lunedì 1 febbraio 2016

La situazione dei diritti umani oggi in Turchia


Il 10 novembre scorso la Commissione europea ha presentato i suoi Progress report, che costituiscono lo strumento attraverso il quale viene valutato lo stato di avanzamento dei dossier per l'adesione all'UE dei Balcani occidentali e della Turchia.
Nel rapporto sulla Turchia, rilasciato successivamente agli esiti della tornata elettorale del 1° novembre che ha visto formazione islamista conservatrice AKP del premier Ahmet Davutoğlu conquistare, con il 49,5% dei voti, la maggioranza assoluta di 317 deputati su 550 del parlamento monocamerale turco, la Commissione delinea un quadro a forte chiaroscuro, che non ha mancato di sollevare le proteste del nuovo governo AKP.
Pur rimarcando, da un lato, "l'aiuto umanitario senza precedenti" offerto dalla Turchia ai profughi siriani ed iracheni, d'altro canto, tra gli elementi di criticità, la relazione sottolinea un trend complessivamente negativo nel paese in riferimento allo Stato di diritto ed al rispetto dei diritti fondamentali.
La sezione del rapporto dedicata a Human rights and the Protection of Minorities presenta il quadro della situazione, a partire dalla considerazione che sebbene la Costituzione turca garantisca la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali l'attuazione di tali princìpi soffre ancora di gravi carenze. Anche l'applicazione dei diritti derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU) e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo non è ancora completamente assicurata. Il rapporto segnala che negli ultimi due anni si è osservato un significativo arretramento in particolare nei settori della libertà di espressione e libertà di riunione, a seguito dell'adozione di una legislazione in materia di sicurezza interna che concede ampi poteri discrezionali alle forze dell'ordine non controbilanciato da un adeguato controllo parlamentare o giurisdizionale indipendente. Inoltre, l'escalation di violenza nella parte orientale e sud-orientale del Paese innescatasi da luglio 2015 genera gravi preoccupazioni sulle violazioni dei diritti umani inducendo la Commissione a sottolineare che le misure anti-terrorismo adottate in questo ambito devono essere proporzionate.
Le carenze nella protezione dei diritti umani evidenziate nel Progress report della Turchia riguardano:
  • la libertà di espressione, limitata da interpretazioni arbitrarie e restrittive delle norme, pressioni politiche, licenziamenti e inchieste a carico di giornalisti, insieme di attività dalle quali derivano anche scelte ed atteggiamenti di auto-censura da parte degli operatori dell'informazione;
  • la libertà di riunione limitata da un uso sproporzionato della forza da parte della polizia e dalla mancanza di sanzioni per i funzionari responsabili;
  • l'insufficiente applicazione del principio di non discriminazione;
  • l'insufficiente sostegno ai gruppi vulnerabili ed alle persone appartenenti alle  minoranze;
  • il mancato allineamento della legislazione penale e anti-terrorismo con la CEDU e l'inosservanza, nella pratica, del principio di proporzionalità.
In riferimento alla libertà di espressione la Commissione sottolinea il pesante arretramento degli ultimi due anni rispetto ad un processo di evoluzione che aveva reso possibile il confronto, in un contesto tranquillo, su questioni sensibili e controverse, e si dichiara gravemente preoccupata per i procedimenti penali intrapresi contro giornalisti ed utenti dei social media. Le modifiche apportate alla legge su Internet che danno al Governo il potere di bloccare i contenuti sul web in assenza di un ordine del tribunale, costituiscono un significativo scostamento dagli agli standard europei.
Tra le misure per affrontare tali carenze la Commissione indica la necessità di agire contro le intimidazioni di qualsiasi genere di cui siano vittima giornalisti; l'esigenza di garantire che la legislazione sulla diffamazione ed altri reati simili non sia applicata come mezzo di pressione sui portatori di istanze critiche, assicurando che i tribunali rispettano dell'applicazione della giurisprudenza della Corte europea; la necessità di garantire la conformità della legge su internet alle norme europee.
L'intimidazione di giornalisti è una delle questioni problematiche esaminate nel Progress Report, dove si sottolinea che oltre 20 cronisti sono detenuti, in molti casi con imputazioni per reati di terrorismo, nonché l'espulsione di diversi giornalisti stranieri. Persistente, inoltre, è il problema delle minacce ed intimidazioni che hanno anche dato luogo a casi di attacchi fisici ora all'esame degli investigatori turchi.
In un contesto di crescente violenza nelle regioni orientali e sudorientali e in un generale clima di tensione nel Paese, si sono verificati attacchi contro i media ai quali le autorità hanno reagito con azioni ulteriormente limitative della libertà dei mezzi di comunicazione.
Il rapporto richiama, inoltre, la ricorrente tendenza delle autorità turche ad oscurare i media sulle informazioni giudicate sensibili, inclusa la segnalazione su attacchi terroristici, nonchè l'ampio ricorso alla legislazione penale in materia di diffamazione contro lo Stato, le sue istituzioni e i suoi simboli nel caso in cui giornalisti, avvocati ed utenti dei social media manifestino posizioni critiche nei confronti del governo e dei funzionari governativi. Registrando, inoltre, la prassi di bloccare siti web anche in assenza di un ordine del tribunale, la Commissione sottolinea che la Turchia ha fatto di più richieste di qualsiasi altro paese al mondo ai gestori della piattaforma di Twitter per eliminare contenuti o sospendere account.
La situazione nelle province orientali e meridionali. Condizioni della minoranza curca
Quanto alla situazione nell'area est e sud est della Turchia, il Progress report dopo aver ricordato l'arresto del processo di pace con i curdi a luglio, a seguito della recrudescenza della violenza da parte del PKK e della forte reazione del governo, e le molte vittime tra i civili e tra le forze di sicurezza, definisce imperativa la ripresa del Kurdish peace process.
Come è noto, dopo una fase di scontri e violenze in corso da mesi, il PKK dichiarava di considerare esaurito il cessate il fuoco introdotto nel 2013; dopo l'attacco terroristico del 20 luglio a Suruç, città turca al confine con la Siria, attribuito a Da'esh, lo stato turco è entrato in azione bombardando le postazioni dello Stato Islamico e colpendo anche i campi del PKK; tutto ciò ha innescato da una spirale di violenze. Il PKK ha condotto ripetuti attacchi terroristici contro la polizia e i militari turchi, ulteriormente intensificatisi nel mese di settembre, attachi fermamente condannati dall'Unione europea che include il PKK nella lista delle organizzazioni terroristiche. In risposta, il governo turco ha intrapreso vaste operazioni militari e di sicurezza contro il PKK, tra cui molti attacchi aerei sulle sue basi in Turchia e Iraq. Tra luglio e settembre decine di civili, tra cui 20 bambini e oltre 120 membri delle forze di sicurezza sono rimasti uccisi, mentre un gran numero di membri del PKK è stato ucciso in Turchia, e molti altri in attacchi aerei in Iraq. Ci sono state segnalazioni di presunte inquietanti violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza. Più di 20 civili sarebbero stati uccisi durante un coprifuoco di 9 giorni imposto alla città di Cizre. Le tensioni in aumento in tutto il paese hanno fatto registrare anche numerosi attacchi a media ed agli uffici dell'HDP, il partito democratico del popolo. Le autorità hanno preso provvedimenti limitativi della libertà di informazione.
Il 22 gennaio 2016 Amnesty International ha lanciato un'azione urgente internazionale per chiedere alle autorità turche la revoca del coprifuoco in diverse località della provincia sudorientale di Sirnak, tra le quali Silopi e Cizre, nonché a Diyarbakir, tutte città dove la situazione di ogni tipo di approvvigionamento (alimentare, idrico, energetico, dei farmaci) è drammatica, per consentire l'accesso della popolazione alle scarse risorse disponibili; alle autorità turche viene chiesto anche di limitare l'utilizzo di armi da fuoco ai casi di pericolo imminente di morte o lesioni gravi e di garantire indagini immediate, indipendenti e imparziali per le morti ed i ferimenti che si sono verificati nelle zone di coprifuoco.
Testimonianze sui civili uccisi nelle operazioni delle Forze di sicurezza nel sud est della Turchia sono state raccolte e pubblicate sul sito web di Human Rights Watch.
Mentre l'iter dei procedimenti penali connessi alla questione curda prosegue ad un ritmo che la Commissione UE ritiene molto lento, viene rilevato che non sono state intraprese iniziative per abolire il sistema di sorveglianza dei villaggi effettuata da una forza paramilitare di circa 50.000 persone finanziate ed armate dallo Stato. Non è stato sviluppato nessun piano globale per affrontare la questione della sparizione di persone, comprese indagini approfondite e indipendenti su presunti casi passati di uccisione extragiudiziale da parte di agenti di sicurezza; al ritrovamento di fosse comuni non hanno fatto seguito adeguate indagini. Le stesse raccomandazioni dello Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla mancanza di azioni penali che sanzionino le esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie non hanno avuto seguito. Le limitazioni, risalenti agli anni Novantadel secolo scorso, per i casi di persone scomparse e per le esecuzioni extragiudiziali, tuttora vigenti, hanno comportato la decadenza nello scorso biennio di diversi casi. Il Progress Report  afferma in proposito che la Turchia dovrebbe considerare la ratifica della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone da sparizione forzata e lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale.
La situazione dei rifugiati
Con riferimento alla situazione di rifugiati il documento della Commissione evidenzia che nel paese si trova il maggior numero di rifugiati nel mondo, circa 2,2 milioni, di cui quasi 2 milioni di persone provenienti dalla Siria. Sebbene sta affrontando una sfida enorme, per la quale ha già speso circa 6,7 miliardi di euro, la Turchia, si legge nel rapporto, dovrebbe dotarsi di una legislazione che dia ai siriani sotto protezione temporanea la possibilità di accedere al mercato del lavoro. Dovrebbe inoltre essere adottati atti di diritto derivato per attuare la legge sulla protezione degli stranieri. 
Si segnala, in proposito, che nel rapporto intitolato Europe's gatekeeper pubblicato il 16 dicembre 2015 Amnesty international afferma che le autorità turche avrebbero respinto rifugiati e richiedenti asilo costringendoli a tornare nelle zone di guerra da cui fuggivano. Il rapporto denuncia che da settembre, in parallelo con i colloqui tra Turchia e Ue per una risposta comune alla crisi dei migranti, Ankara ha fermato centinaia di rifugiati e richiedenti asilo trasferendoli verso centri di detenzione isolati. Alcuni rifugiati hanno riferito di essere rimasti incatenati per giorni, di essere stati picchiati e quindi rinviati nei paesi da cui erano fuggiti. "Abbiamo documentato la detenzione arbitraria di alcune delle persone più vulnerabili sul suolo turco. Spingere rifugiati e richiedenti asilo verso paesi come Siria e Iraq non è solo un gesto immorale, è anche una chiara violazione del diritto internazionale", ha affermato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty.
Nell'ambito del ‘Piano d'azione' firmato a novembre da Ue e Turchia, Bruxelles, "sempre più desiderosa di assicurarsi la cooperazione di Ankara allo scopo di ridurre l'immigrazione irregolare, sta consentendo l'uso dei suoi fondi per dotare di equipaggiamento e infrastrutture i centri dai quali i rifugiati e i richiedenti asilo vengono spinti a rientrare in paesi come Siria e Iraq", recita il rapporto. Secondo quanto riportato da Amnesty molti rifugiati e i richiedenti asilo sono stati trasferiti in un campo nella zona di Dűziçi (provincia di Osmaniye) o nel centro di detenzione di Erzurum (nella provincia omonima), dove sono rimasti anche per due mesi, senza poter avere contatti col mondo esterno se non attraverso telefoni cellulari portati di nascosto con se'. L'unico modo per uscire dai centri per loro era di accettare di tornare nel Paese di provenienza.
La Turchia conta anche circa un milione gli sfollati interni (IDP), la maggior parte dei quali ha abbandonato le proprie case tra il 1986 e il 1995 a causa del conflitto armato nel sud-est del paese; per questi soggetti il processo di compensazione è tuttora in corso. Le Commissioni di valutazione del danno hanno processato oltre 340.000 domande e concesso un risarcimento a circa la metà di esse, con un onere totale di oltre 1,1 miliardi di euro. Non esiste, tuttavia, sottolinea il Progress report della Commissione Ue, un piano d'azione nazionale globale ed una strategia per affrontare tutte le questioni che riguardano gli sfollati, come le zone di sicurezza, le guardie di villaggio, la mancanza di infrastrutture i e la presenza di mine in alcuni luoghi poste per ostacolare il ritorno ai villaggi di provenienza.
Libertà di stampa: il caso del quotidiano Cumhuriyet
Il Word Press Freedom Index 2015 dell'ONG francese Reporter sans frontières, che annualmente « misura » la libertà di stampa nel mondo colloca la Turchia al 149°posto su 180 Paesi considerati, attribuendole un abuses score, il valore che riflette l'intensità della violenza e delle intimidazioni cui sono sottoposti giornalisti ed operatori dell'informazione, di 64,89 il decimo peggiore al mondo.
Reporters sans frontières, insieme con l'Associazione turca dei giornalisti (TGC) ha lanciato il 1° dicembre 2015 da Istanbul un appello per la liberazione di Can Dündar e Erdem Gül, rispettivamente editore e corrispondente da Ankara del quotidiano Cumhuriyet, in carcere dal 26 novembre 2015, e dei loro colleghi giornalisti detenuti in Turchia. Nell'appello – firmato da numerosi esponenti del mondo politico e culturale - si legge che i due giornalisti, accusati di spionaggio e terrorismo per aver pubblicato nel maggio scorso le prove di forniture di armi da parte dei servizi di intelligence turchi a gruppi islamici in Siria, sono in realtà puniti per avere fatto il loro lavoro pubblicando informazioni di pubblico interesse. Il 25 dicembre Reporters sans frontières si è rivolta alla Corte costituzionale della Turchia, incaricata dell'esame di legittimità costituzionale della detenzione dei due giornalisti, chiedendole di esprimersi per il rilascio di Dündar e Gül.
Negli appelli interposti dai legali dei due giornalisti ed appoggiati dall'iniziativa dell''ONG francese  si sostiene che il loro arresto viola i diritti costituzionalmente garantiti alla libertà di parola ed la libertà dei media e si asserisce l'inesistenza di prove a sostegno delle accuse di spionaggio, divulgazione di segreti di Stato e supporto ad una organizzazione terroristica; la liberazione dei due giornalisti, inoltre, non pregiudicherebbe lo svolgimento delle indagini.
Contro Can Dündar sono in corso altri procedimenti giudiziari. l'editore di Cumhuriyet, quotidiano insignito nel 2015 del Freedom of Press Prize di Reporters sans frontières, deve rispondere alle accuse formulate contro di lui in due distinti procedimenti relativi ad offese al Presidente Recep Tayyip Erdogan ed al figlio, Bilal Erdogan, presenti in articoli risalenti al dicembre 2013 e incentrati sulla corruzione nel governo. La sanzione prevista per tale reato può raggiungere i 5 anni e 4 mesi di carcere, come previsto dal Codice penale turco, per il quale la pena massima di 4 anni per offese alle cariche istituzionali e politiche più elevate può essere ulteriormente aggravata se il reato è commesso attraverso il sistema dell'informazione o i social media. Tale legislazione, come si è accennato, è stata segnalata nel rapporto della Commissione come non in linea con la CEDU.

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