliziosa.

  PRESIDENTE. Non è che non importasse niente, ma che non dovevate rompere le scatole.
  ANSOINO ANDREASSI. Esatto.
  PRESIDENTE. Perfetto. Andiamo avanti con la seconda vicenda, invece, in Francia. Da Calogero abbiamo riportato l'impressione che i francesi si fidassero molto di voi e che dopo una serie di articoli di stampa del Corriere della Sera, del Messaggero e di altri interruppero la collaborazione perché ci fu una fuga di notizie su quello che stava accadendo in Francia.
  La domanda è se ha anche lei questa impressione e se ha idea da dove avvenne la fuga di notizie sul lavoro che stavate facendo in Francia con i colleghi francesi, che fu sbattuto sulle pagine dei giornali italiani.
  ANSOINO ANDREASSI. Sulle indagini a Parigi sull'Hypérion non so dire nulla, perché non ho mai partecipato. Ha fatto sempre tutto Luigi De Sena. Non so dirvi nulla neppure in ordine alla villa di Rouen e al sistema di blindatura che aveva, di triplice cerchio di apparecchiature elettroniche, per evitare intercettazioni e intromissioni.
  PRESIDENTE. Ho capito. Sta dicendo che la parte francese non l'ha mai seguita.
  ANSOINO ANDREASSI. No.
 PRESIDENTE. Rapidamente, le faccio alcune domande velocissime. Circa la vicenda del rilascio delle macchine in via Licinio Calvo, che è documentata essere avvenuta in più ore, ha mai inteso tesi secondo cui fossero state abbandonate tutte contemporaneamente il 16 marzo ?

  ANSOINO ANDREASSI. No.
  PRESIDENTE. È a conoscenza di indagini particolari che furono fatte intorno a via Licinio Calvo per trovare magari un luogo che potesse essere stato usato come covo intermedio delle BR per fare i passaggi ad altre auto ?
  ANSOINO ANDREASSI. No.
  PRESIDENTE. Non se ne è mai occupato.
  Ha mai inteso se in via Fani ci sia stato qualcuno ferito delle BR ?
  ANSOINO ANDREASSI. No.
  PRESIDENTE. De Francesco era allora questore. A un certo punto, noi ritroviamo nelle carte che egli, riguardo ai covi intermedi, ipotizza la presenza di un covo ubicato nei pressi del teatro della strage, collocato in un edificio forse avente status di extraterritorialità. Si ricorda di quest'affermazione di De Francesco e, se la ricorda, le viene per caso in mente da dove De Francesco ha tirato fuori questa conoscenza, oppure a che cosa si riferiva ?
  ANSOINO ANDREASSI. No, non me la ricordo, né ho un'idea. Probabilmente dai servizi. Una notizia del genere può venire solo dai servizi.
 PRESIDENTE. Poiché ho riletto anche il suo interrogatorio al primo processo Moro, che fu vivace, con gli avvocati e altri che la fecero un po’ innervosire, noto spesso un'affermazione che per noi è utile per capire le carte. Mi dica se ho interpretato bene.
   Lei dice in sostanza: «Io sto alla DIGOS, mi arriva un appunto dei servizi più o meno preciso, o più o meno dubbio, o più o meno ambiguo. Io, che ho meno mezzi e meno conoscenze, provo a fare le verifiche più o meno burocratiche dell'appunto, ma do per scontato che i servizi quell'appunto l'avrebbero dovuto verificare, visto che non possono mandarmi (con i loro mezzi, migliori dei miei) delle semplici notizie». È corretta questa interpretazione ?
  ANSOINO ANDREASSI. È corretta, sì.
  PRESIDENTE. È una questione che ritorna spesso. Se leggete l'interrogatorio, vedete che alla domanda degli avvocati di parte civile che dicono al dottor Andreassi «Ma nel furgone che stava sotto via Gradoli c'era De Petra; perché lei non se è andato a cercarlo ?», Andreassi risponde: «Io ho guardato alcune cose, ma, se l'appunto me lo manda il SISMI – o il SISDE, adesso posso fare confusione – che ha più mezzi e più strutture di me, mi rifiuto di credere che mi mandi un appunto perché ha parlato con una persona per strada. Ritengo che o quell'appunto non è significativo, se finisce lì, o, se c’è dell'altro, che mi dovrebbero informare, visto che ho sempre la DIGOS e questi strumenti, che non sono di certo quelli che hanno a disposizione loro».
  MIGUEL GOTOR. Lei dice che proveniva dal SISMI ?
  PRESIDENTE. Adesso non ricordo se nell'interrogatorio parla del SISMI o del SISDE.
  ANSOINO ANDREASSI. Al processo ?
  PRESIDENTE. L'appunto sul furgoncino sotto via Gradoli che proveniva dai servizi si ricorda se era del SISMI o del SISDE ?

  ANSOINO ANDREASSI. No, ma la stragrande maggioranza delle segnalazioni venivano dal SISDE.
 MIGUEL GOTOR. Al processo, quando fu ascoltato, prima disse SISMI. Poi, subito dopo – naturalmente oggi non se lo ricorda, sono passati tanti anni – si corresse e disse SISDE, la qual cosa, essendo lei un poliziotto, è più interessante.
  ANSOINO ANDREASSI. Sì, molto probabilmente era il SISDE, perché, come le ripeto, la maggior parte delle segnalazioni venivano dal SISDE, anche perché la competenza più diretta sul terrorismo interno era del SISDE. Le segnalazioni del SISMI erano rare, se ben ricordo.
 PRESIDENTE. Infatti, lo corregge poi.
  Andando avanti, a me interessava l'interpretazione: dove non siete andati avanti rispetto a quelle segnalazioni è perché potevano aver approfondito di più. Se non avevano trovato altro loro, era difficile che lo trovaste voi. Facevate solo un riscontro di quanto era riscontrabile con i vostri mezzi.
  ANSOINO ANDREASSI. Presidente, la questione sta in questi termini, per essere proprio molto chiaro: noi non ne potevamo più di correre appresso alle farfalle. È per questo che abbiamo incominciato, come le ho detto prima, a camminare da soli in una direzione, se vuole pedestre, ma che comunque noi ritenevamo concreta, che era diretta proprio a evitare che le Brigate Rosse facessero male ancora di più allo Stato e ai cittadini.
  Questo lo facevamo non solo in una situazione delicata dal punto di vista organizzativo, perché dovevamo sistemare le nostre cose secondo i nuovi assetti, ma anche con un continuo bombardamento di azioni terroristiche. Ricordo che dopo il sequestro Moro a Roma – solo a Roma – ci sono stati attentati non solo delle Brigate rosse, ma anche dei NAR. Ivo Zini è una vittima dei NAR. Tartaglione, il magistrato, venne ucciso nell'ottobre del 1978. Il collega Esposito venne ucciso a Genova dopo il sequestro Moro. Il giudice Calvosa venne ucciso a Frosinone dopo il sequestro Moro.
  PRESIDENTE. Abbiamo capito perfettamente.
  ANSOINO ANDREASSI. Il 1979 andò peggio ancora. Il picco massimo delle BR poi, quanto a numero di azioni, è il 1981. Il sequestro Moro rappresenta l'acme dell'attacco al cuore dello Stato, ma per le BR incomincia la spaccatura, incomincia la scissione, il «partito guerriglia» di Senzani, con tutto quello che segue.
  Nel 1981 si verificarono cinque o sei sequestri di persona condotti dalle BR. Incominciano con il giudice D'Urso, che viene rilasciato – credo – proprio nel 1981. Poi ci sono Sandrucci a Milano, Taliercio a Mestre e il fratello di Peci. Poi ci sono Dozier e Cirillo. C’è l'attentato al Papa nel 1981 !
  Ci muovevamo in queste condizioni. Per anni siamo vissuti sotto l'incubo del morto alla mattina. Ci chiedevamo: «Chi ammazzano stamattina ?» Ecco perché la nostra idea di camminare in una direzione molto circoscritta e concreta può aver causato grandi buchi nelle indagini. Questo lo devo ammettere.
  PRESIDENTE. Per chiarirci, noi non stiamo facendo né una rimostranza, né, tanto meno, un'ipotesi di accusa. A noi servono queste cose perché ci sono alcuni filoni che vorremmo provare a riannodare. La domanda – per questo le ho chiesto come l'ha interpretata lei – che ci poniamo quando c’è quel furgoncino con De Petra non è tanto se lei abbia fatto ulteriori indagini, ma perché chi le ha mandato l'appunto... Delle due l'una: se ha fatto indagini e non c'era niente, non si capisce perché gliel'abbia mandato e le abbia fatto perdere tempo. Se ha mandato l'appunto e non ha fatto indagini, non si capisce perché, rispetto a una cosa rilevante, non le abbia fatte.
  Questo è il motivo.
  ANSOINO ANDREASSI. Ho capito perfettamente qual è lo spirito delle sue e delle vostre osservazioni. Ho reagito in questo modo per un fatto proprio di rievocazione passionale di quello che abbiamo attraversato.
  PRESIDENTE. È chiarissimo. Vado avanti ancora rapidamente. Ha mai inteso parlare nella sua attività di passaggi di armi tra una parte della ’ndrangheta e le BR anche prima del sequestro Moro ?
  ANSOINO ANDREASSI. Ne ho sentito parlare, ma...
  PRESIDENTE. Non se ne è mai occupato.
  ANSOINO ANDREASSI. Non me ne sono mai occupato. Nirta, ma...
 PRESIDENTE. Ne ha inteso parlare, ma non se ne è occupato lei.
  Un'altra cosa, dottore: nei reperti di via Gradoli – lei lo ricorda nel suo interrogatorio al processo Moro – c'erano delle chiavi di una villa di Manziana su cui c'era scritto anche un nome. Poi nel suo interrogatorio ci si attarda a chiedere perché il brigadiere avesse aperto il cancello fuori e non quello dentro. Voglio farle un'altra domanda, però, non perché il brigadiere si sia fermato. C’è un altro passaggio, durante il suo interrogatorio di allora, in cui le parlano di una 127 bianca di Varese. In merito lei dice che alla fine scopre che addirittura non c'entra niente perché la villa era l'abitazione di un suo conoscente. Quindi sono due cose diverse. Con le chiavi della villa non c'entra niente. Voi vi eravate mai fatti l'idea che Manziana potesse avere qualcosa a che vedere con le BR oppure no ?
  ANSOINO ANDREASSI. Probabilmente sì, ma non so.
  PRESIDENTE. Sono alcune sue risposte che non...
  ANSOINO ANDREASSI. Non so dirle di più, francamente. Non riesco a ripescare...
  PRESIDENTE. Non ne dubito, perché anche qui aveva già allora cose superficiali.
  Passo alle ultime due domande. Poi concludo e do la parola ai colleghi. Lei ha mai sentito parlare di un deposito dell'Italia settentrionale con munizioni che potevano... ? No.
  ANSOINO ANDREASSI. Un deposito di Gladio ?
  PRESIDENTE. Sì. Non dei depositi in genere, ma in relazione con...
  ANSOINO ANDREASSI. No, in relazione con le BR no.
  PRESIDENTE. Della «Gladio rossa» ha mai trovato traccia nella sua attività ?
  ANSOINO ANDREASSI. No.
 PRESIDENTE. Perfetto. Do la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.
  FEDERICO FORNARO. Molto brevemente, ringraziandola, la prima domanda è questa: nel vostro viaggio in Germania e, quindi, nei colloqui avuti con i colleghi investigatori tedeschi avete mai affrontato il tema dei rapporti tra RAF e servizi segreti della Germania orientale, ossia la STASI ?
  ANSOINO ANDREASSI. No, non ho mai posto la domanda, perché ho sempre ritenuto di volare basso.
  FEDERICO FORNARO. Perfetto. Non deve giustificarsi.
  ANSOINO ANDREASSI. No, mi sembrava di mettere in imbarazzo anche i colleghi a fare domande di quel genere.
 PRESIDENTE. Apprezziamo molto la collaborazione che lei ci fornisce. Non abbiamo dubbi che ci dica sia ciò che ha fatto, sia i dubbi su ciò che non ha fatto, con enorme trasparenza. Non è sempre così.
  FEDERICO FORNARO. Le chiederei uno sforzo di memoria rispetto alla missione sua e di De Sena a Londra. Intanto le chiedo uno sforzo di memoria sulla motivazione. Il giudice Calogero nella sua audizione ha parlato genericamente della missione a Londra, che avrebbe commissionato a voi, in riferimento al fatto che durante alcune intercettazioni telefoniche della sede di Hypérion si sarebbe fatto riferimento a una sede londinese, ma non si era riusciti a identificarne un indirizzo per avere maggiori informazioni. Volevo chiederle che tipo di informazioni avevate quando siete andati a Londra e, quindi, quali informazioni avete trasmesso a Scotland Yard.
  Ovviamente, vorrei anche sapere se sia mai arrivato da Londra un ritorno, cioè se Scotland Yard abbia svolto un'attività investigativa e se quest'attività investigativa abbia avuto un ritorno. Sulla base della sua risposta mi riservo solo non una replica, ma un ulteriore eventuale approfondimento su un altro tema.

  ANSOINO ANDREASSI. Sulla possibile presenza di un'altra sede Hypérion a Londra so quello che mi disse De Sena. Ho capito che De Sena, lavorando insieme ai francesi, aveva avuto notizia dell'esistenza di una sede Hypérion non solo a Parigi e in Belgio, ma anche a Londra. Come l'avesse acquisita – se attraverso intercettazioni telefoniche o da altre fonti – non so dirlo. So quello che mi riferì De Sena.
  FEDERICO FORNARO. Scotland Yard fece poi indagini ?
  ANSOINO ANDREASSI. Non ho avuto più notizie di ritorni da parte di Scotland Yard, a conferma del fatto che, come le dicevo prima, secondo me non erano interessati, perché non soffrivano forme di terrorismo analoghe alle nostre. Secondariamente, perché, se le cose fossero state a un livello meno che criminale, ma tale da coinvolgere servizi stranieri, se ne sarebbero guardati ancora di più.
  De Sena, invece, dava un'interpretazione più maliziosa, come le ho detto. Era rimasto evidentemente anche sorpreso e impressionato da quella visita avuta nella stanza.
  FEDERICO FORNARO. Lei ha accennato adesso anche a una sede a Bruxelles di Hypérion. Si tratta di una sede o di un collegamento ? Per fare nomi e cognomi, il riferimento è alla presenza di Franco Troiano a Bruxelles e alla struttura Eurologos, oppure a un'altra sede di Hypérion a Bruxelles ?
  ANSOINO ANDREASSI. Ho sempre interpretato la notizia come un'altra sede di Hypérion.
 FEDERICO FORNARO. Lei, però, non ha mai avuto contezza da chi fosse...
  ANSOINO ANDREASSI. No.

 FEDERICO FORNARO. Collegamenti tra Hypérion ed Eurologos a lei non risultano.
  ANSOINO ANDREASSI. No.
  FEDERICO FORNARO. Il fatto che tutte queste strutture in qualche modo si richiamassero ad attività vicine alle lingue, alle traduzioni, alle scuole di lingue...
  ANSOINO ANDREASSI. Alle imprese di pulizia...
 FEDERICO FORNARO. La cosa vi aveva dato qualche sospetto, era una pista investigativa all'epoca, oppure era una casualità, a suo ricordo ?
  ANSOINO ANDREASSI. De Sena faceva grande affidamento su quella pista e il giudice Calogero anche. Poiché avevo enorme stima di entrambi, ho sempre ritenuto che la pista fosse valida, anche se non ho mai operato in quella direzione.
  FEDERICO FORNARO. Quindi, lei ha partecipato soltanto alla vicenda...
  Aggiungo un'ultima cosa. Nella presentazione il presidente ha fatto riferimento al fatto che lei ha seguito una serie di attività investigative dopo il sequestro Moro. In particolare quali ?
  ANSOINO ANDREASSI. Sono state tante. L'operazione più importante avviene molto tempo dopo.
  FEDERICO FORNARO. Intendo legate al caso Moro.
  ANSOINO ANDREASSI. Legate al caso Moro ho fatto delle operazioni sviluppando, come mi sembra di aver detto prima, i reperti di via Gradoli. I reperti di via Gradoli hanno consentito di individuare una brigatista che aveva una certa importanza dentro l'organizzazione e il fratello, che ne aveva ancora di più. Il fratello venne poi fermato mentre stava per fare il sequestro Romiti, nel 1982, all'inizio del 1982, se non erro.
  Dunque, arriviamo all'identificazione di quella brigatista. Possiamo segretare ?
  PRESIDENTE. Passiamo in seduta segreta.
(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta, indi riprendono in seduta pubblica)
  ANSOINO ANDREASSI. Quindi noi, aiutati un po’ dalla fortuna, abbiamo letteralmente disarticolato il «partito guerriglia» di Senzani. È inutile che adesso mi metta a decantare l'operazione, che, come ripeto, è merito dei miei collaboratori più che mio, ma la storia dell'Italia avrebbe potuto cambiare. Se avessero lanciato dei missili contro la sede della Democrazia Cristiana e il Ministero di grazia e giustizia, probabilmente le cose non sarebbero andate come sono andate.
  PRESIDENTE. Questa è una delle riflessioni.
 FEDERICO FORNARO. Passo all'ultima domanda. Chiedo un suo giudizio e, ovviamente, lei è libero di non rispondere. A suo giudizio, rispetto all'obiettivo di salvare la vita di Moro e, quindi, di trovare il covo dove era rinchiuso, venne dato il peso che meritava alla scoperta del covo di via Gradoli, o ci furono ritardi nella valutazione dei reperti, che erano centinaia e, quindi, non si fece a sufficienza un'azione di verifica per vedere se ci fossero cose che potevano aiutare a ritrovare Moro vivo ?

  ANSOINO ANDREASSI. Ci furono senz'altro dei ritardi nell'analisi dei reperti e nello sfruttare tutto quello che dal covo di via Gradoli poteva essere d'aiuto per intervenire ancora in tempo, ma con via Gradoli siamo già al 17 aprile, credo.
 FEDERICO FORNARO. Al 18.
  ANSOINO ANDREASSI. Al 18 aprile. Non credo comunque che avremmo fatto in tempo a risalire alla prigione. Il fatto è questo: se non fosse successo l'incidente – bisogna vedere poi se fosse un incidente o no – della perdita dell'acqua e non fosse stato necessario chiamare i Vigili del fuoco, lì ci sarebbe stata solamente una cosa da fare: chiudersi dentro e aspettare che rientrassero gli inquilini. Allora lì effettivamente la storia sarebbe potuta cambiare, ma purtroppo così non è stato.
  Così come non si è intervenuti, purtroppo, in tempo quando arrivò la segnalazione «Gradoli» e noi andammo a Gradoli, al paese di Gradoli, e non lì. Io mi sono messo in testa che ci fosse qualcuno che ci voleva portare per forza in via Gradoli e non ci siamo andati, non perché non volessimo, ma perché non abbiamo capito.
  PRESIDENTE. Oppure diciamo che c'era qualcuno che ci voleva mandare per forza in via Gradoli o c'era qualcun altro che ha fatto di tutto perché non capissimo.
  ANSOINO ANDREASSI. Esatto.
 PRESIDENTE. Credo che sia una cosa molto giusta.
  GERO GRASSI. Lei ha svolto, così come diceva il presidente prima, indagini su Manziana, derivanti dalle chiavi trovate in via Gradoli. Manziana è un comune a nord di Roma.
   C’è un dettaglio che, se lei lo ricorda, a me fa piacere, ma, poiché è noto, è bene ricordarlo per la storia della Commissione. Quella 127 della quale ha parlato il presidente, targata Varese – il presidente ha detto che lei poi scoprì che si trattava di un suo conoscente, non lo metto in dubbio – era la stessa macchina che in quel periodo parcheggiava in via Gradoli Mario Moretti. Di questa 127 bianca di Manziana parlano alcuni testimoni nella vicenda...
  PRESIDENTE. Solo per correzione, dire che era la stessa macchina è...
  GERO GRASSI. Non era la stessa macchina. Era la stessa tipologia di macchina.
  PRESIDENTE. Era sfuggita la parola «tipologia».
 GERO GRASSI. Non l'avevo detta.
  PRESIDENTE. Il dottor Andreassi ha accuratamente appurato che non era...
  GERO GRASSI. Era la stessa tipologia di macchina.
  Va bene. Detto questo, la mia domanda è: ricorda se a Manziana c'era un insediamento, non delle Brigate Rosse, come diceva il presidente, ma della controparte ?
  PRESIDENTE. Cioè ? Dei servizi ?
  GERO GRASSI. Esatto. Ricorda se a Manziana c'era un insediamento dei servizi ?
  ANSOINO ANDREASSI. Questo discorso l'ho sentito, ma l'ho semplicemente sentito. Non è frutto di accertamenti o di indagini. Ho sentito anche che i servizi entravano in qualche modo anche nello stabile di via Gradoli, ma...

  PRESIDENTE. A proposito di questo, se leggete l'interrogatorio del dottor Andreassi al primo processo Moro, vedete che gli vengono fatte diverse domande relative ad altri appartamenti di via Gradoli riferiti a una fonte, che adesso spero anche di rintracciare. Lo ricordo solo perché le chiedono di questo Squadrati, o un nome del genere.
  GERO GRASSI. Quindi, dottore, lei non ricorda se ci fossero insediamenti dei servizi a Manziana ?
  ANSOINO ANDREASSI. No, non ricordo. Francamente, non ho mai dato peso a queste notizie. Non le ho ritenute attendibili o non le ho ritenute significative ai fini delle indagini, perché mi sembravano delle enormità.
  GERO GRASSI. Comunque, in via Gradoli – non so se fossero dei servizi – c'erano degli appartamenti che facevano riferimento all'allora Ucigos del Ministero dell’ interno. Questo è certo, così come è certo, perché ci sono ancora, che in via Gradoli c'erano quattro appartamenti che fanno capo...
  PRESIDENTE. La domanda che le fu fatta allora, cui lei rispose come oggi, dottore, era che, in base alle dichiarazioni di Squadrani, che non so chi sia...
  ANSOINO ANDREASSI. Ricordo che Squadrani era un estremista di destra.
  PRESIDENTE. Squadrani dice che c'erano un secondo e terzo covo a via Gradoli, il cui proprietario doveva essere un certo signor Franco Manni. Sempre in quella sede, viene chiesto anche se De Petra, che era stato in Potere Operaio, era menzionato in una relazione del colonnello Cornacchia.

 GERO GRASSI. Sì, ma non riesco a capire che c'entri questo con Manziana.
 PRESIDENTE. Ha parlato di sede dei servizi.
  GERO GRASSI. Sto parlando di Manziana e vorrei che il dottor Andreassi mi rispondesse su Manziana.
  PRESIDENTE. Le ha risposto.
  GERO GRASSI. No, non ho finito su Manziana.
  PRESIDENTE. Pensavo che avesse finito.
  GERO GRASSI. Lei sa chi abitava a Manziana ?
  ANSOINO ANDREASSI. Voglio essere molto chiaro: si riferisce a Parisi ?
  GERO GRASSI. L'ha detto lei. Io le ho chiesto se sapesse chi abitava a Manziana.
  ANSOINO ANDREASSI. Può anche darsi. Può anche darsi che Parisi avesse un'abitazione a Manziana.
  GERO GRASSI. No, dottore, non può darsi: è certo.
  ANSOINO ANDREASSI. Per me è sempre stato assolutamente irrilevante.
 PRESIDENTE. Qual è il problema se Parisi abitava a Manziana invece che a Bracciano ?
  GERO GRASSI. Non ho capito, perché, quando io faccio una domanda, mettiamo...
  PRESIDENTE. Lo chiedo per capire.
  GERO GRASSI. A Manziana viene vista una macchina identica, della stessa tipologia, di quella. A Manziana c’è un insediamento dei servizi. A Manziana c’è la casa del dottor Parisi. Guarda caso, il dottor Parisi in via Gradoli ha quattro appartamenti: oggi li hanno ancora gli eredi. Questo come ricostruzione storica. Se poi il dottor Andreassi mi dice che non ricorda, lo prendo per buono. Io so che lei ha indagato a Manziana. Se non ricorda, evidentemente non avrà trovato nulla.
  ANSOINO ANDREASSI. Senz'altro abbiamo indagato, ma un'altra cosa che non riesco a ricordare è la storia di questa 127 bianca.
  PRESIDENTE. Le posso leggere il verbale del processo Moro uno. Le viene chiesto da uno degli avvocati... In via Gradoli si trovavano delle chiavi con un targhetta, che da una parte reca la scritta «Villa Manziana» e dall'altro il nome di una signora. Lei dice che siete andati a vedere e non avete trovato nulla di qualificante e si discute sul motivo per cui il brigadiere abbia aperto solo la porta fuori, invece che eventuali altri cancelli.
  A un certo punto, l'avvocato dice sostanzialmente: «Sempre a Manziana, c'era un'altra villa in cui si è vista una FIAT 127 bianca targata Varese simile a quella di Moretti. Perché non è indicato il nome del proprietario di quella villa ?» Il dottor Andreassi risponde dicendo (riassumo): «Molto probabilmente perché, fatte le indagini, si è visto che è una persona che io conoscevo. Il brigadiere non avrà voluto scrivere il nome, pensando che fosse una persona nota». È stato appurato che la macchina 127 non era quella di Moretti, quella di cui si parla a verbale negli atti giudiziari.
  GERO GRASSI. Certo, siamo d'accordo.

  ANSOINO ANDREASSI. Non riesco a ricordare di chi fosse quella macchina adesso, anzi, non mi ricordavo proprio di aver fatto una qualche verifica su una 127 bianca.
  Quanto alle domande che fa lei, onorevole, non so se fossero o non fossero di proprietà di Parisi appartamenti in via Gradoli o case a Manziana, ma di una cosa sono certo: di Parisi, che era il mio capo, avevo la massima stima e la massima considerazione. Lo ritenevo un galantuomo.
  GERO GRASSI. Dottore, vorrei specificare che non intendo togliere la qualifica di galantuomo a nessuno, ma faccio un altro mestiere. Noto che dalla documentazione ci sono delle vicende che collegano Manziana a via Gradoli. A Manziana si arriva per le chiavi di via Gradoli. C’è questa 127 – potrebbero essere due auto diverse – che sta nei due luoghi. In via Gradoli ci sono gli appartamenti del dottor Parisi e a me risulta che il dottor Parisi avesse un'abitazione a Manziana.
  PRESIDENTE. Posso leggere quello che il dottor Andreassi ha detto allora ? Sono atti giudiziari. Avvocato Zupo: «Sempre su Manziana, nell'ambito delle indagini su queste chiavi» – parliamo di una villa diversa da quella di cui era scritto «Villa Manziana» di una signora con nome e cognome, parliamo di un'altra villa – «sempre da questo rapporto Nervalli risulta che fu vista una 127 bianca in un giardino, targata Varese. Si dice che si trattava di una persona insospettabile. Nel rapporto non si dice chi fosse questa persona e quale fosse la villa. Vorrei sapere se lui sa questi particolari che il brigadiere Nervalli non riporta nel rapporto. A questo punto io non dico niente, perché dovrei dire che anche Moretti aveva un'auto targata Varese».
  La risposta del dottor Andreassi è la seguente: «E questo fu il motivo per cui quella villa ci interessò tanto, non solo perché era a Manziana, ma perché c'era una 127 uguale a quella che usava Moretti, ma poi, con grande disillusione, constatammo che la villa era di un mio amico d'infanzia, non mi ricordo neanche il nome. Forse il brigadiere, per farmi una specie di cortesia, non l'ha voluto indicare nella relazione. Accertammo di chi era la macchina, accertammo chi in quel momento abitava nella villa ed era tutto estremamente chiaro».
  Questa fu la risposta del dottor Andreassi.
  GERO GRASSI. Ho capito. Ho ascoltato bene. Quando parlate, vi ascolto bene. Se partissimo oggi, tutto questo andrebbe bene. Tuttavia, stiamo parlando del caso Moro, dove c’è scritto A e si voleva dire B, dove i muri sono stati perforati e non hanno trovato niente mentre l'hanno trovato dopo dodici anni, dove a via Gradoli è arrivata la Polizia e il verbale l'hanno fatto i Carabinieri su carta della Polizia tre anni dopo. Stiamo parlando di una situazione nella quale ci sono confusioni.
  PRESIDENTE. Per una volta che c’è una cosa chiara, leggiamola.
 GERO GRASSI. Io tentavo di sapere dal dottor Andreassi se fosse arrivato a definire un quadro. Non credo che chi ha fatto quel verbale non abbia scritto il nome del proprietario della villa perché era un amico del dottor Andreassi e, se l'ha fatto, ha commesso un reato.
  PRESIDENTE. Perseguiremo il defunto.
  GERO GRASSI. Ho capito, ma questo dice come si facevano le indagini. Per carità, non posso pretendere di tornare a quarant'anni fa. Sto constatando...
  PRESIDENTE. L'unico punto in cui è stata fatta una chiarezza, che è diventata anche verità giudiziaria, su una villa e un'auto di cui si è saputo tutto. Perché ci preoccupiamo della villa con le chiavi di via Gradoli e non ci preoccupiamo di sapere se lì ci fossero i servizi e, se c'erano, dove ? Prendersela con la 127 targata Varese del legittimo affittuario di un signore che conosceva Andreassi, che abitava in quella casa e che allora fu dimostrato non entrarci per niente...
  GERO GRASSI. Non me la sto prendendo con quel signore. Sto cercando di sapere dal dottor Andreassi se a Manziana ha riscontrato una villa del dottor Parisi. Lui ha detto che non ricorda e io ne prendo atto. Ci mancherebbe altro.
  ANSOINO ANDREASSI. Onorevole, posso soltanto cercare di ricostruire come sono andate le cose andando a consultare gli atti. Per il momento non sono in grado di darle delle risposte. La cosa, però, mi incuriosisce, perché adesso voglio capire anch'io chi fosse questo mio amico. Non ne ho proprio più memoria.
  GERO GRASSI. Vorrei che lei ci aiutasse perché ci sono troppi collegamenti tra la via Gradoli e il comune di Manziana. Tutto qua.
  ANSOINO ANDREASSI. La cosa interessa anche a me, a questo punto.
  GERO GRASSI. Se lei può fare una verifica e farci sapere, anche con una memoria scritta, gliene sono molto grato.
  ANSOINO ANDREASSI. La farò senz'altro.
  GERO GRASSI. Non nell'interesse mio, ma nell'interesse della verità, perché il collegamento si duplica. Tutto qua. La ringrazio.

  PRESIDENTE. Ricorda se nei pressi di Manziana venne ritrovata una stazione radio-trasmittente?
  ANSOINO ANDREASSI. No.
  PRESIDENTE. E a via Gradoli ?
  ANSOINO ANDREASSI. A via Gradoli no, non c'era una stazione.
 MIGUEL GOTOR. La ringrazio per questo suo contributo, dottor Andrerassi. Mi scuso, ma non ho sentito una parte dell'intervento del presidente Fioroni e, quindi, potrei sovrappormi. Mi spiace.
  A me è capitato, nella mia attività precedente di studioso, di lavorare e riflettere su decine e decine di atti investigativi sottoscritti da lei. Le due firme più ricorrenti nel caso Moro in quegli anni erano, per quanto riguarda i Carabinieri...
  ANSOINO ANDREASSI. Mori ?
  MIGUEL GOTOR. No, per quanto riguarda i Carabinieri era Cornacchia e, per quanto riguarda la Polizia, Ansoino Andreassi. Ho sempre avuto – glielo volevo dire – la sensazione, come studioso, di trovarmi di fronte a un investigatore serio, rigoroso e generoso in un quadro particolarmente vischioso. I documenti, che sono delle cose morte, fanno trasparire tra le righe questo, ragion per cui mi fa piacere conoscerla di persona.
  Non le chiedo di ribadire cose che ha già detto in questi trentasette anni in diverse sedi, che fossero le Commissioni d'inchiesta o i processi. Le chiedo, se possibile, se oggi vuole cogliere questa occasione, questa opportunità, che probabilmente è, dal punto di vista istituzionale, una delle ultime, per raccontarci qualcosa di più, eventualmente qualcosa di nuovo.
  I documenti da lei controfirmati negli anni delle investigazioni, nel fuoco degli scontri, in cui si moriva – lei prima ricordava il suo collega Simone e le ferite che ha subito – fanno capire, infatti, che lei capiva. Quindi, le chiedo se oggi possiamo fare un salto superiore.
  Ci sono due questioni sulle quali mi concentro. La prima questione – non so se il presidente l'abbia già citata – è la questione Bozzi, proprietaria del covo di via Gradoli, e Giuliana Conforto, proprietaria del covo di viale Giulio Cesare. Mi dicono che il tema è già stato affrontato all'inizio dell'audizione.
  In un documento del 1979 lei scrive cose molto precise: da più fonti confidenziali, le sue – non tra loro collegate, si sente in dovere di precisare – era emerso che la Bozzi conosceva molto bene la Conforto, con cui aveva frequentato nel 1969 il Centro ricerche nucleari della Casaccia, e che entrambe avevano mantenuto ...
  PRESIDENTE. Ne ha già parlato.
  MIGUEL GOTOR. Sì, ho capito.
  Entrambe avevano mantenuto contatti frequenti con Piperno. Lei aggiungeva – evidentemente aveva fatto investigazioni in merito – che dal 1969 al 1972 la Bozzi e Giuliana Conforto avevano effettivamente frequentato la Casaccia e che, quindi, quell'appunto era plausibile, o meglio che quelle fonti confidenziali erano plausibili.
  Sottolineava poi nel 1979 che la Bozzi risultava precariamente trasferita da due anni al Ministero dell'industria. In realtà, a me risulta che non fossero due anni, perché dal 1979 si andrebbe al 1977, mentre invece, in realtà, quel trasferimento in un quadro di precarietà risale al 1978, cioè all'anno precedente, dopo il sequestro Moro.
  Il punto è questo. Mi ha sempre sorpreso – e colgo l'occasione per fare una domanda precisa – che lei non solo dia conto di questo appunto, ma dica anche: «Tali circostanze inducono a rivedere le vicende che hanno condotto le Brigate Rosse ad istallare i loro covi in via Gradoli e in viale Giulio Cesare, in quanto sembra non possano ritenersi casuali e senza alcun rilievo sui fatti di cui trattasi i rapporti che intercorrono tra le proprietarie dei due appartamenti». È lei stesso, che è investigatore, che si fa ricercatore e suggerisce ai posteri di porsi il problema che vanno rivedute queste circostanze.
  Nel 1999 – sono passati, quindi, vent'anni – lei ha testimoniato che già nel 1979, quando scriveva quell'appunto – che, me lo deve concedere, ha una sua allusività nel momento in cui dice «che vanno riviste quelle circostanze» (è lei a scriverlo) – il SISMI, i servizi segreti militari, avevano segnalato alla Questura di Roma i precedenti di Giorgio Conforto, padre di Giuliana, come uomo di influenza del KGB in Italia.
  Vent'anni dopo, nel 1999, lei ci dice in sostanza: «Nel 1979 noi sapevamo che Giorgio Conforto era uno dei referenti, se non il principale referente, del KGB in Italia. È il papà di Giuliana, di questa Giuliana che conosce la Bozzi». Dunque, le coincidenze – che forse non sono coincidenze – ci dicono che Giorgio Conforto, referente del KGB in Italia, direttamente tramite la figlia o indirettamente, ma sempre tramite la figlia, il caso vuole avesse una relazione con i due punti chiave, via Gradoli e viale Giulio Cesare, in cui si svolge la vicenda Moro.
  Aggiungo un'altra cosa. Nel 2004 Cossiga, durante un'audizione... Non conosco lo stato di quelle dichiarazioni, se sono pubbliche o meno. Forse passiamo in segreta, perché non lo so.

 PRESIDENTE. Proseguiamo in seduta segreta.
(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta, indi riprendono in seduta pubblica)
  MIGUEL GOTOR. Si sente con libertà d'animo di aggiungere qualcos'altro a quello – le ripeto – che noi già oggi sappiamo, che è quanto le ho detto ? Lo sappiamo perché ci sono testimonianze che in vent'anni si sono susseguite. Questa è la prima questione, sulle dinamiche che hanno portato a quell'arresto.
  Le chiedo poi, soprattutto, cosa le frullò nella testa quando nel 1979 scrisse quel documento, consapevole dell'identità di Giorgio Conforto e costretto a constatare che Bozzi e Giuliana Conforto si conoscevano dal 1969 ed erano entrambe amiche di Piperno. Questo è il primo punto.
FEDERICO FORNARO. Facciamo una domanda per volta. Anche per chi ascolta forse è meglio.
  ANSOINO ANDREASSI. Le posso dire subito che al covo – all'abitazione – di viale Giulio Cesare, dove si nascondevano Morucci e la Faranda, siamo arrivati in base a una segnalazione secca, che veniva... Forse è bene passare in seduta segreta.
  PRESIDENTE. Passiamo in seduta segreta.
(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta, indi riprendono in seduta pubblica)
 MIGUEL GOTOR. Volevo affrontare questo secondo punto, che è quello relativo al furgone di De Petra. De Petra era un amico di Franco Piperno e di Fiora Pirri Ardizzone, l'ex moglie di Piperno, che fu arrestata il 4 o 5 aprile del 1978, durante il sequestro Moro.
  Questo è un appunto dell'Ucigos del luglio del 1978, in cui viene detto che a metà giugno di quell'anno, ossia del 1978, «in via Gradoli era stata segnalata la riapparizione – questo è il termine chiave – di un furgone sospetto. Si aggiungeva che questa vettura era stata già notata in zona in epoca precedente al sequestro Moro, quindi prima del 16 marzo 1978, e si dice anche che era scomparsa dopo il 18 aprile del 1978, dopo la caduta del covo di via Gradoli.
  Da questa carta, da questo appunto fiduciario, si evince in modo chiarissimo che c'era una fonte informativa in via Gradoli che teneva sotto osservazione da tempo quella strada e quel furgone da tempo, cioè da prima del sequestro Moro; registrava che dopo il 18 aprile del 1978 quel furgone non si era visto più, ma che era riapparso nel giugno del 1978.
  Si diceva anche che De Petra prima del caso Moro si era recato almeno due volte in Calabria con il furgone. Sempre questo documento ci dice che questa fonte osservativa aveva anche seguito il furgone di De Petra fino in Calabria. Era, dunque, un punto di osservazione altamente qualificato. Non è un confidente occasionale che sta lì. È uno che sta dicendo sostanzialmente: «Su questo furgone noi abbiamo indagato da prima del sequestro Moro fino al giugno del 1978 e siamo andati fino in Calabria a vedere cosa faceva».
  A riprova che non si trattava di una fonte occasionale, ma di una fonte stabile, c’è, sempre nello stesso documento, una parte finale in cui si dice che esiste una fonte occasionale – si fa una distinzione – la quale dava notizia di un'altra macchina che era stata avvistata nella stessa strada. Anche questo è un chiarissimo espediente per dire che ci sono fonti occasionali che possono dire sciocchezze, ma che ci sono anche fonti stabili che da almeno 6-7-8 mesi stanno dietro quel furgone.
  Questi sono i dati. Le faccio notare due cose. Il capo della polizia Parlato, quando fu ascoltato sul tema, escluse nel modo più assoluto che la strada fosse sotto controllo da parte della Polizia prima del 18 aprile. Poi, però, disse in sostanza: «Io sono il capo della Polizia. Chiedete al SISDE». Lo disse lui. Spiegò anche di non poter dire i motivi per i quali il servizio segreto civile avesse ritenuto di passare questa notizia all'Ucigos e chi fosse l'informatore. Insomma, Parlato se ne lava le mani. Dice che la Polizia lì non ci ha messo piede se non dopo il 18 aprile e invita ad andare a chiedere al SISDE.
  Le faccio notare che Emanuele De Francesco, che era divenuto nel frattempo capo del SISDE e che, quando viene ascoltato, era capo del SISDE dopo essere stato Questore di Roma durante il sequestro Moro, dice in sostanza: «Si tratta di un informatore occasionale che abitava in quella zona». Non si capisce, però, per quale ragione quell'informatore occasionale, che abitava in quella zona, fosse in grado di riferire anche dei viaggi del furgone in Calabria.
  Entrambi – questo è il punto; poi arrivo alla domanda – sia Parlato sia De Francesco, sorvolano sul fatto essenziale, cioè sul fatto che quel furgone era stato seguito fino in Calabria, e anche a Roma, prima del caso Moro. Era logicamente impossibile che non fosse stato notato dall'informatore di via Gradoli prima del 18 aprile. Era impossibile logicamente. Certamente era stato notato dal 16 marzo al 18 aprile, come minimo.
  Lei ha ritenuto questo appunto non rilevante.
  ANSOINO ANDREASSI. Io?

  MIGUEL GOTOR. Sì, a suo tempo. Le arrivavano centinaia di appunti, migliaia – forse – di imbeccate. Probabilmente – mi permetto di dirlo col massimo rispetto possibile e me ne scuso – commettendo un errore di sottovalutazione investigativa, l'ha ritenuto irrilevante. Il SISDE, invece – questo mi interessa oggi – l'ha ritenuto rilevantissimo, non dopo i fatti, ma già allora, tant’è che ve lo ha segnalato.
  Oggi, sempre con lo stesso spirito della prima domanda, sperando che non dobbiamo concludere di risentirci tra vent'anni, su questa questione è in grado di dirci qualcosa di più in merito a come lei maturò quel giudizio di irrilevanza di un documento che, invece, trasudava rilevanza e che arrivava dal SISDE, il quale vi diceva sostanzialmente: «Attenzione: è importante» ?
  Passo all'ultima questione. Prima in modo amletico lei ci ha parlato della fuga d'acqua di via Gradoli dicendo in sostanza «provocata o non provocata, non lo so». Io sono persuaso che negli ultimi trentasette anni, a partire da quel 18 aprile, a quella questione lei abbia dedicato qualche sua riflessione. Mi dica se ritiene che la fuga d'acqua del 18 aprile di via Gradoli sia stata volontariamente provocata da qualcuno oppure no. Almeno evitiamo di essere amletici o di continuare a essere amletici su questo punto, che è un punto fondamentale della vicenda Moro.
  Ricordo che negli stessi minuti in cui c’è l'operazione di via Gradoli c’è anche l'operazione del Lago della Duchessa, che induce a credere che Moro sia cadavere in Abruzzo. È un'operazione che va vista insieme. È molto interessante. È un'operazione di antiterrorismo. Via Gradoli e Lago della Duchessa sono due operazioni di antiterrorismo molto raffinate. Lei era, come ho detto, un investigatore dell'antiterrorismo tra i più seri.

  ANSOINO ANDREASSI. L'infiltrazione d'acqua è stata provocata. Su questo non ho dubbi, anche se non posso esibire riscontri o prove. Chi potrebbe ? È stata provocata. Metto in fila le cose, come le ho già detto. Riflettendo col senno di poi, ho maturato la convinzione che ci volessero portare per forza lì, che ci volessero portare lì.
  PRESIDENTE. Passiamo in seduta segreta.
(I lavori della Commissione proseguono in seduta segreta, indi riprendono in seduta pubblica).
 PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Andreassi e dichiaro conclusa la seduta.
La seduta termina alle 17.40.

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